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Alain de Botton

Uno scrittore che ha fatto del viaggio, quello reale, quello interiore e soprattutto quello letterario, uno dei temi principali delle proprie opere. Partiamo così con lui in questa ricognizione dei più significativi luoghi letterari del Novecento.


Che cosa significa viaggiare e quale esperienza può darci?
Oggi si fa presto a viaggiare: un biglietto costa spesso non più di 100 euro e questo fa sì che non si dia valore al viaggio come un tempo. Anche se sembra un paradosso: quando una cosa è molto facile non la si apprezza più. È come nel matrimonio: un uomo conosce una donna e pensa che stare con lei sarebbe bellissimo, anche solo per una sera. Alla fine però riesce a sposarla e, dopo un po’, senza vederla più circondata dal mistero, se ne stanca. Siamo proprio ingrati.

Si può viaggiare con i libri? E nei libri?

Sì, certo. Si può essere trasportati in un altro luogo grazie a un libro. Certo il viaggio attraverso la pagina scritta è diverso rispetto a quello vero, ma le differenze sono interessanti. Per esempio se una persona mi fa vedere delle foto di un altro paese, compio una specie di percorso attraverso quelle foto, ma c’è differenza tra quello e il viaggio reale. Quando ci si sposta da un paese all’altro lo si fa con tutto il corpo non solo con gli occhi: viene coinvolto lo stomaco, posso avere le gambe o i piedi stanchi, il viso è esposto al sole o al freddo…

Lei ha scritto un libro su Proust. Quale importanza ha avuto questo scrittore nella sua vita?

Proust è uno scrittore che mi ha aperto gli occhi a una certa possibilità di scrivere, a romanzi che erano in qualche modo anche saggi. La sua opera infatti non è un romanzo, non ha una vera e propria trama. In Proust una conversazione tra due persone può durare anche un intero libro e un solo piccolo dettaglio può coprire un capitolo. L’idea di esaminare ogni singolo momento della vita mi ha aperto grandi possibilità di scrittura.

C’è quasi una contraddizione tra la vita claustrofobica di Proust e l’amore per i viaggi. Come coniuga queste due cose?

Proust dice che quando non si può viaggiare molto si apprezza di più il viaggio. Osservava con passione la primavera, ma la sua malattia, l’asma, gli impediva di andare in mezzo alla natura. Ricordava però che, durante l’infanzia, si soffermava spesso a guardare i fiori dei campi o i meli fioriti e questo ricordo, trattenuto nella memoria, era diventato tanto più prezioso proprio perché non poteva riproporsi nella realtà. Quindi la vita a volte fa sì che coloro che non possono uscire e muoversi liberamente apprezzino di più il mondo di coloro che sono permanentemente in viaggio. Per esempio le hostess degli aerei probabilmente non godono di quello che c’è di straordinario nel loro continuo spostarsi.

Ha parlato anche di Van Gogh e dell’arte. Che cosa significa il viaggio per un artista?

Che è pittore di colore e di dolore. Credo che Van Gogh sia un artista che ha saputo dare un visione intensa di una certa parte del mondo: viaggiando in Provenza spesso si pensa a lui perché si guardano gli alberi, il cielo, le piazze che ha dipinto e certamente la conoscenza di quei quadri influenza il nostro stesso sguardo. Ogni pittore può suscitare le stesse emozioni con altre regioni del mondo: si va a Amsterdam e si pensa ai pittori olandesi del XVIII secolo. In questo libro ho fatto l’esempio di Van Gogh in quanto pittore che ha aperto gli occhi su fenomeni che prima di lui non si riuscivano a vedere. Cioè l’idea di Oscar Wilde (facendo una citazione dal mio libro) che “non c’era molta nebbia a Londra sul Tamigi prima che qualcuno la dipingesse” è vera: la nebbia c’era, ma il genio di certi artisti sa mostrare quello che non si è abituati a osservare.

Oggi il viaggio è spesso organizzato. Viaggiare da soli o con un viaggio organizzato è la stessa cosa?

La formula “viaggio organizzato” è un paradosso, è come dire lettura organizzata o educazione organizzata. Ci sono esperienze che ognuno deve fare da solo. L’accompagnatore turistico dice che un dato museo o un particolare quadro sono importanti: è raro però che la nostra curiosità cammini di pari passo con il programma, per cui ci si trova magari annoiati di fronte a un quadro esaltato dalla guida o particolarmente emozionati di fronte a un altro assolutamente trascurato, ma… il pullman sta partendo e si deve andare via. È come se qualcuno ci leggesse un libro, sarebbe sempre o troppo lento o troppo veloce: leggere e viaggiare è una cosa che si deve fare da soli, si devono seguire i propri ritmi, non quelli organizzati da altri.

Che cosa rende importante il viaggiare?

Viaggiare è importante in sé e per sé. Se mi sposto in auto penso e guardo contemporaneamente molte cose. Amo tutta l’atmosfera che circonda il viaggio, certi alberghi, gli odori inconsueti, i colori inaspettati, il paesaggio che attraverso in auto o in treno: sono momenti durante i quali posso abbandonarmi ai sogni con tempi che a casa mia non ho. A casa la situazione è inevitabilmente sempre uguale, viaggiando invece tutto si trasforma continuamente con il cambiare del paesaggio e anche il pensiero è più fluido. Spesso si trova un’atmosfera melanconica negli alberghi, nei pullman o nei treni, dove tutti si sentono di passaggio. Se a casa propria si vive un disagio, ci si può sentire gli unici al mondo a soffrire, mentre in viaggio si è soli, ma con altri che lo sono altrettanto ed è psicologicamente molto meglio.

Uscirà presto in Italia un suo nuovo libro?

No, sto lavorando ora ad un libro che riguarda lo statuto sociale della società.

Di Grazia Casagrande




5 marzo 2004