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Intervista a Kitty Ferguson

Contro l'analfabestismo matematico e scientifico in Italia: così si legge sulla fascetta che accompagna il saggio Dalla Terra alle galassie di Kitty Ferguson. Abbiamo preso spunto da questa pubblicazione per parlare con l'autrice di divulgazione scientifica, proseguendo nel discorso già iniziato con Piergiorgio Odifreddi.


In Italia c'è una tendenza generale a sottovalutare l'importanza della divulgazione scientifica, forse per le nostre radici più umanistiche. Nei paesi anglosassoni, invece, esiste una maggiore tradizione in questo senso. Secondo lei qual è il segreto di un buon testo di divulgazione scientifica?
P er me è molto importante che i miei saggi siano comprensibili a tutti. In questo sono stata incoraggiata da un personaggio che ora è molto anziano: si chiama John Archibald Wheeler, ed è stato uno dei più grandi fisici statunitensi. Era una persona che aveva una missione, quella di divulgare concetti anche più astrusi, in modo che diventassero alla portata di tutti. Quando ho deciso di scrivere il mio primo libro (un saggio sui buchi neri), sono andata da lui, per avere dei lumi, per cercare di capire il modo giusto di scrivere certe cose. Gli ho dato la stesura che avevo fatto fino a quel momento, lui l'ha letta e ha sottolineato la necessità di scrivere con le formule "abbiamo scoperto che, abbiamo visto che", anziché "gli esperti dicono che, gli scienziati hanno trovato che" perché questo può creare una cesura tra il lettore e una sorta di "casta di esperti" irraggiungibile. É molto importante dire "noi" perché significa che il lettore viene immediatamente coinvolto nel contenuto (quello che io cerco di fare da sempre). Scrivendo voglio mettermi nei panni e nelle menti del lettore immaginando quello che sta pensando, quali siano i punti che risultano oscuri... cerco di semplificare al massimo. Non tutti sono in grado di seguire delle equazioni matematiche, o di farle, o di pensare in quei termini; molto spesso tuttavia il mezzo (cioè ad esempio la matematica) risulta ostico, ma il concetto che ci sta dietro è limpido, è chiaro. Vorrei aggiungere una cosa. Lei ha detto che gli italiani non hanno una grossa tradizione di divulgazione scientifica per via della prevalenza umanistica nel pensiero dominante, eppure Galileo scrisse Il Dialogo, un eccezionale libro divulgativo scritto in italiano (per la prima volta in un mondo di scienze in latino) per utilizzare una lingua che fosse alla portata di tutti, anche di chi non era colto, e per farsi capire da tutti. È forse una delle ragioni per cui quel libro è stato tanto osteggiato. Direi che è stato proprio Galileo Galilei l'iniziatore della divulgazione scientifica.

Negli Stati Uniti o in Inghilterra un testo di divulgazione scientifica, può diventare un best seller?

S ì. Per quel che riguarda la mia esperienza personale, ho scritto una biografia di Stephen Hawking che è diventato un best seller, sia negli Stati Uniti sia in Inghilterra. In generale titoli come La teoria del caos per esempio sono stati best seller. Molti saggi si sono rivelati vincenti anche dal punto di vista commerciale, malgrado l'argomento ostico.

Leggendo la sua biografia ho visto che lei ha compiuto studi musicali presso la Juilliard School di New York e ha lavorato con compositori e direttori d'orchestra come Stravinskij, Kodály e Bernstein. È appassionante il rapporto tra musica e scienza. Quanto è stata utile la sua precedente esperienza musicale nei successivi saggi scientifici?

N on so francamente quale sia il tipo di impatto e di influenza che lo studio musicale abbia sull'approfondimento scientifico o sulla scrittura di testi scientifici. È comunque universalmente riconosciuto che vi sia un legame fra l'una e l'altra disciplina. Molti scienziati sono musicisti nel tempo libero e molti musicisti professionisti sono scienziati dilettanti di un certo livello. Non saprei tuttavia analizzare il motivo per cui queste due attività sembrino avere un legame. Posso descrivere la mia esperienza personale. Fin da bambina ho amato la scienza e la musica, ma ho una ragione: mio padre era un musicista professionista ed era uno scienziato dilettante. Eravamo tre bambini, mio fratello, io e una sorellina più piccola. Siamo stati stimolati da nostro padre alla curiosità scientifica, per solleticare i nostri interessi, e la scienza per noi è stata allegria, un modo di condividere collettivamente un'idea, non ci è mai apparsa come una materia che "doveva" essere imparata a scuola, era come un hobby, qualcosa di divertente, da fare insieme. Perciò per me è stato naturale passare dalla pratica musicale alla ricerca scientifica. E la scintilla è arrivata dalla mia figlia più piccola, quando (aveva otto anni) ha dovuto realizzare un progetto per la scuola: fare una piccola ricerca sui buchi neri. Naturalmente è venuta da me a chiedere: "Cosa scrivo sui buchi neri?" Io le ho spiegato le nozioni fondamentali e l'ho incoraggiata a scrivere, aiutandola. Da lì è nata l'idea di realizzare un saggio, casualmente come spesso accadono gli eventi: molte cose succedono senza un vero nesso logico, succedono e basta.

Da cosa è nata la passione per l'evoluzione della misurazione dell'universo e delle distanze che ha dato vita a Dalla Terra alle galassie?

S embrerà strano ma viene proprio da un'altra figlia, che quando aveva dieci anni ha dovuto fare un piccolo saggio (naturalmente limitato alle sue possibilità di decenne) su tre tipi di misurazione. Aiutandola in questo compito ho capito che quello della misurazione era effettivamente un argomento interessante, e doveva esserlo in modo particolare se personaggi così affascinanti (come cominciavo a capire leggendo qua e là) se ne erano occupati per tutta la vita! Ho cominciato perciò ad approfondire l'argomento ed ho "incontrato" un gruppo di persone tra le più interessanti dal punto di vista umano, come personalità, per l'intensità con cui hanno votato una vita intera alla misurazione. Il loro entusiasmo è stato molto contagioso e anch'io ho cominciato a chiedermi come fossero possibili le misurazioni in tempi in cui non esistevano strumenti scientifici adeguati. Mi sono resa conto che la maggior parte delle grosse scoperte sono state frutto di piccoli segni che venivano via via messi insieme non necessariamente dalla stessa persona, ma lungo l'arco degli anni di generazione in generazione e che, sommati, a qualcuno facevano dire "Ah, ecco!". È una specie di lavoro alla Sherlock Holmes: mettere insieme tutte le possibili prove iniziali, che insieme danno il quadro e che rispondono alla domanda "come si misura una data distanza?" e anche "cosa sono le misure?".

Qual è il prossimo argomento che la appassionerà?

H o scelto due personaggi che sono già in questo saggio, ma "immersi" tra tanti altri: Tycho Brahe (o Ticone) e Giovanni Keplero. Approfondirò le ricerche sulla loro vita e la loro attività scientifica e sono entusiasta di farlo, anche perché uno dei due, Keplero, ha spiegato le misurazioni attraverso il loro collegamento con la musica e con l'armonia musicale...




Di Giulia Mozzato




26 aprile 2001