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Giuseppe Conte

Poeta e romanziere, Giuseppe Conte è nato e vive a Imperia dove siamo andato a trovarlo nella sua casa alta sul mare per questa intervista. E chissà se è stato solo un caso che fosse una giornata spazzata dal vento, con un mare grigio piombo frantumato dalla spuma delle onde e un cielo gravato dalla tempesta come in una pagina del suo romanzo.

Perché la scelta di Percy Bisshe Shelley? Perché è un poeta? Perché è morto tragicamente in mare? Perché il romanzo vuole essere un omaggio alla Poesia in un mondo così prosaico?

Per tutti e tre i motivi. Perché sono stato traduttore di Shelley, sono innamorato della sua poesia, mi ha sempre affascinato l’aspetto estremistico e oltranzista della sua vita. E certamente il libro è anche una difesa della Poesia, di quello che c’è di poetico nel mondo.

O ancora, per rendere giustizia ad un poeta adombrato dal più famoso ed esibizionista Byron?

Qualcuno mi ha chiesto perché ho rappresentato Byron come un pervertito. Non sono stato io a contrapporre i due poeti: nelle ultime lettere di Shelley si avverte la diffidenza tra i due, la loro è un’amicizia con una sottintesa rivalità, tra di loro c’è una differenza quasi urticante, una contrapposizione tra due diversi modi di essere. Shelley è un uomo di fede, di utopia, di ideali, Byron è un aristocratico, vuole essere chiamato Milord, si vota al culto di se stesso. Byron nel mio romanzo è quello che appare dalle lettere di Shelley che ne parla come di un uomo senza onore, un uomo a cui non si possono imporre regole di onore perché vive nel suo cinismo. Byron ha lasciato morire Allegra, la figlia sua e di Claire, non ha risposto alle proteste di Claire e sul piano politico non era disposto a impegnarsi fino in fondo. Lui era legato soprattutto alla sua origine aristocratica. Nel mio libro il punto di vista è quello del clan Shelley - è sintomatica la lotta per cancellare il nome Don Juan dall’imbarcazione di Shelley. Quello era un omaggio obbligato a Byron, ed è strano che il nome non venisse via neppure con la trementina. Chiaro che Shelley non volesse quel nome, il Don Juan di Byron era il best seller europeo del momento.

Il mare era già stato uno dei “protagonisti” del suo romanzo Il terzo ufficiale e si sa che lei non riesce a vivere lontano dal mare…

Mi rendo conto che il mare continua ad essere il protagonista assoluto, sia nel romanzo precedente sia in questo. Forse in questo pesa la mia biografia, io sono un uomo che viaggia da un mare all’altro, che non si è mai sradicato dal proprio mare e che, quando abitava in pianura, guardava sempre in direzione del mare. È un simbolo potente e misterioso, è un orizzonte, in francese è la mer al femminile, come la madre, in italiano è al maschile come un padre divino, una scuola di libertà, il mare è il luogo dove si può essere liberi. Il mio capitano parla di battaglie sul mare, è sul mare che uno cerca il riscatto della propria vita. Ma il mare vuol dire anche tempeste, il mare è anche fonte di dolori, è un simbolo immenso che contiene tutto quello che c’è da dire sulla vita e sulla morte.

Insieme al mare nel libro si sente anche tutta la sua “ligurità”, la natura, i profumi, il dialetto della Liguria che erano già presenti nelle sue poesie: che significato ha questo ritorno così intenso alla sua terra?

In realtà la Liguria di Lerici è un po’ diversa dalla Liguria di Ponente, ma per via dei colori, della sonorità, della luce è l’immagine ideale della Liguria. Il Golfo dei Poeti è l’archetipo della Liguria, ci sono i sapori e i profumi. E mi piaceva far convergere una storia universale con un contesto così circoscritto. Mi sembrava importante legare questa regione così, anche se io sono un ligure un po’ trasversale, sono meno radicato di altri scrittori liguri, sono un viaggiatore. Ma , se posso, faccio sempre entrare nei miei libri la matrice ligure, più di mare e di avventura.

L’aver inserito nel romanzo l’atmosfera di un complotto contro la vita di Shelley corrisponde ad un gusto del momento? O è stata pensata per non rendere il libro una noiosa biografia?

La spiegazione è proprio nell’aggettivo “noiosa”: ci sono già tante biografie di Shelley e scrivere oggi un’altra biografia del poeta avrebbe avuto il risultato di essere noiosa. Ma non volevo adeguarmi ad una moda: mi ha convinto il fatto che, quando Shelley nel 1812 era andato in Irlanda per sobillare gli irlandesi alla rivolta, fu schedato da due agenti infiltrati nel teatro di Dublino che mandavano regolarmente i loro rapporti a Londra. Da qui mi è scattata l’idea, l’esistenza di questi rapporti mi ha autorizzato filologicamente alla trama del complotto.

Perché dare il nome del critico letterario Samuel Johnson al personaggio “spia”?

Perché in realtà è lui che si firma così, perché dichiara di aver voluto, in giovinezza, essere un critico, e tra questi il suo modello era il più grande critico inglese, così grande da essere conosciuto come “il Dottor” Johnson. Mi sembrava che ci fosse dell’autorità in questo nome e mi pareva un nome adeguato per un uomo asservito all’autorità. C’è poi anche un altro gioco nel nome: Paul Johnson è autore di una stroncatura feroce di Shelley. E anche il personaggio di Johnson nel romanzo stronca Shelley, ne vede tutto il male possibile.

Ci sono due soprannomi che vengono attribuiti a Shelley, il Serpente e Shiloh: da dove provengono?

I soprannomi sono entrambi creazione di Byron. Nella sua doppiezza Byron chiamava Shelley il Serpente, con un richiamo biblico e diabolico. Shelley si compiaceva di questo soprannome perché il serpente è anche incantatore. Shiloh è un nome ebraico che vuol dire Messia. Il riferimento è ad una falsa profetessa inglese che aveva fatto scalpore per aver avuto un figlio a 65 anni e diceva che sarebbe stato il Salvatore del Mondo, Shiloh. Per Byron Shiloh è il falso profeta, e chiamava così Shelley alle sue spalle, per deriderlo. E poi c’è l’assonanza tra i due nomi, Shelley e Shiloh.

Sono molti i personaggi femminili in questo romanzo, tutte le donne di Shelley e le donne che ruotano intorno al capitano Medusei: quale ideale femminino rappresentano la sorella Arianna e la prostituta Bice?

Arianna e Bice sono nate da due esigenze diverse. Arianna è la corifea del villaggio, esprime le voci della gente comune, anche se lei non è una persona comune, è una donna non convenzionale, ma adotta il punto di vista del villaggio e si lega a Claire Clairmont, la meno convenzionale delle donne di Villa Magni. Mi serviva il punto di vista che fa da alternativa al capitano, un uomo vinto, con una tragedia alle spalle, mentre lei è solare e aperta, più immediata. E mi interessava il contrasto con la madre, il rapporto con il padre, visti da due angolature diverse. Bice, invece, nella prima stesura mi serviva per conoscere le perversioni di Byron, e poi è un personaggio che mi è cresciuto tra le mani: a poco a poco questa figura di reietta trovava la sua umanità nell’aiutare un altro perdente. Il loro è un amore come fratellanza tra due perdenti in cerca di riscatto.

Di Marilia Piccone




31 maggio 2005