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Roddy Doyle

Indubbiamente uno degli autori che meglio rappresentano l’Irlanda tra tradizione e modernità, Roddy Doyle ha raggiunto la notorietà anche in Italia con The Commitments, da cui è stato tratto anche un film di successo con la regia di Alan Parker. Da quel momento la sua popolarità presso i lettori non ha più subito cedimenti e uno dopo l’altro tutti i suoi romanzi hanno scalato le classifiche di vendita, fino all’ultimo, Una faccia già vista, di cui ci parla in questa intervista.

Tre libri per un personaggio, Henry Smart. Com’è nata questa trilogia, del resto non ancora terminata?

Quando ho deciso di scrivere Una stella di nome Henry non sapevo che avrei dedicato tre libri a questo personaggio. Piuttosto, pensavo che fosse destinato a diventare un racconto, una storia unica e lunga su un unico personaggio. Scrivendo su un uomo nato nel primo Novecento è nata la voglia di percorrere tutto il secolo scorso insieme a lui, dopodiché mi è sembrato naturale dividere in varie parti queste storie e non di svilupparle in un volume unico, con l’intento di seguire inizialmente le avventure del personaggio in Irlanda e di proseguire poi negli Stati Uniti, per chiudere con il ritorno in Irlanda nel terzo libro.

Il taglio letterario sembra cambiare un po’ tra il primo volume e questo Una faccia già vista.

Nel passaggio dall’Irlanda agli Stati Uniti volevo introdurre un linguaggio e delle immagini che evocassero una certa tristezza, che dessero l’idea di un personaggio che comincia a maturare, a invecchiare. Non volevo raccontare le avventure di un giovane che invecchia e ho preferito dividere tutto in varie parti per evitare un contatto diretto tra le diverse età del protagonista. Siamo al secondo tempo e se non mi succederà nulla di brutto, ci sarà anche il terzo.

Nella prima parte di Una faccia già vista i protagonisti sono sconosciuti al lettore, che può immaginarli come desidera. Poi improvvisamente entra in scena Louis Armstrong, uno degli uomini di spettacolo più celebri al mondo. Perché questa scelta che in qualche modo limita l’immaginazione di chi legge?

Anche nel primo volume ho introdotto personaggi veri: c’è per esempio la figura dell’astronauta Michael Collins, molto famoso anche per il fatto di non aver realmente messo piede sulla luna perché quando scesero Armstrong e Aldrin lui rimase a bordo; ma c’è anche un romanziere irlandese, Collins, che ha circa trent’anni... Nel secondo volume ho deciso di introdurre Louis Armstrong, ma non è una decisione così sconvolgente. In un certo senso facendo questa operazione reinventiamo quei personaggi. Potremmo porci la questione morale su quanto possiamo permetterci di integrare nella fiction dei personaggi veri: è lecito fare questo? Io direi proprio di sì. Pensiamo a Guerra e pace: quali sarebbero le conseguenze se dovessimo togliere i personaggi storici? Il libro si sfalderebbe, perderebbe molto.
Ho scelto Armstrong perché l’ho sempre amato: è una persona che mi sarebbe piaciuto potuto poter incontrare e conoscere personalmente: c’è anche una componente di divertimento e affetto nella decisione di introdurre questo personaggio e di mescolare in questo modo alla fiction un personaggio realmente vissuto.

Ha scritto una trilogia anche per bambini.

Sì, anche per i bambini ho scritto una trilogia. In quel caso è successo che dopo il primo libro i miei figli dicevano: che bello,che bello, continua! così mi sono sentito incoraggiato e ho scritto il secondo libro, ma nel frattempo il figlio maggiore era cresciuto un po’ troppo per leggere libri illustrati per bambini... Devo dire che, pur non essendo più direttamente interessato, alla fine mi ha spronato a proseguire. Anche in questo caso, arrivato a quota tre mi sono reso conto che dovevo chiudere.
Questo ripetere la forma della trilogia mi suscita una strana sensazione: pur essendo ateo penso che in questo riemerga la mia educazione cattolica e l’analogia con la Santissima Trinità. Quindi il Dio in cui io non credo, forse qui si concede una beffa nei miei confronti e si fa una bella risata.

Ha scritto anche racconti?

Certo, ho scritto anche dei racconti, quattro o cinque, però mi considero di più un romanziere, perché mi piace lo spazio che questo mi consente, l’opportunità di andare avanti finché voglio, un po’ come la vita che prosegue. Del resto questa è un’abitudine irlandese: noi trasformiamo in storie epiche persino le barzellette!

Nello scrivere Una faccia già vista ha trovato similitudini tra le comunità irlandesi e afroamericane degli Stati Uniti di quegli anni?

Non vedo particolari analogie fra le comunità afroamericane e quelle irlandesi negli Stati Uniti. Penso che sarebbe eccessivo e forse pericoloso cercare un avvicinamento eccessivo fra queste esperienze.
L’analogia si potrebbe trovare nel fatto che gli appartenenti ad entrambe le comunità partirono malvolentieri per gli Stati Uniti: gli antenati degli attuali afroamericani non ebbero scelta perché furono portati via come schiavi, mentre gli irlandesi dell’Ottocento furono liberi di scegliere tra due opzioni forzate: “rimani a casa e crepi di fame o vai negli Stati Uniti”. Anche in questo caso, dunque, non si trattava di una vera scelta.

La sua ironia fa ragionare, riflettere. È uno strumento narrativo consapevole?

Mi piace provocare la risata ma anche far pensare le persone, anche se non dipende sempre da me, perché qualche volta le persone non ridono e qualche volta non pensano: non ci posso fare niente. C’è una discussione accademica dalle antiche origini che antepone la letteratura “alta” da una parte e la commedia dall’altra, come se ci fosse una scissione tra i due elementi. In realtà io penso che non ci siano vie di mezzo: nelle nostre vite troviamo sia il tragico che il comico. Personalmente non amo in particolare la battuta forte e risolutiva, anche se altri scrivono con successo in questo modo. Mi piace provocare la risata, ma voglio anche che il lettore girando pagina possa trovare qualcosa di scioccante che risvegli il suo interesse: tutto fa parte del “pacchetto”. Forse questo fa parte della mia indole, proviene dalla mia formazione familiare, dalle mie esperienze, dal linguaggio che ho sentito fin da bambino. Quando scrivo non voglio cambiare il mondo: io voglio raccontare semplicemente una storia in forma narrativa che abbia significato e importanza.

Vede in qualche giovane autore irlandese un suo emulo che possa proseguire sulla sua strada?

Talvolta in libreria mi capita di prendere in mano il libro di un irlandese, di guardare la quarta di copertina e di leggere “questo è il nuovo Roddy Doyle”. Per carità, non sono ancora morto, non serve ancora il nuovo Roddy Doyle!

Di Giulia Mozzato




21 ottobre 2005