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Jeffrey Eugenides

Di origini greche (come rivela il cognome), ma molto americano (come mostrerà l’intervista), Eugenides, ora vive in Germania, e si pone come sintesi non solo tra Europa e Stati Uniti, ma anche tra passato e presente.

Ci racconta la storia di Middlesex la cui gestazione è durata nove anni?

Il libro ha avuto due diverse fasi di elaborazione. Avevo l’idea di scrivere un romanzo che avesse come protagonista un ermafrodito diverso da come questi esseri umani particolari sono sempre stati descritti in letteratura. Volevo descrivere una persona vera ed essere il più accurato possibile per quanto riguarda gli aspetti genetici, clinici e scientifici del caso. Ho passato molto tempo in una libreria medica a fare ricerche prima ancora di avere un’idea precisa dell’argomento del libro. Ciò che ho scoperto dagli studi compiuti è stata proprio la realtà genetica del fatto e a quel punto l’idea si è trasformata: non è stato più soltanto il racconto della vita di un singolo ermafrodito, ma di una famiglia che avesse certe caratteristiche genetiche.

Per quanto riguarda la famiglia, da quali presupposti è partito e com’è la famiglia di un ermafrodito?

Intendevo rappresentare qualcosa di inusuale come se fosse normale. Le persone così dette inter sex hanno infatti delle famiglie assolutamente nella norma e quella descritta nel romanzo ha le sue eccentricità, ma come tutti...
Nel libro poi parlo di molti fatti che accadono negli Stati Uniti: non era mia intenzione, e non corrisponde neppure alla realtà, il voler centrare l’attenzione su di un solo personaggio.

Scrivendo questo libro voleva porre l’attenzione più sull’aspetto psicologico dei singoli o sulla collettività?

L’idea iniziale era quella di scrivere la storia di un ermafrodito, ma poi mi è sembrata troppo restrittiva. Ho pensato di affrontare questioni più ampie e non solo la sessualità, fosse pure il passaggio da un sesso all’altro, che è qualcosa di particolarmente complesso. Alla fine ho deciso di porre l’attenzione su mutamenti più generali, cioè ho voluto descrivere una famiglia che migra dall’Asia Minore in America e che, arrivata negli Usa, compie una serie di “trasformazioni”.

Il narratore nei due romanzi è sempre interno alla storia. Che cosa significa questa scelta stilistica?

Nel primo il narratore era interno alla storia ma non era in grado di raccontarla: non era uno dei protagonisti (che si erano suicidati) a parlare, erano i sopravvissuti e il libro riguarda i loro sentimenti.
Quando si scrive una seconda opera normalmente è una specie di reazione alla prima. Per cui volevo che, in questo secondo romanzo, il narratore fosse non solo interno alla storia, ma che sapesse più di quello che normalmente una sola persona può conoscere. A volte paragono il narratore di Middlesex alla chiesa greca ortodossa: nelle chiese c’è una cupola con il Cristo Pantocratore e intorno a lui sono dipinte varie icone di santi. Quindi il narratore di Middlesex è un po’ come il Cristo Pantocratore che racconta il tema centrale ma è coadiuvato dalle figure che lo circondano.

Il protagonista, che porta il germe della diversità, arriva dall’esterno per cercare di creare delle trasformazioni. Anche negli Stati Uniti esistono elementi esterni che determinano delle trasformazioni? E in che senso?

Non considero il cambiamento un fattore precipuo della società americana. Potremmo far risalire il tema delle metamorfosi a Ovidio e non credo di aver scelto questo argomento come indicativo della trasformazione sociale negli Stati Uniti anche se l’idea del reinventarsi è sicuramente centrale nella letteratura americana. Non penso mai a una storia in termini astratti ma ragiono su qualcosa che mi obblighi a un percorso e incanali la mia riflessione. Scrivendo Middlesex stavo pensando al filone della “reinvenzione” americana a confronto con l’idea europea di “trasformazione”.

Qual è la sua visione rispetto ai due aspetti della “reinvenzione”, americana e della “trasformazione” europea, anche sul piano sociale e politico?

Mi è difficile rispondere perché potrei dire delle cose senza senso. Se mi metto a parlare del libro in modo astratto mi sembra di tradire la sua reale genesi che non ha nulla a che fare con un’astrazione. Quello che mi aveva attratto era l’idea di un mito antico aggiornato ai tempi odierni. La figura dell’ermafrodito, che è correlativa al tema dell’adolescenza, è stata quella che mi ha portato alla scrittura del romanzo. Volevo parlare di qualcosa che avviene nel mondo oggi e che ci riporta alla nostra adolescenza e alla nostra pubertà. Da americano non credo di essere tagliato fuori dalla letteratura europea. Per questo motivo mi sento in difficoltà a rispondere a domande che mettono in contrapposizione cultura europea e americana perché le mie influenze sono praticamente tutte europee.

Lei si sente sintesi di queste due culture?

Sarebbe un po’ troppo se pensassi a me come a una sintesi! So solo che sono arrivato dopo duemila anni di letteratura europea e dopo duecento di americana, ma vedo tutto ciò come una linea ininterrotta.

Questo romanzo comunque suscita delle domande sulla sessualità. Negli ultimi cinquant’anni i confini fra i generi si sono molti assottigliati e lo si vede anche in questo libro. Secondo lei il protagonista vuole invitare il lettore a una maggiore tolleranza?

Sì, sono d’accordo con questa interpretazione anche se in realtà non ne ero consapevole quando scrivevo. Indubbiamente nella mia vita ho visto i due sessi così destabilizzati che non so più bene che cosa voglia dire maschio e cosa invece voglia dire femmina. È un dibattito in corso e si riaccende continuamente grazie alla psicologia evoluzionista attualmente in auge. Io sono confuso su questo argomento e penso che siano più importanti altre differenze fra le persone rispetto ai generi, ai sessi. E proprio perché mi tormenta questo dibattito ho scritto un romanzo in cui il narratore è al centro delle due diverse realtà.

Qual è il ruolo e l’importanza del mito nella società contemporanea?

Ho scritto questo testo per attualizzare il mito e vestirlo con panni moderni: vive ancora, ma deve tener conto anche di altri fattori come ad esempio la genetica. I grandi romanzi sono delle favole ma devono contenere qualcosa di verosimile, componente necessaria a far credere ancora nel mito.

Perché ha fatto passare ben nove anni fra il primo e il secondo libro?

Non è stato per pigrizia. Ho avuto bisogno di molto tempo per riflettere su questo romanzo e una volta capito l’ambito nel quale mi sarei mosso ho realizzato che sarebbe stato vasto e che avrebbe richiesto anche una parte storica importante. Quindi ho dovuto informarmi non solo sulla storia della famiglia in questione, ma su tutta l’eredità genetica che scorreva nelle loro vene. Ho avuto una certa confusione all’inizio nella costruzione del romanzo e poi molto lavoro giornaliero nello strutturare l’opera. Ci sono diverse linee di racconto con una trama molto complessa.

La figura dell’ermafrodito è anche una metafora della doppiezza contemporanea e dell’ambiguità?

È una metafora dell’adolescenza. È la storia esasperata di quello che succede a tutti intorno ai quattordici, quindici anni quando non solo il carattere cambia, ma anche il corpo.

Di Grazia Casagrande




29 ottobre 2004