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Julian Fellowes

Sta uscendo anche in Italia il dvd del film tratto dal capolavoro di William Thackeray La fiera delle vanità, specchio della società ipocrita dell’Inghilterra ottocentesca, in cui una ragazza scaltra e ambiziosa grazie alla sua bellezza si assicura un nobile matrimonio. Vanity Fair (2004) ha la regia di Mira Nair, mentre la sceneggiatura porta la firma di Julian Fellowes che contemporaneamente al film ha fatto uscire in libreria il suo primo romanzo, una versione aggiornata della stessa storia, Snob. Affermatissimo per le sue sceneggiature, premiato perfino con l’Oscar, per Gosford Park di Robert Altman, Fellowes è anche un noto attore del piccolo e del grande schermo, con ruoli da comprimario accanto a Jeremy Irons (Il danno), Pierce Brosnan (Tomorrow never dies) e Anthony Hopkins (Shadowslands).

Qual è tra le tante attività la sua vera vocazione?

Recitare, ma ormai ho cinquantasei anni, e la mia carriera di attore non è mai giunta ai vertici della fama. Mi rendo conto che non possiedo abbastanza bellezza e talento per sfondare, mentre il successo avuto con le sceneggiature e ora con il romanzo, che è stato venduto perfino in Cina, e anche negli USA sta andando bene, mi convince che il mio futuro è nella scrittura.

Scrivere la sceneggiatura del film tratto da Vanity Fair le ha ispirato il suo romanzo, che presenta molte affinità con il testo di Thackeray?

No: quando la regista indiana Mira Nair, con la quale avevo già lavorato, me lo ha proposto, il mio romanzo era già scritto. Comunque Vanity Fair mi è sempre piaciuto. In particolare ho un debole per la protagonista Becky Sharp, amo quelle donne determinate, tipo Rossella O’Hara, che vogliono costruirsi il loro futuro pur partendo svantaggiate.

Come nella sua carriera cinematografica, nel romanzo Snob all’autore è riservato un ruolo secondario, ma fondamentale per la descrizione dell’ambiente, dello sfondo: è un amico della protagonista Edith, il quale grazie alla sua nascita nella piccola nobiltà e alla professione di attore, frequenta sia il mondo aristocratico che quello dello spettacolo, ed è quindi nella posizione ideale per seguire e narrare la scalata sociale della giovane e bella arrivista, la Becky Sharp del 2000. Il romanzo può essere letto come un atto di accusa per la vuota ipocrisia della classe aristocratica, schiava di regole non scritte ma inappellabili, che escludono chi non è nato con qualche quarto di nobiltà?

La mia famiglia appartiene a una cerchia “ammessa” nell’aristocrazia tanto per far numero a qualche ricevimento, quindi ho potuto studiare l’atteggiamento e il linguaggio di questa classe che attira tanto la curiosità dei lettori di tabloid, ma è triste e ridicola nel suo snobismo. Il successo avuto dal romanzo mi ha confermato che mettere l’occhio al buco della serratura dei castelli di campagna inglesi solletica il pubblico, ma io mi sento invece dalla parte di Edith e di tutte le persone che, non accettando un destino precostituito dall’ambiente in cui si nasce, si danno da fare con ogni mezzo per costruirsi il successo. Il romanzo però non ha un happy end, anche se Edith si dichiara “felice quanto basta”: per questo ho rifiutato di farne un film, perché la produzione voleva una commedia romantica. Ne trarrò invece una miniserie televisiva in cui appaia chiara la colpa di Edith, che a un certo punto rifiuta la responsabilità della sua scelta e respinge il marito perché l’annoia. Penso che il peccato più diffuso dei nostri tempi sia di addossare sempre le colpe agli altri: nessuno più accetta di dover affrontare le conseguenze delle proprie scelte e si tenta di azzerare tutto e ricominciare da capo, ma questo non è possibile nella realtà. Perciò non bisogna mai scegliere affrettatamente, ma pensarci bene e poi andare fino in fondo.

La parodia dell’aristocrazia inglese, con i lords interessati solo alla caccia e alle rendite della campagna, e le mogli dedite a indirizzare i figli secondo scelte preordinate e matrimoni appropriati, ricorda i romanzi di P.G. Wodehouse, di cui non a caso Fellowes è ammiratore, tanto da aver appena adattato al grande schermo uno dei suoi romanzi più famosi, Piccadilly Jim...

Wodehouse però è più generoso di me verso l’aristocrazia, io sono più cinico e ne metto a nudo i lati deteriori.

Di Daniela Pizzagalli




9 settembre 2005