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Gil Courtemanche

In una delle scene più sconvolgenti del romanzo Una domenica in piscina a Kigali due sposi vengono tagliati a pezzi mentre sono costretti a fare l’amore davanti ai loro carnefici. È un po’ l’immagine simbolo di tutto il libro, in cui amore e morte, come in un grande classico, sono strettamente intrecciati.

È stato paragonato a Camus e a Greene, ma lei non è un letterato e questo è il suo primo romanzo?

Il mio mestiere è fare i documentari, è questo che mi ha portato in Ruanda, dove ho girato molte interviste sul tema dell’AIDS e del suo esponenziale sviluppo in Africa senza che si faccia qualcosa di serio e mirato per sconfiggerlo. Me ne sono andato nel 1993, quando ancora non si prevedeva l’imminente genocidio, anche se gli hutu si facevano sempre più minacciosi e scoppiavano frequenti disordini. Dopo l’eccidio del ’94 sono tornato, con l’intenzione di girare un documentario su questa immane tragedia che l’opinione pubblica internazionale aveva trangugiato con indegna indifferenza, dimostrando una volta di più che alla vita degli africani non viene attribuito lo stesso valore di quella dei bianchi.

Quando è riuscito a fare questo documentario dal tema così sconvolgente?

Non ho trovato nemmeno un produttore e ho rinunciato al progetto; qualche anno dopo un editore mi ha proposto di scrivere un libro di testimonianza, e ho ripreso gli appunti buttati giù nel ’94 sotto l’emozione dello straziante ritorno, senza aver più trovato le persone con le quali avevo lavorato l’anno prima. Ricordavo le loro speranze, i loro sogni, tutti cancellati da quella mostruosa ondata di violenza omicida, e ho pensato di scrivere un romanzo, perché solo attraverso la fiction avrei potuto realizzare i sogni dei miei amici. Ad esempio, ho fatto trovare l’amore alla taxista Emérite, che era la mia assistente e la mia guida nei labirinti di Kigali, ed era triste perché non trovava l’uomo giusto.

La piscina del titolo è quella del Grand Hotel di Kigali dove si consumavano i riti mondani dei turisti bianchi e dei notabili hutu e dove durante l’eccidio trovarono rifugio dei tutsi, rimasti poi assediati per giorni finché stremati si ridussero a bere l’acqua della piscina: è un episodio realmente avvenuto, ricostruito anche nel film di cui molto si parla, Hotel Ruanda.

Un film come questo, e così anche i libri come il mio non potranno comunque mai riuscire a scuotere l’indifferenza della gente, che non si interessa affatto alle conseguenze di questo eccidio. È vero. Oggi in Ruanda, con i tutsi al governo, la situazione si è in un certo senso normalizzata, anche se i pochi e lenti processi non hanno certo punito i veri colpevoli, comunque le migliaia di hutu scappati hanno provocato guerre a catena: nella zona del Congo ci sono stati più di cinque milioni di morti, su cui i mass media tacciono. Invece, che battage per lo tsunami nello Sri Lanka! L’opinione pubblica mondiale mobilitata, perché fra i morti c’erano ricchi turisti europei.

La coscienza collettiva internazionale forse non è stata tanto sconvolta dal genocidio in Ruanda perché è stato presentato come inevitabile?

Invece era evitabilissimo. C’erano 2500 soldati dell’ONU in Ruanda, ma non si sono mossi, perché Kofi Annan non ha dato l’ordine, a causa delle sue ambizioni politiche. Dopo ha pianto lacrime di coccodrillo, come fanno tutti del resto, di fronte allo sfacelo dell’Africa, causato da una politica di sfruttamento dissennato. Non si lascia neppure che l’Africa si salvi da sola, come potrebbe, con le sue ricche risorse. Un solo esempio: gli Stati Uniti impediscono di coltivare il cotone per non avere concorrenza, e poi ogni anno versano in aiuti ben più di quello che gli africani guadagnerebbero vendendo il loro cotone.

Nonostante tutti gli orrori visti e condivisi, il giornalista protagonista, suo alter ego, resta in Ruanda per partecipare alla ricostruzione, e il romanzo può concludersi con una frase di speranza: “Valcourt è felice”.

Io non sono pessimista perché credo nella grandezza dell’umanità, che alla fine supera anche i periodi più bui.

Di Daniela Pizzagalli




25 marzo 2005