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Giorgio De Rienzo

Un drammatico romanzo, Il dolore di amare, uscito alcuni mesi or sono per i tipi Marsilio, ha portato un'intensa riflessione sul tema della sindrome depressiva, male difficile da affrontare anche per le persone che vivono accanto al malato. L'autore, Giorgio De Rienzo, scrittore, giornalista e docente universitario, ne ha parlato con noi in un'interessante approfondimento.

Il suo romanzo Il dolore di amare è tra i più tragici che io abbia letto negli ultimi anni. Come è nata la necessità di comunicare questa esperienza dolorosa attraverso la narrazione?
Il libro è nato originariamente per me, solamente per me, per superare quello che ovviamente bisognava superare; poi mi è stato ricordato che io sapevo scrivere, cioè di mestiere facevo lo scrittore, e che avrei potuto trovare un modo per cercare una qualche giustificazione a quello che mi era capitato, attraverso la scrittura. L'ho fatto e scrivendo sono riuscito a metabolizzare nel giro di un anno il lutto che avevo subito. Dopo di che, malgrado momenti di grande drammaticità (che sono presenti nel libro) in cui ho avuto la tentazione di seguire lo stesso destino della persona che ho amato, sono in qualche modo rinato, perché ho capito attraverso l'esplorazione dei documenti, delle fotografie, di tutto quello che rimaneva di lei (che ho man mano distrutto nel tentativo di interiorizzarlo) ho capito che non avevo responsabilità. Esisteva una qualche necessità e ho sentito alla fine di questo libro una sorta di "chiamata" misteriosa che mi invitava di nuovo a vivere e a ricominciare a vivere.

A mio giudizio è un romanzo importantissimo per chi vive accanto a una persona che soffre di questo genere di malattia, perché più di un saggio può portare idee e riflessioni. Secondo lei la letteratura cosa può trasmettere in questo senso?

Diciamo che molto prima che tutto questo accadesse (parliamo degli anni intorno al 1997) ho notato uno scollamento totale della letteratura dalla realtà anche nei cosiddetti "scrittori cannibali", nei giovani che in realtà rappresentano solo se stessi. La letteratura si è ripiegata su se stessa ed è diventata un esercizio di stile oppure narrazione di disagio personale. Ha perso contatto con i temi veri della vita. Subito dopo questo libro, ne ho scritto un altro (che non ho firmato) che ha avuto molto successo: Non sulle mie scale (pubblicato da Donzelli). È la storia di uno psicoanalista di Torino che ha vissuto sulla sua pelle la tragedia della delinquenza extra-comunitaria. Il protagonista è un uomo di sinistra, ha fatto la resistenza e per anni e anni ha invocato un minimo di legalità. Ne è nato un libro intensissimo e mi convinco sempre di più che la salvezza della letteratura, come dimostra il romanzo di Pontiggia, Nati due volte, sta nel ritrovare un contatto con la vita. Naturalmente attraverso la mediazione della scrittura e quindi la meditazione sulla vita, la riflessione silenziosa sull'esistenza, senza chiasso.

Suggerisce ai giovani, ai nuovi autori, di percorrere questa strada?

Sì, tenendo conto che la scrittura ha degli automatismi di riflessione. La tendenza dei giovani, o meglio del giovane che scrive di getto, è quella di trasmettere semplicemente sensazioni, emozioni che quasi sempre non si traducono in stile e quindi non riescono a incarnare quello che nel pensare o nel sentire o semplicemente nel dire ha tutta una serie di sussidiarità di altri elementi espressivi come i gesti, le intonazioni ecc. Cioè non si rendono conto che lo scrivere è qualcosa che si deve staccare da se stessi. Spero molto che la parola scritta rimanga perché è l'unico modo per trascrivere la realtà con quel tanto di riflessione, in quell'ambito di silenzio che alla nostra civiltà manca.

Ma rimarrà la parola scritta immagino...

Sì... ho qualche dubbio. Un po' mi riconforta internet perché comunque costringe a ritornare alla parola scritta. Per adesso è una parola un po' sciatta, però quando i navigatori raffineranno il loro linguaggio, capiranno che non esiste comunicazione senza un codice espressivo riflessivo, la parola scritta (proprio grazie alla rete che è la cosa più positiva che la nostra civiltà di comunicazione abbia portato, perché è interattività a differenza della televisione che invece è passività) avrà un suo avvenire. Penso che sarà l'unica via di salvezza.

Di Giulia Mozzato




9 novembre 2001