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Silvia Corbella

Storie e luoghi del gruppo: un viaggio nella psicoterapia
Silvia Corbella, notissima psicoanalista SPI, responsabile dell'area di psicoterapia individuale e di gruppo per la Scuola di Specializzazione in psicoterapia della COIRAG di Milano, è uno dei massimi esperti nella conduzione dei piccoli gruppi terapeutici, tanto che le è stato affidato il capitolo della terapia di gruppo nell'importante Trattato di Psicoanalisi pubblicato da Raffaello Cortina nel 1988. In questi giorni è uscito il suo nuovo libro, Storie e luoghi del gruppo (ed. Raffaello Cortina, pp.404, E. 28,50) che non è solo un vasto itinerario teorico e concettuale, ma anche una sorta di viaggio "relazionale" originale e coraggioso per il coinvolgimento personale, che coinvolge anche il lettore in un continuum tra scelta teorica e vissuto soggettivo, tra approfondimento cognitivo e testimonianza trasparente di sé.



Il libro sarà sicuramente un fondamentale strumento professionale per gli addetti ai lavori, ma in che modo può essere utile anche a un pubblico non specialista?
Un aspetto che caratterizza peculiarmente il mio libro rispetto ad altri scritti sul gruppo, è la costante relazione dialettica fra teoria e prassi. Già dal titolo sottolineo che la storia che si viene costruendo in ogni gruppo può costituire un fondamentale fattore terapeutico, quando il gruppo si costituisca come spazio transizionale fra mondo interno del soggetto e realtà esterna, luogo reale e metaforico di incontro e di scambio e quindi di trasformazione. Partendo dagli esempi clinici si viene immersi in tutta la complessità delle relazioni nel loro articolarsi: relazioni genitori- figli, relazioni fra pari, relazioni amorose e amicali ecc. Il libro rappresenta dunque una sorta di "guida" ai rapporti umani, dalla nascita alla morte, morte intesa sia nel suo significato simbolico di trasformazione, sia nel significato reale che implica un'elaborazione del lutto.

Quale è a suo parere la differenza tra psicoanalisi individuale e analisi di gruppo o gruppo-analisi?

Il gruppo e l'individuo sono come punti diversi di un continuum, dal momento che l'individualità specificamente umana può essere intesa in termini relazionali. Ogni essere umano nasce e si sviluppa all'interno di un gruppo, in un insieme di relazioni che lo aiuteranno o gli creeranno ostacoli nel suo incontro con il mondo. Sinteticamente si può dire che mentre nell'analisi individuale il paziente "narra" delle sue modalità relazionali e l'analista vede nel qui e ora dell'incontro solo come l'analizzato si comporta con lui, cioè con una figura che il ruolo rende per definizione autorevole, nell'analisi di gruppo il terapeuta vede "in diretta" come il paziente si comporta non solo con l'autorità, che può rappresentare una figura genitoriale, ma anche come si relaziona a persone che considera alla pari o anche per certi aspetti inferiori, come si comporta con gli individui dello stesso sesso o con persone di sesso opposto.

Quali le indicazioni o le controindicazioni al gruppo?

Una potenziale rete di guarigione, quale si dovrebbe poter costituire in un gruppo ben condotto, può fornire indicazioni adeguate per qualsiasi tipo di paziente, purché, avendo chiaro di che cosa ha maggiormente bisogno nel momento in cui effettua la richiesta, si abbia la possibilità di inserirlo nella rete a lui più idonea. A seconda dei casi quindi si potranno avere indicazioni per gruppi terapeutici a indirizzo analitico "classico", o per gruppi a termine, o per gruppi omogenei per età, sesso o patologia, e per gruppi a tema e anche di auto-aiuto. Molto sinteticamente possiamo dire che la valutazione per i criteri di inclusione in un qualsivoglia lavoro di gruppo dovrebbero tenere conto della comprensione dei benefici che il paziente potrebbe trarre dalla condivisione e dal confronto dei propri problemi e delle proprie difficoltà con altre persone, e dall'aumento di capacità comunicative e relazionali che possono derivarne. Personalmente ritengo specifico di qualsivoglia gruppo, (anche quelli con un numero molto ridotto di incontri), la costituzione di una storia comune condivisa, che insieme ad un positivo e continuato senso di appartenenza al gruppo stimola il costituirsi della consapevolezza di sé come soggetti avente valore e permette il riemergere di ricordi individuanti. Il gruppo poi, offrendo una nuova rete relazionale, a diversi livelli, può permettere esperienze affettive e cognitive che possono assumere una funzione riparativa del passato e prospettare soluzione diverse rispetto ai "soliti" problemi. Inoltre inevitabilmente la situazione gruppale pone l'accento su problemi relativi al dentro e fuori, ai propri e altrui limiti, intesi anche come confini e quindi anche alla prossimità e alla distanza ; perciò il gruppo è funzionale all'apprendimento di quale sia la distanza relazionale adeguata a seconda delle situazioni.
Credo a questo punto di aver chiarito che l'inclusione o l'esclusione da un lavoro di gruppo non può certamente derivare dalle etichette nosografiche anche se possiamo considerare assolutamente controindicate a qualsivoglia lavoro terapeutico di gruppo persone con malattie fisiche o alterazioni psichiche che costringono all'isolamento o che per la propria occupazione o per caratteristiche personali non possono rispettare il setting terapeutico specifico gruppale. Anche i pazienti che assumono in modo accentuato la difesa della negazione sono controindicati al lavoro di gruppo, perché non reggono l'esame di realtà a cui il gruppo può sottoporli e tendono a reagire con atteggiamenti distruttivi e con l'abbandono del gruppo medesimo.
Comunque l'indicazione o controindicazione per pazienti considerati difficili dipende molto dalle caratteristiche personali e dall'esperienza del terapeuta oltre che dalla particolare fase che il gruppo sta attraversando al momento dell'ipotizzato inserimento. Vi è infatti un profondo legame tra la capacità del terapeuta di integrare in sé stesso gli aspetti psicopatologici del paziente e la capacità del gruppo da lui condotto di integrare gli elementi più difficili.
L'essere in gruppo fa sperimentare ad ognuno la massima di Terenzio citata da Seneca ed Agostino " Homo sum: humani nihil a me alienum puto"

Cosa direbbe Freud del modo attuale di fare gruppoanalisi?

Innanzitutto sarebbe colpito dal fatto che tante persone accettino di raccontare aspetti intimi di sé di fronte ad altri e poi sarebbe stupito dall'uso del sogno che viene fatto nel gruppo.
All'interno della storia della psicoterapia di gruppo l'attenzione data fin dalle origini a ciò che accade nel qui e ora di ogni seduta, stimolando i partecipanti all'interazione, ha spostato l'interesse, anche per quanto riguarda il sogno, dalle dinamiche intrapsichiche al significato interpersonale presente nel contenuto manifesto Nel gruppo i pazienti sono "naturalmente" attenti al contenuto manifesto e associano su questo, e quindi ritengo che anche il terapeuta sia portato a co-sognare con il gruppo stimolato dal contenuto manifesto. L'importanza dell'interazione e delle associazioni dei singoli pazienti nel gruppo fa sì che spesso il sogno venga considerato come specchio del rapporto fra il sognatore ed il gruppo o addirittura della situazione gruppale del momento.

In gruppo però si parla spesso di situazioni reali...

INel gruppo la realtà affrontata è spesso una sorta di realtà virtuale, un laboratorio protetto, dove il soggetto può apprendere attraverso tentativi ed errori e grazie al lavoro in atto divenirne utilmente consapevole. Ciascun membro può modulare la propria partecipazione anche per il fatto che durante alcune sedute può mantenersi ascoltatore partecipe ma silenzioso e permettersi di attingere di volta in volta al livello di esperienza che in quel momento è in grado di tollerare, grazie ad una cultura che si è formata nella storia di ogni gruppo terapeutico, attenta a rispettare i tempi di ciascun partecipante.
Il gruppo permettendo ai singoli partecipanti di giocare in momenti differenti alternativamente i ruoli di figlio, madre e padre, marito, moglie e amante, facilita il riconoscimento della persona dietro alla maschera-ruolo. Per esempio nell'interazione gruppale è possibile evidenziare che gli uomini e le donne non sono fatti tutti con lo stampino e che perciò non si può continuare a pensare per stereotipi. Così si comincia ad intravedere la possibilità di passare dalla distinzione per genere o categoria alla distinzione fra persone, che consente di andare oltre i modelli familiari e stimola la ricerca individuale. In ogni gruppo, il passaggio dallo stereotipo alla persona permette anche di migliorare l'integrazione fra diversi aspetti di sé, sia fisici che psichici. Una volta compreso il problema della propria identità, anche la propria realtà corporea viene vista in modo molto più realistico e positivo. Spesso si fa strada una nuova consapevolezza del rapporto uomo-donna che permette di intravedere modalità più mature di relazionarsi reciprocamente.

Di Daniela Pizzagalli




4 giugno 2003