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Intervista a Assia Djebar
Libertà è uscire di casa

Un'intellettuale, una signora elegante e raffinata, eppure ha sfidato la morte, ha saputo dichiarare il dissenso e la voglia di libertà, la radicale opposizione all'integralismo violento che domina nel suo paese. Incontriamo Assia Djebar e, con grande rispetto e ammirazione, ascoltiamo le sue opinioni sulla letteratura e la vita.


Quando ha pensato di presentare, attraverso i suoi romanzi, la condizione femminile algerina in Occidente e perché?
I o non ho pensato, mostrato, presentato: quello che descrivo è la realtà della mia infanzia. Non ho neppure pensato ad un pubblico. Se qualcuno comincia a scrivere lo fa per una esigenza interiore, per rendere più stabile, più chiaro quello che inizia a pensare, a cercare. Non ho un'idea del pubblico, del lettore.
Nelle donne che presenta, nelle loro vite c'è la testimonianza di una situazione, di una condizione.
S ì di certo. Dopo i quarant'anni e, dopo dieci anni di silenzio, ho cominciato a scrivere. All'inizio era il piacere a spingermi: era come montare un film, come rendere vivi dei personaggi che avevo in mente. Un piacere quasi gratuito. Ma è evidente che quando si comincia a scrivere si parte dall'esperienza dell'infanzia, dalla propria formazione, se fossi nata in Irlanda il mio mondo letterario sarebbe stato diverso. Non ho nemmeno pensato alle differenze tra Occidente e Oriente. Lasciata l'Algeria ho viaggiato molto, sono stata negli Stati Uniti, e quindi in Francia. Ho scritto in francese perché è una lingua più traducibile dell'arabo, la lingua stessa infatti e la sua traducibilità rendono più aperto l'Occidente. Mi ha spinto a scrivere l'urgenza di rappresentare la vita, una vita tragica, appassionata. Il bisogno di scrivere è l'illusione di lottare contro l'oblio, forse è proprio solo un'illusione. Gli eventi vengono raccontati da una persona all'altra, passano di bocca in bocca, ma un giorno si dimenticano, si cancellano: da qui il desiderio di fissarli. Ma è un sogno perché tutto si cancella.
Non tutto.
S ì invece, qualcosa per sparire può metterci anche più di duemila anni, ma alla fine tutto si cancella. Presso certe dinastie di faraoni c'era chi scriveva ogni fatto accaduto, eppure oggi tutto ciò è scomparso...
Evidentemente nel corso di una vita, per trenta, quarant'anni un libro può restare, può, a volte, anche sopravvivere al suo autore, può durare altri cinquanta, cento anni, ma tutto alla fine si cancella. Io ho l'esigenza di credere che la narrazione possa lottare, possa almeno cercare di lottare, contro l'oblio.
Può lottare anche contro l'arroganza del potere?
S ì, ma il potere e chi lo detiene, non è mai scalfito dalla letteratura. Quando a uno scrittore fanno domande in una trasmissione, quando vengono fatti commenti alle otto di sera da uno schermo televisivo, allora c'è qualche potente che si scandalizza e dice: "Ha osato dire questo, ha nominato e colpito quello", ma non va poi a leggere i libri, non sa davvero quello che lo scrittore denuncia.
Lei però ha avuto dei problemi in Algeria per quello che ha scritto e detto.
N on credo che i miei problemi siano stati più importanti di quelli di molte altre persone in Algeria. Non bisogna esagerare nel dipingermi come un'eroina. Ho incontrato moltissime donne che solo per aver detto buongiorno a qualcuno, per aver parlato con il vicino per la strada hanno subito pesanti persecuzioni o sono state uccise. Ho un'amica giudice (e non un giudice di cause politiche), molto conosciuta e importante, che per andare in tribunale doveva far controllare dalla sua porta di casa se ci fosse qualcuno che la seguisse, eppure andava senza paura a svolgere la sua professione. C'è un destino per ognuno. Certo c'è una minaccia contro la libertà di pensiero, ma c'è anche il destino individuale. Io resisto, so che i miei lettori insorgerebbero se mi fosse fatto qualcosa, e mi sento protetta. I miei libri si vendono e in molti paesi: questa è la mia sicurezza. Certo ho anche maggiori responsabilità. Ma la responsabilità è nel sapere che quello che viene detto, se si è noti, diventa molto importante. Sono un essere umano e posso sbagliare per cui faccio molta attenzione a quello che affermo. So se un mio libro è ben scritto, ma non ho la certezza che quello che dico in un dibattito sia la verità. Le televisioni mi chiedono commenti su fatti politici o di cronaca e io rispondo che quello non è il mio lavoro, non sono né una giornalista, né una specialista. E non perché non abbia il coraggio delle mie idee, ma perché non vorrei, sbagliandomi, indurre in errore altre persone. Ho diritto anche di sbagliarmi, vivo lontana dal mio paese...
Ma lo scrittore sa spesso vedere più lontano.
N on è questione di intuizione. Per quanto riguarda me, in Bianco d'Algeria, romanzo che ha forti caratteri politici (ma anche in Lontano da Medina), ho usato un metodo di lavoro che si risolve nel porre domande al passato (il passato più lontano), e cercare di vedere la struttura politica del Paese, la struttura delle abitudini psicologiche collettive, e nel vedere se ora, nella violenza e nell'intolleranza, queste sono cambiate. A partire da quanto il passato porta, come chiarimenti o spiegazioni, si può dire che la guerra civile non è inerente al fatto di essere musulmani. Il mio prossimo libro tratta del periodo in cui S. Agostino è stato in Algeria e si può vedere che i Donatisti erano integralisti come oggi lo sono i musulmani algerini, così sicuri di possedere la verità da diventare violenti per affermarla. In questo modo scrivendo utilizzo la competenza storica e assolvo al bisogno di narrare, di andare in profondità, rivolgendomi più al passato che al presente. Non credo molto all'intuizione...
Pensa che ci sarà una cultura sincretica, che accolga elementi occidentali e orientali, laici e religiosi?
L a cultura francese non è poi così laica. Esiste un integralismo laico, esempio ne sia l'espulsione di studentesse musulmane con il chador dalle scuole pubbliche francesi. Non si devono allontanare dalla scuola le ragazze che provengono da famiglie integraliste, perché a poco a poco, inserendole e integrandole, può esser fatto loro capire che esistono altri spazi, altre realtà. Anche in Italia la Chiesa continua ad avere una forte influenza sulla stessa Costituzione. In Algeria l'Islam è la religione della maggioranza della popolazione, ma non ci deve essere nessuno che obblighi a rispettarla. Dal 1962 maschi e femmine vanno a scuola insieme e questo è stata la prima cosa che gli integralisti volevano cambiare e per questo maestri e maestre sono stati uccisi ma, grazie a Dio, la scuola rimane mista. Non abbiamo una Costituzione davvero laica, ma rivendichiamo un Islam tollerante in cui sia possibile la coesistenza con le minoranze cristiana ed ebraica, come è avvenuto in passato.
In Europa oggi c'è una forte immigrazione islamica. Secondo lei, questo rappresenterà un problema?
N o, in Francia ci sono tre milioni di musulmani, è la seconda religione. Penso che invece potrà essere un'opportunità, perché i musulmani che vivono in Europa, uomini e donne, e sono una minoranza, se continuano ad approfondire la loro cultura, a leggere i loro testi hanno la possibilità di acquisire una concezione moderna di Islam.
Che cos'è per lei la libertà per una donna?
È molto semplice. È poter uscire liberamente dall'interno all'esterno. Ci sono ragazze a cui il cui padre o il fratello, a partire dai dieci anni, proibiscono di uscire: questo avveniva ai tempi di mia madre che non è più uscita di casa se non con il marito e sempre coperta da un velo. È la realtà dell'Afghanistan, dell'Arabia Saudita, non dell'Iran in cui le donne sono velate, ma possono svolgere tutte le attività, anche quelle maschili. L'obbligo per le donne di restare in casa significa renderle prigioniere: è quello che racconto nel mio ultimo romanzo. Come si impara a camminare per le strade se fino a trent'anni si è costrette a rimanere recluse? Questa è la prima libertà. E per questo ho deciso, tre anni dopo l'indipendenza, di non sopportare più l'idea di non potermene andare dal mio Paese senza l'autorizzazione dell'amministrazione: mi sembrava un attentato alla nostra indipendenza. Così ho lasciato l'Università, la mia casa confortevole (avevo già trent'anni) e sono andata a Parigi a completare i miei studi. Ho mantenuto la nazionalità algerina e la residenza nella mia città, ma avevo un indirizzo a Parigi: per me la libertà è libertà di movimento. Di certo però non è l'unica. Un'altra è l'imparare a ragionare con la propria testa, senza essere condizionati dalla televisione o dalla società dei consumi. Continuo a lavorare in Università e credo che il mio contributo consista proprio nell'insegnare a ragionare con la propria testa.



Intervista a cura di Grazia Casagrande




24 dicembre 1999