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Intervista a Dan Fante

“Figlio d’arte”, trasgressivo ed estroverso: un italoamericano dalla cordialità straripante e dal passato burrascoso.

Quanto c’è di autobiografico in Bruno Dante, protagonista del suo ultimo romanzo?
Il personaggio è legato agli ultimi vent’anni della mia vita e questo si ripresenta nei tre libri che ho scritto; ma sono parti, estratti della mia esperienza, non necessariamente personaggi autobiografici.

Il problema maggiore di Dante è il non avere un carattere che sappia dominare gli eventi. Quanta parte ha nella vita di un individuo, nei suoi fallimenti e nei suoi successi, la debolezza?

Una persona che beve troppo, e per troppo tempo, ha la mente come un lupo affamato che non concede pace. Ecco quello di cui scrivo, parlo di un’angoscia che non dà pace.

Però nei suoi personaggi c’è la continua volontà di smettere.

Si, ma la cosa pazza dell’alcool è che fa sempre credere a chi ne è vittima che non potrebbe più vivere senza, a causa della tua stessa dipendenza, della tua stessa pazzia.

Che ruolo ha, e che peso sociale ha, un’organizzazione come gli “Alcolisti Anonimi”?

È estremamente importante, perché il pensiero di non poter bere non dà respiro, consuma e quello che si deve fare è sostituire questo pensiero, la depressione, l’ansietà che ne deriva, con un altro e con A.A. si può fare.

Questo però riguarda l’esperienza individuale, ma l’alcolismo è un problema diffuso. Qual è nella vita sociale l’importanza di associazioni del genere?

Il problema fondamentale è che la mente è monopolizzata da un pensiero compulsivo, il pensiero di bere, che deve essere sostituito con qualcos’altro. E tutto ciò riguarda l’intera società. La condizione naturale di un alcolista, la sua natura è dominata dal bere, cosa che procura prima rabbia, poi depressione, poi gioia, per qualche momento, poi subito dopo odio e così via.

Gli Alcolisti Anonimi, quindi, sono in grado di sostituire la dipendenza dall’alcol e colmarne il vuoto?

Sì, per me è stata un’esperienza spirituale che mi ha aiutato a smettere di bere e mi ha riportato a una condizione normale di vita. Interi gruppi di persone, proprio come me, hanno compiuto lo stesso itinerario psicologico. Il problema degli alcolisti è che reagiscono in maniera esasperata a qualsiasi cosa. Le faccio un esempio: se un alcolista fora una ruota in autostrada non sa che cosa fare prima, se chiedere aiuto o suicidarsi.

Nei suoi libri le figure femminili sono tutte molto affascinanti, attraenti, ma non proprio positive. Qual è il suo rapporto con le donne?

Molto buono. Mi sono sposato tre volte. Ho fatto molta pratica…

Ma allora queste figure così tremende, distruttive, da dove emergono?

I pazzi attraggono i pazzi. Da dove vengono queste donne così distruttive? Bussano alla mia porta. Solo quelle pazze bussano alla mia porta, vengono direttamente da me, è come un magnetismo, è un dono.

Invece mi sembra che gli amici svolgano una funzione positiva. Quindi lei ha avuto buoni rapporti di amicizia?

Buoni da quando ho smesso di bere. Anni fa se non prendevo un bicchiere e bevevo ero insofferente nei confronti di tutto e tutti. Il mio problema era che credevo di essere pazzo e invece ero semplicemente alcolizzato e non lo sapevo. Sono stato dipendente dall’alcol, dalle donne, dalla pornografia, dal mangiare troppo e da qualsiasi cosa, come scommettere, giocare d’azzardo: andavo semplicemente oltre ogni tipo di normalità.

E come l’ha aiutata l’amicizia?

Noi ex alcolisti ci comprendiamo, ci capiamo a vicenda, parliamo e condividiamo i problemi, ecco come.

Scrivere è stato uno strumento utile?

H a salvato la mia vita. Se si conosce solo la pazzia, allora la pazzia è la normalità: la scrittura mi ha mostrato che c’era dell’altro, un’altra strada.

Che peso ha avuto la figura di suo padre nella sua vita?

Non abbiamo avuto un buon rapporto quando ero un ragazzo, ma nel tempo siamo riusciti a costruirne uno migliore. Era molto passionale, intenso, “arrabbiato”, un vero artista, con forti emozioni per ogni cosa.

Sente in qualche modo presenti le sue radici italiane?

Sì, molto. La capacità di raccontare storie, di essere uno scrittore, viene dagli Abruzzi, viene dalla mia gente, tutti loro erano dei narratori, non lettori, non scrivevano e non leggevano, ma parlavano, raccontavano storie. Ecco come mio padre ha imparato a scrivere e come anch’io ho imparato. Penso che raccontare sia parte della cultura abruzzese.

Il suo stile narrativo a chi fa riferimento, quali sono i suoi modelli?

Mio padre ovviamente, poi Hubert Selby Jr., l’autore di Ultima fermata a Brooklyn e qualcosa di Hermann Hesse.

Vive a Los Angeles, una città molto violenta…

Sono al centro di una realtà molto violenta e, nello stesso tempo, vivo vicino all’oceano: ho bisogno dell’oceano e dell’aria aperta. Comunque, vivo in una zona della città non troppo violenta. Però preferirei vivere a Napoli.

È la seconda volta che viene in Italia. Che cosa le è piaciuto dell’Italia e, soprattutto, conosce qualche autore italiano?

Lo scrittore italiano che amo di più da sempre è Pirandello, molto amato anche da mio padre. Questo grande scrittore mi ha anche influenzato nel lavoro, con la sua bellissima semplicità, lo splendido stile.

Ci sono suoi libri non ancora tradotti in italiano che pensa di far tradurre?

C’è solo un libro che è stato tradotto solo in Francia, ma che non è ancora uscito in Italia.

Di Grazia Casagrande




28 settembre 2001