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Alain Elkann
"Nulla insegna più dei libri... Leggere libri è come laurearsi continuamente"

Alain Elkann, scrittore e giornalista, ha messo al centro della sua attività il tema della memoria e quello della libertà individuale di scelta.

Secondo lei, che ha spesso occasione di "tastare il polso" della situazione con interviste a scrittori ed editori e con articoli specializzati, c'è un ritorno alla lettura, all'amore per la lettura in questi ultimi anni?
Dipende. I libri sono meno attesi forse di prima. Quando io ero ragazzo, ad esempio, un libro di Elsa Morante o di Calvino che usciva suscitava una forte aspettativa. Adesso direi che c'è meno questo fenomeno. Però direi che globalmente il libro c'è, è in giro: c'è sia il tascabile da mille lire, che il libro rilegato, quello da leggere in treno o sulla spiaggia... Mi sembra di vedere più libri.
Più offerta forse...
Forse più offerta in edizioni varie di uno stesso libro: tascabile, rilegato, cuoio, mille lire. Ho l'impressione che se si vuole leggere Dostoevskij lo si possa leggere in diecimila modi... Anche riguardo i classici penso ci sia maggior offerta.
E di questa offerta tanta parte delle ultime uscite riguarda titoli sulla memoria, specie dell'olocausto. Come mai secondo lei questa ripresa del tema, dopo anni quasi di silenzio, al di là delle commemorazioni di Primo Levi?
Forse perché c'è una distanza, cinquant'anni, che consente una maggiore serenità di giudizio storico. Forse grazie ai paesi che adesso hanno accettato di dire sì c'è stato, sì, siamo stati colpevoli, sì abbiamo avuto le leggi razziali. Quindi senz'altro un bisogno di analizzare. Del resto non succede solo in Italia, ma anche in Francia e in altri paesi.
Forse anche perché l'uomo si è reso conto che è un fenomeno senza tempo, che può ripetersi...
C'è il desiderio di non dimenticare, di ricordare. Siccome viviamo in un mondo in cui la memoria storica è molto fugace e poca, probabilmente c'è un nuovo desiderio di far sì che certe cose non si ripetano e quindi non si dimentichino.
A proposito di memoria storica, esiste anche la memoria della propria famiglia, che lei affronta nel suo ultimo libro, I soldi devono restare in famiglia [edizioni Bompiani, ndr.]. Ce ne può parlare?
È un libro che risponde a quello che lei mi ha chiesto prima. È la storia di una nonna ebrea che non è tornata in Italia, che non vuole tornare in Italia, dopo la guerra, dall'America dove si è rifugiata, perché non perdona l'Italia, né gli italiani. Mi avete dato le leggi razziali, mi avete tolto i miei diritti civili, il lavoro, ecc. Benissimo ci siamo rifugiati in America dove ci hanno accolto a braccia aperte e ci hanno dato la possibilità di vivere e lavorare. Il nostro paese è diventato questo. È molto forte il personaggio di questa nonna, e questa nonna è un po' la metafora del non perdono che mi aveva insegnato il rabbino Toaff in un libro precedente che era Essere ebreo. Non un non perdono eterno, infatti questa nonna dice i miei nipoti non c'erano, perciò loro possono tornare. Da un lato c'è affezione per le radici italiane, la cultura italiana, la donna non nega questo. Nega il vivere in Italia. Invece il romanzo è un classico romanzo, che ruota attorno a un testamento, una famiglia che si disunisce e che poi si ricompatta.
Quindi si inserisce in quel filone di narrativa di memoria legato all'ambiente ebraico di cui si diceva prima...
Sì, anche perché è un ambiente che conosco, che amo. Queste cose sono successe in Italia, non come in Germania, si dice, perché non abbiamo avuto campi di sterminio così drammatici, però, insomma, c'è stata questa realtà e secondo me è la cosa più grave che possa succedere a un uomo. Certo la morte, lo sterminio di massa è una cosa talmente mostruosa e fuori dal mondo che è un obbrobrio assoluto di questo secolo. Non c'è nulla di peggio, come l'esplosione della bomba atomica, anche peggio. L'umiliazione, che invece è una cosa che tocca la vita quotidiana, è la cosa peggiore che può avvenire nella vita (cioè non nella morte) e gli ebrei italiani dovendo rinunciare a tutto (non potendo più andare a scuola, insegnare, ecc.) hanno subito una spaventosa umiliazione. E questa va ricordata e non accettata più. La discriminazione di una razza è una cosa mostruosa. Questi ebrei italiani che erano italiani come gli altri e più degli altri, che avevano vissuto, studiato e combattuto, da un giorno all'altro erano totalmente discriminati. Questa è una cosa indecente che va ricordata.
Quali sono stati i suoi libri di formazione, o quelli che comunque lei reputa importanti, imprescindibili?
Io penso che nulla sia indispensabile. È un po' spregiudicato quello che dico, ma credo che se uno vuole leggere, legge e se non vuole leggere, non legge. Penso che leggere sia come parlare l'inglese. È una cosa molto utile parlare l'inglese ed è chiaro che chi sa l'inglese e viaggia nel mondo si trova meglio di uno che non lo sa. Chi ha letto dei libri e ha il gusto della lettura certamente si trova meglio di chi non li ha letti, perché leggere libri è come laurearsi continuamente, come continuare ad andare avanti, a studiare, a conoscere, nulla ti insegna più dei libri. Poi però c'è gente che non vuole sapere, che resta ignorante. Io sono per la libertà di scelta. E non credo sia interessante tanto un libro, qualche libro. Penso che nella vita... io per esempio sono un lettore, ho letto tanti libri, qualcosa resta, qualcosa ritorna, qualcosa si ha voglia di rileggere, comunque il libro che mi interessa quasi sempre di più è il libro che sto per leggere.




13 agosto 1997