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Giuseppe Culicchia

Il viso da eterno ragazzino di Culicchia non deve ingannare: è capace di indignarsi, sa essere molto severo, ma soprattutto sa scrivere. E in quest’ultimo romanzo dimostra di essere scrittore autentico, maturo, ricco e arricchente.

Perché hai scelto la narrazione in prima persona e con la voce di un adolescente?

Come lettore ho sempre apprezzato molto la narrazione in prima persona: ti permette di entrare subito in sintonia con la storia, di sentirti coinvolto, almeno quando funziona. Lettore e voce narrante sono (quasi) alla pari. vengono a sapere tutto ci che accade nel corso del romanzo nello stesso momento. Con la terza persona invece l'autore mantiene una distanza maggiore. Ma naturalmente la scelta del modo in cui raccontare una storia dipende dalla storia stessa. Il 1977 visto attraverso gli occhi di un paio di ragazzini doveva, per me, essere raccontato cos. Anche con ingenuità, in certi casi. O come in un sogno. Attila, la voce narrante, quando in tv vede gli scontri tra gli studenti del Movimento e la polizia pensa all'Iliade, scudi da una parte e dall'altra, e bastoni o manganelli o lacrimogeni al posto delle spade e delle lance.

La figura di Zazzi nasce da qualche ricordo personale?

Franz Zazzi un personaggio a cui ho cominciato a lavorare, anche solo sotto forma di frammento, molti anni fa. C'era già in Bla bla bla, anche se allora si chiamava Franz Kappa (compare quando il protagonista di quel libro chiama il suo vecchio compagno di scuola, Franz Kappa appunto, che nel frattempo ha aperto un sex-shop). E qualcosa di Zazzi c'era già anche in un paio di personaggi in Ambarabà, il neonazista che butta le molotov nei ristoranti cinesi perché non ne sopporta l'odore e il rapinatore che entra nel negozio di formaggi e si fa cacciare malamente dalla commessa e da una cliente.
Il paese delle meraviglie è un libro che mi ha ossessionato per molto tempo, credo di aver cominciato a scrivere per raccontare proprio questa storia, ma non sapevo da che parte prenderla e nel corso degli anni ci ho provato (fallendo) molte volte. Poi ho trovato Zazzi, e lui mi ha aiutato parecchio: per prima cosa ho scritto tutti i capitoli che lo riguardavano, poi ho lavorato agli altri, e alla fine ho impiegato mesi per trovare un filo conduttore, un ordine.
Zazzi allo stesso tempo comico e tragico, idealista e pragmatico, crudele e dolce. Ma soprattutto, malgrado sia un neofascista filonazista coi fiocchi, profondamente libero. La sua libertà è totale, e risulta molto spesso politicamente assai scorretta. Per me avere a che fare con Zazzi in quest'epoca dove vige per così dire il fascismo del politically correct è stato molto bello. Tra i miei personaggi in assoluto è quello che amo di più.

Quel drammatico periodo è osservato dagli occhi di due ragazzini: come sei riuscito "entrare" in una psicologia adolescenziale con tanta sincerità?

Quella è stata una delle difficoltà maggiori. Il problema era riuscire a mantenere un certo tono, spesso ingenuo ma altre volte no, ora sognante, ora triste, oppure arrabbiato, usando le parole che avrebbe usato un ragazzino di 14 anni che si ritrova a vivere quell'età nel bel mezzo dei cosiddetti anni di piombo. Ho cercato nella mia memoria, ho parlato con persone che avevano quell'età nel 77 (io ero un po' più giovane), ho cercato di farmi da parte e di far parlare Attila al posto mio, ascoltando che cosa aveva da dirmi.

Milano è la città dove succedono le cose e il lettore, come Attilio, ne vengono a conoscenza solo dalle lettere di Alice. Una modalità estremamente efficace, parlacene.

Raccontare il 77 non era cosa semplice, almeno per me. Che fare?, mi sono chiesto tantissime volte, quando non riuscivo a trovare un modo efficace per farlo. Uno dei progetti iniziali del libro era far raccontare la storia di Alice da Alice stessa. Ma non mi convinceva. Allora ho pensato che la cosa migliore fosse ricostruire un'epoca vedendola dai margini, dove per margini intendo sia il luogo in cui si svolge il libro, un piccolo paesino di campagna lontano dalle tensioni delle grandi città, sia il personaggio che dà il tono alla storia, e cioè il quattordicenne Attila. Volevo ricreare sulla pagina la percezione che del 77 ha avuto tantissima gente "comune", quella che per l'appunto non stava a Milano o a Bologna, e apprendeva i fatti dalla tv o dai giornali. Attila ha un vantaggio: c'è Alice, che andata a studiare alla Statale di Milano e che gli scrive queste lettere affettuose dove ogni tanto compare uno squarcio della Milano di allora. Un lettore che all'epoca aveva vent'anni mi ha detto che il libro riesce a restituire quel clima, forse proprio grazie all'angolazione che ho scelto, e la cosa naturalmente mi ha fatto molto piacere.

L'unico adulto positivo è il nonno, che è anche l'unico a saper comunicare con i ragazzi, gli altri ne escono piuttosto male: forse solo i più vecchi e i più giovani sono sinceri e spontanei?

Non so, forse il fatto che per motivi opposti i vecchi e i giovani possono permettersi il lusso della sincerità. Sono più diretti, più schietti. possono permetterselo anche grazie alla loro condizione, forse; non devono rendere conto delle loro opinioni, o se devono farlo scelgono di infischiarsene e di lasciare agli adulti la loro ipocrisia. Naturalmente possono prendere delle cantonate, o risultare ingenui. Ma hanno questa grande libertà, non devono abbassare la testa per non perdere il posto di lavoro, diciamo.
Giovani e vecchi sentono spesso, per motivi opposti, di non avere molto da perdere.

La scuola, anche in quegli anni, non appare capace di dialogare con i ragazzi: è l'istituzione in sé che non funziona o sono solo i professori?

La scuola un mondo che non conosco molto bene, non quella di oggi almeno. Spesso vengo invitato da licei o istituti tecnici, e mi rendo conto che da parte dei ragazzi c'è molto interesse, hanno voglia di ascoltare e di parlare, anche se non è facile. Molto dipende dai professori: quando ne trovi uno di quelli buoni, non te lo dimentichi. Ma in genere non si capaci di parlare ai giovani anche in famiglia. E comunque non si tratta di una questione legata al nostro tempo, è un fatto che ha a che vedere con la natura umana. Basta leggersi i classici, da Dickens a Mark Twain a Goethe a Dostoevskij, al più vicino Salinger, per tacere del povero Edipo, ovviamente.

Di Grazia Casagrande




16 aprile 2004