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Luca Di Fulvio

Da pochi giorni nelle librerie La scala di Dioniso di Luca Di Fulvio è un romanzo di culto. In tutti i sensi: sia perché i lettori più esigenti hanno ritrovato in questo libro quelle potenzialità già espresse ne L’impagliatore sia perché in tutto il romanzo, un thriller ambientato alla fine del ‘800, grava l’ombra di Dioniso.
Proprio da “La scala di Dioniso” Gabriele Salvatores trarrà il suo prossimo film.


Come è nata l'idea del libro?

Sentivo l’esigenza di staccarmi dalla contemporaneità per parlare del presente. Sembrerebbe una contraddizione di termini usare il passato per parlare dell’oggi, ma non è così. Il passato, se simbolico, metaforico, rende tutto più chiaro e non si rischia di rimanere invischiati nel particolare. In secondo luogo io non scrivo di serial killer rubati alla cronaca. Per me il serial killer è una maschera, la più pertinente e attuale del nostro mondo. Volevo far nascere insieme il secolo e la sua maschera più atroce. Ma a un certo punto brancolavo nel buio, non trovavo la chiave, l’invenzione che desse una vita propria e nello stesso tempo una giustificazione alla vicenda. Una sera ero in preda allo scoramento e Carla, la mia compagna, mi ha accarezzato i capelli e con gli occhi degli oracoli m’ha detto, apparentemente senza una ragione: «Rileggiti le Baccanti». Ho ripescato il mio vecchio libro con la traduzione di Edoardo Sanguineti. Non avevo finito di leggere il prologo che sapevo di cosa volevo scrivere. Dell’ultimo arrivato alla corte dell’Olimpo. Il bastardo. Metà dio, metà puttana. E quindi del Novecento dionisiaco che scalza l’Ottocento apollineo. Giorgio Colli, a proposito del sogno di Apollo e dell’ebbrezza di Dioniso, dà una definizione che cito molto spesso perché è straordinariamente efficace: “In realtà i due dèi non dispongono soltanto del sogno e dell’ebbrezza, come strumenti di liberazione. Prima d’ogni altra cosa, e in comune, possiedono l’uomo con la follia”.

Che ricerche ha svolto per riuscire ad immergere così bene il lettore nelle atmosfere del tempo?

A parte le verifiche di rito per impedirmi di scrivere castronerie, è un’epoca che conosco piuttosto bene, letterariamente più che storicamente. Alcuni dei miei autori preferiti - non solo Zola, come evidente, ma Dickens, Balzac, Hugo e, in particolar modo, Thomas Hardy – parlano proprio di quel mondo e di quell’epoca. Perciò il mio segreto, o la mia fortuna, è che in quelle atmosfere io ci sono immerso da sempre, come appassionato lettore prima ancora che come scrittore.

A proposito di tempo...la storia nasce e si sviluppa il 31 dicembre del 1899: una data che non è casuale...

No, naturalmente. Sentivo l’esigenza di ambientare il romanzo nell’epoca in cui si impongono le macchine, la tecnologia, la scienza, la psicologia. L’epoca delle istanze sociali. In una parola il Novecento. Ma in un momento in cui l’eco dell’Ottocento fosse ancora forte. Il vecchio e il nuovo ancora confusi tra loro. «È un assassino nato nel secolo passato ma che in questo nuovo si farà celebrare», si dice nel libro. Ed è esattamente ciò che ho cercato di fare.

La scelta dei nomi dei protagonisti ha diversi rimandi letterari...

Be’, sì, a parte gli evidenti rimandi a Zola e al suo Germinal, c’è la mitologia (Sciron non è altri che Chirone), poi il commissario capo si chiama Edward Sanguineti, in omaggio al nostro Sanguineti del quale ho usato la meravigliosa traduzione delle Baccanti. E c’è Noverre, trovato in Hoffmann, dove ho scoperto che era un ballerino del Settecento noto per la sua grazia, e Ignés, un nome inventato ma che doveva evocare il fuoco. Ma poi ci sono invenzioni dettate dal caso o dal gioco e che non hanno nulla di colto. Il nome Stigle, per esempio, mi è venuto in un vecchio ascensore dove l’originaria marca – Stigler Otis – era stata spezzata ed era rimasto solo Stigle. Oppure Boamorte, che è un giocatore di calcio. O Moltipenny, che suona un po’ come Miss Moneypenny, la segretaria innamorata di James Bond. E questo perché credo che bisogna sempre stare attenti a non prendersi troppo sul serio.

Quanto ha influito nella stesura del romanzo la possibilità che diventasse un film?

Pochissimo e moltissimo. Pochissimo perché quando mi è venuta in mente l’idea della Scala di Dioniso ho supposto che sarebbe stato un film impossibile da produrre per i budget italiani. Avevo già venduto al cinema due romanzi, L’impagliatore e Dover Beach, e questo fatto ovviamente mi condizionava. Però mi sono detto che io non scrivo per vendere al cinema, esattamente come in precedenza. Perciò, nonostante fossi certo che non sarebbe mai stato prodotto, sono andato avanti, perché era una storia che sentivo. Avevo scritto poco più di cento pagine che Gabriele Salvatores, sentendomi raccontare la trama, se n’è innamorato. E così, alla fine, il romanzo più difficile da produrre è stato adottato prima ancora che fosse scritto. E il cinema ha influito anche moltissimo perché a quel punto Maurizio Totti, il produttore, ha incaricato Carla Vangelista di scrivere il trattamento preparatorio alla sceneggiatura in tempi brevi, per tradurlo in inglese. E così io mi sono messo al computer con dei ritmi che raramente ho e che sono oggettivamente massacranti. Ma in questa tensione ho scritto le pagine che reputo migliori. Però il cinema non ha condizionato né la storia né le immagini. La comunione tra me e il cinema è una cosa naturale, non forzata o cercata.

Il romanzo riprende il mito di Dioniso: quanto ha influito Nietzsche o culti come quello di Mithra?

La nascita della tragedia di Nietzche è un testo fondamentale per chiunque abbia a che fare col mondo dell’arte. Non si può prescindere dallo studio di un testo tanto illuminante e visionario. A priori e non solamente per chi scrive di Dioniso. Ma detto questo io sono influenzato, ispirato, più dalla scrittura che dalla saggistica. La saggistica ha già decodificato, desunto regole, dato forma alla materia magmatica che invece compete a uno scrittore. In qualche modo stabilisce un punto fermo. La scrittura invece, nel mio caso le Baccanti, non dà mai riferimenti, è in continua mutazione, è un brodo primordiale che ribolle di possibilità di vita ogni volta diverse. E uno scrittore, secondo me, ha bisogno proprio di questo. Perché chi scrive è un fagocitatore più che uno studioso, è un saltimbanco più che un intellettuale.

Di Gian Paolo Serino




15 luglio 2005