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Intervista a Ernesto Ferrero
Il suo Napoleone, un uomo estremo

Molto, moltissimo si è scritto sulla figura di Napoleone. Eppure, incredibilmente, la sua personalità così forte e così complessa, può fornire ancora spunti avvincenti per un romanzo storico che lo vede protagonista. I dieci mesi di soggiorno forzato di quest'uomo potente all'Elba, sono per Ernesto Ferrero un cardine fondamentale della sua vita e un osservatorio ideale per cercare di scavare più a fondo nella sua personalità, messa a nudo dalla difficoltà e dagli insuccessi. Osservatore critico e voce narrante è Martino Acquabona, nominato bibliotecario dell'Imperatore, da sempre ostile a questa figura di cinico dittatore. Ne esce un ritratto molto originale di cui abbiamo parlato con l'autore. Al termine dell'intervista, anche una breve nota sulla Fiera del Libro di Torino, della quale Ferrero è direttore.


Il suo ultimo libro (N.) si può definire un romanzo storico, ma è anche un saggio biografico.
È un romanzo storico che forse ha l'ambizione di essere qualcosa di più e, come tutti i romanzi storici, si occupa di molti problemi di oggi. È un dialogo fra due modi di pensare la vita: il primo è quello di modificarla attraverso l'azione, il gesto anche violento; il secondo è quello di cercare di interpretarla e di dargli un senso attraverso la scrittura. Questo direi è il primo nodo. Il secondo problema, che poi è quello che mi appassiona da sempre, è quello di capire fin dove può arrivare l'uomo, ricorrendo all'analisi di casi e personaggi estremi. Come saprà in passato mi sono occupato di Gilles de Rais, alias Barbablù. Napoleone è un altro esempio di questo genere. Ho cercato di studiarlo, analizzarlo criticamente (in questo libro credo non ci sia nulla di agiografico, al contrario), ma d'altra parte non sono nemmeno tenero con il mio bibliotecario che è il suo analista e con il quale anzi credo di essere abbastanza duro. Il problema è cercare di capire fino dove può arrivare l'uomo, fin dove arrivano le sue "terre emerse" prima di sprofondare nel mare o nel male. E certamente in questo senso i dieci mesi di Napoleone sono un laboratorio eccezionale perché quest'uomo, che non è mai rimasto così tanto tempo nello stesso posto, arriva all'Elba come un vinto. E difatti la curiosità degli elbani è proprio quella tipicamente umana, di vedere che effetto fa la disgrazia. È un vinto che medita la rivincita ed è un vinto che è osservabile nella pratica quotidiana. Dal mito vivente che era, torna ad essere un uomo costretto ad occuparsi di problemi minimi.

Però resta sempre una personalità autoritaria.

S ì. Questo infatti è anche un saggio romanzesco sulle caratteristiche della personalità autoritaria; lui è il maestro dei tiranni novecenteschi. Eppure uno dei tratti caratteristici della sua personalità è proprio quello di occuparsi di cose minime, anche delle rotelline apparentemente più insignificanti della sua gigantesca macchina organizzativa: è un maestro nel montare alla perfezione questa macchina. Un altro tema è quello della banalità del male. Che faccia ha il male? Il giudizio sull'uomo, su Napoleone, è molto duro perché questo è un uomo che da vent'anni ha letteralmente sommerso l'Europa in un bagno di sangue di cui però nessuno sembra voler accertare le dimensioni. Napoleone si presenta, soprattutto quando arriva all'Elba, con una faccia assolutamente normale, assolutamente comune, quella di un commerciante qualunque che arriva lì per svolgere i propri affari. In questo il mio è anche un libro sulla difficoltà che abbiamo, ora come allora, nel capire il male, nell'interpretare quello che accade e conseguentemente nell'indignarci e nell'agire in modo etico contro quello che noi riteniamo essere il male.
Infine c'è ancora un ultimo tema che mi ha sempre interessato molto: in una situazione di consenso generalizzato, che sicuramente esisteva all'epoca e che c'era anche in questo strano intermezzo elbano, come era nato il dissenso? Perché e come un uomo riesce ad avere una posizione critica quando invece tutti gli altri sono schierati acriticamente nell'accettazione della personalità autoritaria? Credo di aver cercato di rispondere anche a questa domanda. Naturalmente poi, capire non basta: il mio bibliotecario capisce molto ma è anche incapace di tradurre tutto questo in un gesto produttivo, in un gesto politicamente attivo. È la storia del fallimento di un intellettuale nella quale credo si possano riflettere i molti fallimenti cui gli intellettuali ci hanno abituato nel secolo che è appena trascorso e, temo, in quello che comincia, perché la loro presenza, la loro incidenza è sempre minore.

Interessante la figura del bibliotecario che, come spesso accade nel romanzo storico, è individuato come l'intellettuale molto preparato ma assolutamente impotente.

I ncapace di agire, incapace di un gesto vitale, incapace di tradurre quello che sa in un qualcosa di pragmaticamente utile.

Lei ha simpatia per questo bibliotecario?

I l bibliotecario, con ogni evidenza, mi assomiglia moltissimo, perché ha le mie malinconie, le mie letture, tante cose mie, la mia lentezza, come dice mia moglie. Ma ovviamente, siccome credo di conoscermi abbastanza bene, non ho nessuna indulgenza, anzi credo che il ritratto di quest'uomo sia poi abbastanza crudele.

Napoleone quindi, nel confronto, appare ancor più grande per il suo coraggio e la capacità d'azione.

S ì certamente è un uomo molto complesso e credo che questo emerga bene. Da lontano noi crediamo di vedere bene, meglio, ma quando andiamo a verificare le cose da vicino, si complicano molto. Napoleone visto da vicino diventa un'altra cosa ed emerge in tutta la sua complessità. È vero che è assalito dal demone della guerra, del confronto continuo, dello spostare sempre in là la posta della scommessa, anche se probabilmente non gli era possibile fare diversamente, ma è anche un grande comunicatore, manipolatore di uomini, un lettore onnivoro, non banale, uno che si preoccupa di organizzare la biblioteca ideale da viaggio di quattromila volumi. E poi è l'uomo che inventa il Louvre, è l'uomo dei codici civili, l'ideatore dell'Europa unita con due secoli d'anticipo, ed è un analista straordinario, capace di profetizzare agli inglesi che perderanno l'India perché sono incapaci di gestirla, suggerendo loro di venderla. È un manager moderno di straordinaria rapidità di riflessi e intuito, seppur devastato dal suo furor bellico. Non a caso questo mito resiste da più di duecento anni.
Forte era la sua base di consenso anche nell'esercito. Terminate le battaglie più sanguinose quest'uomo riusciva a tirar su e a organizzare in poco tempo altri duecento mila uomini. È vero c'era la legge sulla coscrizione obbligatoria, ma è anche vero che questo esercito era diventato invincibile perché c'era una fortissima base di consenso interno. Sapeva motivare e caricare i propri soldati come nessun altro. Che è poi, mutatis mutandis, quello che sa fare, in tutt'altro contesto Berlusconi con i suoi venditori. Entrambi straordinari "motivatori" di uomini.

Quando ha accettato l'incarico di direttore della Fiera del Libro di Torino, quali erano le sue aspettative e che cosa ha poi trovato nella pratica?

H o affrontato questa cosa con spirito di servizio perché mi sembrava giusto farlo per la mia città. Però sapevo, seguivo, conoscevo (avendo lavorato quasi quarant'anni nell'editoria), e mi aspettavo più o meno quello che poi è successo. Devo dire che abbiamo avuto più problemi interni, giuridico-istituzionali di passaggio dalla vecchia alla nuova gestione, che reali problemi con gli editori. Anche il caso Mondadori, di cui si è molto parlato, è un caso isolato che non fa testo e che è già rientrato. Ho trovato molta collaborazione, molta attenzione. Direi soprattutto quest'anno mi ha fatto molto piacere le iniziative di alcuni grandi "ritornanti" come Donzelli o come Laterza, che hanno dato prova anche di grande fantasia creativa. Credo che a questo punto il problema è che tutti quanti, la Fiera, gli editori, le istituzioni, i ministeri, le biblioteche, le fondazioni, tutti quelli che sono interessati a promuovere il libro e la lettura si dovrebbero sedere a un tavolo per progettare insieme una serie di manifestazioni nazionali organizzate lungo tutto l'arco dell'anno per promuovere seriamente il libro e la lettura, coinvolgendo in primo luogo i bambini e i ragazzi che sono il pubblico di riferimento principale. Tutto si fa per loro e anche a Torino si sta investendo molto in questo campo: abbiamo raddoppiato lo spazio per i bambini e per i ragazzi perché la partita si vince lì; gli adulti o sono lettori o non lo sono, ma non c'è più niente da fare, invece questa è la direzione in cui lavorare, tanto più che finalmente anche a scuola si è capito che la lettura deve essere un piacere, un divertimento, deve essere allegria, altrimenti il lettore lì muore e non si fa più in tempo a riprenderlo.




Intervista a cura di Giulia Mozzato




12 maggio 2000