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Ernesto Ferrero

Nella grande famiglia Einaudi con Italo, Natalia, Guido ed Elio.

Ernesto Ferrero racconta in questa intervista I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli) e rievoca l’epoca d’oro della casa editrice torinese quando, giovane addetto stampa, lavorava a fianco di Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Guido Davico Bonino, Elio Vittorini, Roberto Cerati e tanti altri.

E mentre I migliori anni della nostra vita giunge in libreria, un altro libro vi torna: è Memorie di un librario di Cesarino Branduani, entrato ragazzino alla libreria Hoepli di Milano nel 1907 per diventarne il direttore, consultato da giornalisti e scrittori come Montanelli e Zavattini. Pubblicato per la prima volta da Longanesi nel 1964, viene ora riproposto da Instar Libri. Anche in questo caso voltarsi “indietro” – sembra dire Ferrero, che per la nuova edizione firma una nota introduttiva – può significare guardare “avanti”…


Com'è nata l'idea di un libro di ricordi come "I migliori anni della nostra vita"?

Più che un libro di ricordi, lo definirei un romanzo famigliare. La memoria, infatti, si comporta già di per sé come un narratore: sceglie i dettagli e i particolari, ci lavora sopra, insomma "inventa", ma attraverso la finzione arriva più vicina alla "verità" del documento. I miei personaggi veri sono eminentemente romanzeschi: Giulio Einaudi con la sua fame di vita e di novità, il suo carisma costruito magistralmente; Giulio Bollati, suo alter ego leopardiano; il burbero-benefico Cesare Pavese; Elio Vittorini, grande seduttore intellettuale che non faceva niente per esserlo; il silenzioso e disciplinatissimo Italo Calvino, con la sua mostruosa capacità di lavoro; Natalia Ginzburg, zia che tutto vede e sa senza alzare gli occhi dal cestino di lavoro; e Bobbio e Mila e Primo Levi, e i grandi del '900 che si affacciano con discrezione in via Biancamano: Gadda, Sciascia, Volponi, Parise, la Morante, Fruttero & Lucentini, Pasolini. Ho voluto far partecipe chi non c'era di un'atmosfera di straordinario divertimento e anche allegria. Eravamo convinti di poter cambiare il mondo con i buoni libri, di poter formare la classe dirigente della futura Italia, di farne un Paese davvero moderno. Era un progetto forte, e tutte le tragedie del mondo, dall'assassinio di Kennedy al Vietnam, invece di deprimerci ci davano ancora più forza. Sembrava che un'età di reale progresso fosse lì, a portata delle nostre forze... Questo dava al gruppo, pur frammentato e diviso da contrasti dialettici anche forti (che l'editore fomentava), una grande coesione, e appunto un'allegria creativa.

Gli anni trascorsi nella casa editrice Einaudi sono stati ricchi di incontri. Quale è stata la figura che più l'ha colpita? Che ha segnato più profondamente la sua vita, non solo professionale?

I due Giulii, anzitutto. Einaudi faceva la parte del padre fascinoso che, però, era sempre impegnato a far altro e non si occupava della prole. La sua tecnica pedagogica era semplice: ti buttava a mare e stava a vedere come te la cavavi. Bollati invece svolgeva un ruolo materno: era protettivo, ti stava ad ascoltare, dava consigli, cercava di farti crescere, insomma si occupava della tua felicità, da buon studioso dell'età romantica. Con Calvino in vita ho avuto rapporti non facili. Era un ligure-sardo di poche parole, tutto preso dalle cose che c'erano da fare. Da anni lo leggo e rileggo. Imparo sempre qualcosa, perché ti insegna un modo di vedere e di capire il mondo. Nessun autore mi è indispensabile quanto lui. Degli altri, mi è difficile dire chi ha contato di più. Questi grandi personaggi facevano parte della famiglia, e li vivevo come parenti stretti e molto amati, ognuno con il suo tratto, i suoi tic, i suoi piccoli segreti. Non c'era divisione tra privato e aziendale. Ma forse il più caro è stato Primo Levi. Sono arrivato in casa editrice nel febbraio 1963, quando stava uscendo La tregua. Allora non lo conosceva nessuno, e anche in via Biancamano lui era uno dei tanti, confuso tra la folla delle star einaudiane. Me ne sono preso cura io che ero l'ultimo arrivato. Primo mi è immensamente caro perché, come ha detto Luciana Nissim che è stata deportata ad Auschwitz insieme a lui, rappresenta "la più alta espressione": dell'intelligenza, della gentilezza, della generosità, della disponibilità all'ascolto degli altri. Di tutto ciò che fa la grandezza dell'umano. Un centauro che ibridava in sé cultura umanistica e cultura scientifica, un appassionato creatore di ibridi egli stesso.

Al di là delle singole figure, eccezionali, cosa ha fatto dell’Einaudi una casa editrice unica?

L'avere scommesso sul futuro, l’aver fatto sempre laboratorio e ricerca. Il suo sguardo internazionale. Le sue forti passioni, che erano in primo luogo civili. La qualità dei suoi collaboratori e la capacità di Giulio Einaudi di sedurli. Una casa così poteva nascere solo a Torino e in Piemonte, la più nordica ed europea delle regioni italiane, da un humus culturale particolarmente ricco, quello stesso che aveva prodotto Gramsci e Gobetti (citazioni d'obbligo, ma non per questo meno necessarie).

I ricordi del passato spingono inevitabilmente a un confronto con il presente. Se dovesse fare un virtuale elenco di pregi e difetti dell'editoria di allora e di quella di oggi, cosa direbbe?

Giulio Einaudi "inventava" giorno per giorno, non si preoccupava troppo dell'organizzazione interna che magari non era propriamente esemplare, e nemmeno del risultato economico immediato. Metteva grano in solaio per l'avvenire. Non c'erano organigrammi, si giocava "a zona", tutti all'attacco e tutti in difesa, perché c'era un grande affiatamento e nessuna formalità. Il suo era insomma un modello "dionisiaco", che produceva ottimi risultati ma aveva i suoi costi, aggravati dalla cronica debolezza finanziaria. Nell'editoria di adesso non ci sono più grandi padri-padroni della forte personalità, come Arnoldo Mondadori, Valentino Bompiani e Livio Garzanti. Ci sono delle proprietà economico-finanziarie che vogliono fare utili subito, manager e controllori di gestione. Per carità, la buona amministrazione è un dovere, ma la linea editoriale non la deve dettare la direzione marketing o quella commerciale. Oggi non si fa più gioco di squadra, ognuno ha le sue piccole responsabilità, chi fa la narrativa e chi la saggistica, si perde un po' di vista la partitura nel suo insieme. Einaudi invece componeva delle sinfonie, in cui ogni libro era uno strumento diverso.

Recentemente Instar Libri ha ripubblicato "Memorie di un libraio" di quel Cesarino Branduani che, entrato giovanissimo alla Libreria Hoepli di Milano nel 1907, ne divenne lo storico direttore. Un libro, stampato per la prima volta nel 1964, che in un affettuoso testo introduttivo lei definisce "inattuale" indicando proprio in questo il suo maggior pregio…

Branduani, personaggio che sembra uscito da un racconto milanese di Gadda, è stato un libraio formidabile, partito dalla gavetta a dieci-undici anni. Dotato di una memoria incredibile, sapeva tutto dei libri che vendeva e dei clienti cui li suggeriva. Sapeva vendere perché era anche un ottimo conoscitore dell'animo umano. Non solo, gli scrittori ricorrevano a lui per un giudizio, Indro Montanelli in testa. Un fenomeno, un grande attore goldoniano, in cui si rispecchiava una società colta e curiosa, quale era quella della Milano d'allora.

Branduani praticò la professione del libraio come - si legge nella sua nota - un "ispirato sacerdozio che sta tra l'artigianato, l'arte e la commedia dell'arte". È possibile, per il libraio di oggi, seguire il suo esempio?

Branduani era appunto un artigiano, oggi tutto è industriale: quantità di titoli, ritmi, tempi, controllo di gestione. Il povero libraio è sottoposto a pressioni inaudite, deve lottare con la grande distribuzione, il suo è un mestiere sempre più pesante. Quella che rimane indispensabile, nel progressivo spersonalizzarsi delle librerie, è proprio la sua capacità di filtro, di mediazione, d'interpretazione in senso musicale. Arbitro e protagonista, non semplice terminale di politiche commerciali decise altrove.

Di Paola Di Giampaolo




19 maggio 2005