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Tom Egeland

Come sono proliferate le storie di maghi e maghetti dopo lo strepitoso successo internazionale di Harry Potter, così sulla scia di Dan Brown e del suo Codice Da Vinci oggi vanno per la maggiore i thrillers teologici, grazie ai quali apprendiamo fra l’altro che Gesù, sopravvissuto alla crocifissione, è andato in giro per il mondo con Maria Maddalena, dalla quale ha avuto molti figli.
Ma il caso editoriale più curioso è quello capitato al norvegese Tom Egeland, che due anni prima di Dan Brown ha avuto l’idea di gettarsi nel gossip biblico, scrivendo un romanzo sulla scoperta di un misterioso scrigno il cui segreto fatale avrebbe potuto sconvolgere il mondo. Il libro ebbe una circolazione nazionale, ma niente di più, finché la clamorosa affermazione mondiale di Dan Brown ha fatto da traino per Tom Egeland, il cui romanzo è diventato un best seller tradotto in dodici lingue, fra cui l’italiano. Per sfruttare a fondo l’”effetto alone” del Codice da Vinci, Tom Egeland ha aggiunto al suo testo, Il cerchio si chiude, una Postfazione in cui elenca somiglianze e differenze tra i due romanzi, rivelando la fonte comune, un testo del 1982, The Holy Blood and the Holy Grail, basato sull’annosa tradizione popolare dei presunti complotti della Chiesa per mettere a tacere segreti compromettenti.


A Tom Egeland, arrivato in Italia a presentare il libro, abbiamo subito chiesto se ha mandato a Dan Brown una bottiglia di champagne.

Forse avrei dovuto – ammette – ma non ho il suo indirizzo, perché Brown vive protetto come sotto una campana di vetro, nemmeno i suoi traduttori hanno contatti con lui. È diventato una sorta di pontefice letterario, fa le sue esternazioni da una finestra e poi sparisce.

A che cosa attribuisce questa infatuazione collettiva per argomenti non certo nuovi, dato che sul Santo Graal, sui cavalieri Templari e quant’altro, esiste una bibliografia folta e antichissima, a partire perlomeno dai romanzi cavallereschi di Chretién de Troyes?

Non so se è stato il successo del libro di Dan Brown a provocare tanto interesse, oppure il Codice Da Vinci ha avuto successo perché il momento era propizio. In questo secondo caso, potrebbe essere stato l’inizio del nuovo millennio a catalizzare le emozioni verso sopite attese messianiche.

Già reporter per un quotidiano di Oslo e attualmente direttore di un notiziario televisivo, Egeland ha al suo attivo tre gialli di successo, ma in Il cerchio si chiude ha creato un nuovo protagonista, il giovane archeologo Bijorn. Sarà il primo capitolo di una serie?

Mi diverte molto giocare con lui, è un uomo complesso, anche un po’ psicotico, ma appassionato e deciso. Sto già scrivendo il seguito del romanzo.

Questa intenzione è già preannunciata nella frase finale di Il cerchio si chiude: “La storia non è finita. Devo solo scoprire come prosegue”; è certo però che il sequel ha oggi maggiori probabilità di affermarsi, inserito in un filone tanto richiesto. Si ritiene leale con i lettori, nel chiarire che la trama è di pura invenzione, oppure gioca a insinuare il sospetto che si tratti di strabilianti rivelazioni?

È chiaro che la mia è una fiction, però non mi dispiace se i lettori ne traggono spunto per farsi domande, ad esempio, sui criteri della Chiesa nell’inserire nel Nuovo Testamento alcuni vangeli e non altri. Che cosa contenevano quelli espurgati?

In un’Europa che non ha voluto inserire nel suo Statuto nemmeno un accenno alle comuni matrici cristiane, ci sembra difficile ipotizzare che rivelazioni contenute in testi non canonici potrebbero provocare insuperabili traumi collettivi: e Tom Egeland si stringe perplesso nelle spalle, perché proprio questo, invece, è lo scenario che lui propone.
Se il successo del filone thriller biblico può guidare anche da noi le scelte editoriali, perché non ristampare Il Quinto Evangelio di Mario Pomilio, che ha notevoli punti in comune nella trama, ed è sorretto da intelligenza e buon gusto?

Di Daniela Pizzagalli




20 gennaio 2006