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Lisa Dierbeck

Gli anni Settanta sono già storia: gli hippies, i viaggi psichedelici, il rock duro, appartengono all’immaginario di un’altra generazione, ma le radici trasgressive della società di oggi sono strettamente intrecciate a quella rivoluzione dei costumi che voleva essere liberatoria e finì spesso schiava della droga, come appare in Una piccola pastiglia gialla (Garzanti), romanzo d’esordio della quarantenne newyorkese Lisa Dierbeck. Il libro ha fatto scalpore negli USA perché descrive un rapporto sessuale tra uno spacciatore di droga e una bambina undicenne, ma la scena non è pornografica: l’autrice ha dominato l’argomento scabroso con delicatezza, mettendo a fuoco soprattutto la tensione psicologica.
All’autrice, in questi giorni in Italia, abbiamo chiesto:


Dopo il libro-denuncia di Alice Sebold, possiamo arguire che anche questo sia un romanzo autobiografico?

C’è qualcosa di simile, fra le mie esperienze e quelle dell’Alice protagonista del mio libro, ma non è autobiografico. Ad esempio, anch’io ho vissuto durante l’infanzia in una grande villa fra un via vai di eccentrici artisti, e anch’io ho avuto una pubertà precoce: a dodici anni avevo il fisico di una donna, ma a differenza della mia protagonista io non mi vergognavo del mio corpo, non volevo rimanere bambina.

L’argomento le è stato suggerito dall’attuale attenzione alla piaga della pedofilia?

No, perché avevo in mente questo romanzo da tantissimi anni: si può dire che ho incominciato a scrivere racconti proprio per padroneggiare la tecnica narrativa in vista di questo libro che avevo dentro da sempre. Inoltre non si può parlare di vera pedofilia perché Alice, pur non avendo ancora dodici anni, ne dimostra almeno diciotto.

Questa crescita improvvisa e anomala ricorda quella di Alice nel paese delle meraviglie: c’è un nesso con il romanzo di Lewis Carroll?

Assolutamente sì. Ho dato alla protagonista il nome dell’eroina di Carroll perché quel libro mi ha ossessionato nell’infanzia, soprattutto la crescita abnorme di Alice mi spaventava molto. Da Carroll ho preso anche l’osservazione della realtà dal punto di vista infantile: questo mi ha permesso di superare con levità scene molto crude, come quella dello stupro, perché Alice non comprende che cosa le sta accadendo, ed è consenziente proprio perché inconsapevole. Questa sua innocenza non toglie l’orrore del fatto, anzi coinvolge ancora di più il lettore, senza però disgustarlo con compiacimenti erotici estranei all’immaginazione della bambina.

Alice vuole diventare una vera artista, e ci riuscirà dopo il trauma subito: è stata l’esperienza del dolore a renderla più decisa e più forte?

Se Alice fosse stata debole, sarebbe uscita distrutta dall’incontro con J.D., lo spacciatore che nel romanzo rappresenta la corruzione e l’immoralità: invece ha in sé grandi risorse, e reagisce appropriandosi di un ruolo attivo. Diventerà quello che vuole, perché non si lascia abbattere dalla sconfitta: è plasmata dalla sofferenza, come ogni vero artista, secondo me, e impara a mettere i suoi obiettivi al primo posto.

Di Daniela Pizzagalli




15 ottobre 2004