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Anita Desai

"A volte mi domando se il mondo non sia impazzito, preso da tutte le sue bugie e illusioni. Riflettendo su questo mi chiedo dove potremo trovare un nuovo inizio in un mondo in cui prevale solo l'odio, l'ignoranza e la cecità". Anita Desai è una donna minuta e gentile, con lunghi capelli grigi elegantemente raccolti sulla nuca in una crocchia e il sobrio e immancabile sari che abitualmente indossa, ma le sue parole hanno un peso che travalica il suo aspetto: la forza della scrittura è quella di un gigante. Grande è stato il coraggio di scegliere una carriera così difficile per lei, donna e indiana, negli anni Cinquanta. Altrettanto coraggiosa la scelta di proseguire con quattro figli e una vita in giro per il mondo. Da cosa è nata la sua passione per la scrittura? Quali sono stati i suoi maestri letterari? Ne abbiamo parlato a Mantova, durante il Festivaletteratura.


Quali sono state le sue letture di formazione? Quali autori, se esistono, hanno "lasciato il segno" nella sua opera narrativa?
Ho assistito recentemente a un incontro con Antonia Byatt e ho trovato davvero curioso che io, una bambina cresciuta in India, avessi letto in quell'epoca più o meno i suoi stessi libri. La prima letteratura nella quale mi sono imbattuta era inglese, scritta in una lingua che non era quella dei miei genitori. E forse per questo motivo, l'inglese è diventata veramente la mia lingua, una lingua segreta alla quale mi sono attaccata molto; come tutti i giovani scrittori mi sono dovuta guardare intorno alla ricerca di modelli nuovi a cui ispirarmi. Guardare e scegliere. Ricordo che a nove anni incontrai Cime tempestose di Emily Brontë. Mi ricordo che mi fece il medesimo effetto che mi avrebbe fatto qualcuno che mi avesse afferrato e scosso violentemente dalla radice dei capelli.
Dopo quegli anni giovanili lessi e imparai molto di quello che definirei il "canone" della letteratura inglese: scrittori come Henry James, Virginia Woolf o D.H. Lawrence. Crescendo e acquisendo un'idea più chiara di quello che avrei voluto fare io con la lingua e con la scrittura, mi sono resa conto che dovevo "liberarmi" di questi scrittori per trovare una mia voce, ma queste sono scelte che non si compiono deliberatamente, che in qualche modo arrivano dall'inconscio. Da una parte sentivo un vero e proprio desiderio di affidarmi a quegli scrittori, dall'altra quello che io volevo scrivere (e lo sentivo profondamente) doveva venire dalla mia propria vita.

Liberatasi dal passato ha incontrato qualche autore importante nel presente?

Più recentemente tra le letture che mi hanno influenzano di più potrei citare i versi di poeti moderni come Ottavio Paz. Ma quello che è importante è che quando si legge, quando uno scrittore legge, deve "filtrare" ciò che legge: è un passo necessario per trovare la propria giusta tonalità, così che il lettore, aprendo le pagine di un tuo libro, sappia riconoscere che quel pezzo, quel brano è la tua voce.

Il problema della lingua. L'uso dell'inglese, ci ha detto in precedenza, è stata una scelta particolare legata alle letture infantili. C'è altro?

Durante agli anni della mia formazione sono cresciuta in mezzo a tre lingue, perché mia madre era tedesca. E anche qui, in modo inconsapevole, percepivo che ogni lingua ha il suo genius, il suo spirito e che la mia opera di scrittrice doveva rispecchiarlo, per quanto possibile. Del resto l'inglese è stata la lingua della mia istruzione e per me è sempre stata una lingua letteraria: è stato naturale usarla quando ho iniziato a inventare storie, a sei anni.

Lei scrive in molti luoghi diversi: in India, negli Stati Uniti, in Messico... Queste diverse dimore hanno influito o influiscono in qualche modo tangibile sulla sua scrittura, sulla scelta dei personaggi e sulla loro costruzione?

Non si può dire che io abbia viaggiato alla ricerca di nuovi materiali per la mia scrittura. Ho viaggiato, ma se anche avessi trascorso in India cent'anni non avrei neanche cominciato a scalfire la superficie del mio vissuto. Ma ho letto letterature di diversi paesi e sapevo, mentre leggevo, che ciascuna mi avrebbe a suo modo influenzato. E infatti è stato così. Quando io scrivo sull'India ho un'intimità tale con questo paese che posso seguire semplicemente il mio istinto: quando appartieni ad un luogo, ad un paese, non occorre che qualcuno ti dica o ti faccia notare questo o quell'aspetto perché lo riconosci in maniera istintiva. Al contrario quando viaggio in altri paesi a volte sono sopraffatta dalla sensazione di non capire esattamente quella realtà, di non afferrare le cose dal verso giusto. La mia scrittura sull'India procede in maniera lenta, profonda, mentre quando scrivo su altri paesi mi accorgo che la mia scrittura procede a sprazzi, per brevi immagini, è più spezzata, e quindi devo lavorarci di più per conferirle maggiore significato, maggior valore. La scrittura che scaturisce dal mio viaggiare è pervasa da una sorta di atmosfera frammentaria. E molto spesso dai miei viaggi sono scaturiti racconti brevi, con strutture che ho difficoltà a sviluppare e a espandere molto.

Se, quanto e come lei ritiene che le famiglie indiane oggi, più di quelle occidentali, "salvino" i figli proteggendoli dai loro stessi desideri?

È la grande ambiguità e contraddittorietà della vita familiare in India. Le famiglie indiane pensano che il proprio dovere sia proteggere i propri figli e salvarli da qualche pericolo. Ma la protezione che offrono può essere soffocante, può togliere il coraggio di uscire, di vedere le cose come stanno con i tuoi occhi. È un'arma a doppio taglio. La famiglia indiana è istintivamente protettiva nei riguardi dei propri figli e questa protezione sortisce l'effetto di soffocarli e di limitarli.

Nei suoi romanzi e nei racconti troviamo molte donne forti ma anche delle donne più sottomesse, uomini forti e uomini deboli. Come costruisce le sue figure maschili e femminili?

Quando ho cominciato a scrivere ero una giovane donna indiana e la cosa che mi interessava soprattutto era la condizione delle donne nella società del mio paese, poiché era l'unica che conoscevo veramente. Ho esplorato dunque la condizione delle donne in un libro dopo l'altro fino a quando ho avuto la sensazione di ribattere sempre lo stesso chiodo e ho avuto la sensazione di essermi rinchiusa in una gabbia. A questo punto ho sentito che dovevo fare qualche cosa per sottrarmi alla ristrettezza e limitatezza di quel materiale. È stata dunque una scelta deliberata quella di cominciare a lavorare su personaggi maschili ed esplorare il ruolo dell'uomo nella società indiana, naturalmente da una prospettiva diversa rispetto a quella femminile. È stato difficile, ma ho fatto questa scelta per amore di libertà. Sarebbe stato completamente irrealistico, parlo degli anni ‘50 o ‘60, scrivere di donne alle prese con i problemi della casa o della carriera. Ho dovuto per questo "portare dentro" la mia scrittura anche personaggi maschili, come i protagonisti di In custodia e Notte e nebbia a Bombay. Se ora dovessi tornare a parlare della condizione femminile in India so che la realtà sarebbe molto cambiata. Probabilmente per questo in uno dei racconti della nuova raccolta, Polvere di Diamante e altri racconti [Gli abitanti dei tetti, ndr] una giovane donna indiana, che è sì protetta ma anche liberata, va a vivere da sola in città, ha un lavoro, una carriera da costruire. Forse ora potrei costruire alcune storie anche con protagoniste femminili.

Cosa ci può insegnare l'India in questo momento particolarmente critico?

Non credo che l'India sia in grado di insegnare niente a nessuno in questo momento. Credo che sia altrettanto cieca di tanti altri paesi. Basti pensare alle violenze che contrappongono gli indù e i musulmani che in quel paese hanno vissuto fianco a fianco per secoli e adesso improvvisamente cercano di distruggersi a vicenda. A volte mi domando se il mondo non sia impazzito, preso da tutte le sue bugie e illusioni. Riflettendo su questo mi chiedo dove potremo trovare un nuovo inizio in un mondo in cui prevale solo l'odio, l'ignoranza e la cecità.

Di Giulia Mozzato




17 dicembre 2003