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Intervista a Lella Costa
Leggere il teatro

Per la seconda volta Lella Costa offre ai suoi spettatori la possibilità di "rivivere" un po' i suoi splendidi spettacoli, leggendoli sulle pagine di un libro. Questa volta sono tre testi (Magoni, Stanca di guerra e Un'altra storia) a dare vita al volume Che faccia fare, di cui potete vedere una presentazione proprio nelle pagine del nostro Café letterario.
Nel leggere i testi risuona la sua voce conosciuta, mentre ci appare la sua figura minuta e allegra che sembra uscire dal libro e recitare solo per noi. Per questo ci viene la curiosità di saperne di più e di chiederle com'è nata l'idea di dare vita a questo libro e che lavoro ha comportato.



Cosa significa trasporre in un libro il testo di uno spettacolo teatrale?
È la seconda raccolta di testi che pubblico con Feltrinelli, la prima è uscita nel '92 e si chiamava La daga nel loden. Col tempo ho capito che forse sbaglio quando penso (ma lo penso ancora un po'...) che un testo teatrale debba vivere unicamente in teatro: non è fatto solo di scrittura, ma di pause, interpretazioni, presenza, ecc. È quindi un testo che mi sembra debba essere "detto". Quando si scrive per il teatro, per lo meno io quando scrivo con i miei autori, non scrivo per essere "letta", ma per dire, per raccontare. La tecnica è molto diversa, proprio come suono, come metrica, come scansione. Però mi rendo anche conto che spesso, soprattutto in spettacoli "pieni di parole" come sono i miei, può far piacere avere un testo da andare a rileggere, per ritrovarne alcune parti. Direi che è più un'operazione di documentazione, che non letteraria. Sono un po' scettica rispetto alla qualità letteraria dei miei testi.
Si tratta della trasposizione esatta dei testi degli spettacoli?
S ì. Magari abbiamo fatto qualche piccolo intervento per rendere più leggibile una versione che, parlata, vive di interruzioni, mimica, pause, gag, musiche, situazioni che richiederebbero una spiegazione. Ovviamente non abbiamo inserito le parti che sono puro "mimo". Non ha senso descrivere questi spezzoni dello spettacolo: è un modo per interrompere la lettura e comunque non può dare l'idea della realizzazione scenica.
Lei scrive con molti altri autori, tra i quali Baricco, che cita nell'Introduzione. Com'è stata la collaborazione con lui?
È stata una collaborazione che si è svolta esattamente come l'ho scritta. Sono rimasta incantata da lui quando faceva una trasmissione alla radio nel '92 e poi, naturalmente, ho letto i suoi libri... E ho trovato in lui una caratteristica che a me piace molto e che reputo un po' "di famiglia". Per carità, lui scrive molto meglio, ovviamente... Una specie di contiguità tra la scrittura malinconica, seria, profonda o addirittura drammatica e quella ironica. C'è in lui sempre un guizzo satirico, un giocare con le parole che mi piace molto. Ho cominciato così a chiedergli se mai avrebbe scritto qualcosa per me, e dopo alcuni anni ce l'ho fatta! È stato un bell'incontro. So che è un personaggio molto discusso, o troppo amato o assolutamente detestato. Sul piano personale posso garantire che è un amico delizioso. Per me soprattutto il suo contributo in Stanca di guerra è stato fondamentale perché ha scritto la storia che mi mancava. Non sono molto brava a scrivere storie, lui lo sa invece fare in modo straordinario.
Ha intenzione per il futuro di scrivere un testo esclusivamente letterario?
N o. Non credo di esserne capace e non credo che ce ne sia bisogno. Credo che sia già un privilegio enorme capire che cosa si sa fare nella vita... Non solo saper recitare, ma addirittura scrivere per recitare mi sembra veramente un grande dono, una grande soddisfazione e realizzazione. Mi rendo conto che può sembrare un po' patetico e velleitario, ma sono anche convinta che le cose vadano fatte perché se ne sente una qualche forma di necessità, un'urgenza di dire, di raccontare, di esprimere un'idea, che magari non è un concetto epocale, intendiamoci. Ho sempre fatto gli spettacoli partendo da questo presupposto. E credo che sia un "messaggio" che arriva con chiarezza al pubblico. Per me il teatro non è un pretesto per esibirmi, ma la voglia di esprimere qualcosa di cui avevo quasi la necessità di parlare. Viceversa non sento un bisogno analogo di esprimermi in modo letterario. Quelle storie, quegli spunti, quegli indizi riesco a comunicarli meglio attraverso il palcoscenico, quindi rassicurerei il mondo dell'editoria che non farò indesiderate incursioni in un campo che non è il mio.
Però immagino che continuerà a pubblicare i testi dei suoi prossimi spettacoli...
V edremo. Magari prima o poi mi piacerebbe anche fare un'operazione diversa. Affrontare, ad esempio, un "classico", non tanto con riletture del testo, ma partendo da un'altra chiave interpretativa (chiave presente anche in Stanca di guerra e nell'ultimo spettacolo Un'altra storia), cioè andando a prendere testi classici senza trasporli o riscriverli, ma lasciandoli come sono e da lì prendere lo spunto per andare a vedere "altro": vedere quanto ancora ci riguarda, quanto si possano raccontare e quanto siano ancora parte della nostra vita. Per cui magari (perché no?) prima o poi si potrebbe pensare di affrontare proprio un testo nella sua complessità. Ma, come diceva Humphrey Bogart in Casablanca, "non faccio mai programmi con tanto anticipo".
Lei ha un testo, un libro "della vita", o alcuni libri "memorabili", che hanno segnato il suo percorso di lettrice?
N e parlavo proprio l'altra sera con Serena Dandini, con la quale ho fatto una puntata della trasmissione televisiva Comici: è proprio difficile dire qual è il film o qual è il libro della tua vita. Perché si sedimentano nella memoria e rimangono lì, finché ne incontri altri e te li dimentichi. Ho una passione assoluta per le poesie di Eliot, che per me sono una sorta di viatico, e permangono sempre sul comodino (non per nulla in ogni mio spettacolo c'è una citazione da Eliot). Ed è un fatto bizzarro, perché si tratta di un autore che non c'entra niente con me, con la mia storia. È una fascinazione che non passa attraverso la razionalità o la presa di posizione. Ho tra i miei amori anche Il piccolo principe, Il giovane Holden (che secondo me è un libro di formazione ed è un suggerimento che mi viene da dare soprattutto a chi è più giovane) e tantissimi autori: da Baricco, al García Márquez di Cent'anni di solitudine, Daniel Pennac, Stendhal o sicuramente Flaubert, ma non riesco a dire "questo è il libro della mia vita" se si escludono, appunto le poesie del mio amatissimo Eliot, che mi seguono un po' dovunque.


Intervista a cura di Giulia Mozzato



Se desiderate approfondire l'argomento, nell'archivio del Café potete trovare altre interviste ad attori-autori che hanno affrontato l'esperienza letteraria, pubblicando uno o più libri: Enrico Bertolino, Claudio Bisio, Gene Gnocchi, Daniele Luttazzi, Antonio Rezza, David Riondino, Paolo Rossi




26 febbraio 1999