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Michael Connelly

Un maestro del thriller non delude mai! Un protagonista “sconosciuto” ai lettori di Connelly così come “l’utente” da cui ha avvio il romanzo: in questa intervista è l’autore stesso a guidarci nella lettura del suo ultimo thriller, Utente sconosciuto

Questo romanzo mi sembra abbia due temi fondamentali: la tecnologia sempre più raffinata che può indurre alla criminalità, allo spionaggio industriale e la tecnologia come fonte di guadagni sconfinati, ad esempio attraverso la pornografia. Vede anche qualche possibilità positiva oppure ne avverte solo i rischi?

Sì, in effetti qualcosa di buono c’è e credo di averne anche accennato nel libro. Le tecnologie avanzate daranno vantaggi in diversi ambiti per noi di enorme importanza: gli scambi saranno sempre più rapidi, il mondo delle comunicazioni si è già trasformato e cambierà ancora, e straordinarie saranno anche le novità relative alla medicina che è così importante per tutti. Questi sono i lati positivi. Ovviamente in ogni cosa ci sono due lati della medaglia e io, essendo uno scrittore di libri gialli, ho dovuto guardare di più a quello oscuro.

Il protagonista di Utente sconosciuto, Henry Pierce, riesce a scoprire la trama tessuta intorno a lui perché utilizza la mentalità scientifica che possiede per professione?

Sì, è proprio così. La mia aspirazione è stata quella di far vedere come uno scienziato può applicare il suo background culturale a una investigazione poliziesca e farlo in maniera produttiva. Fino ad ora, per avere informazioni e non dire sciocchezze, ho sempre trattato con investigatori, giornalisti, reporter, detective, insomma persone del mestiere. Questa volta invece mi sono dovuto rapportare con degli scienziati, perché volevo creare un personaggio completamente differente dai precedenti e mi sono detto: uno scienziato, con l’impostazione mentale tipica del ricercatore dovrebbe essere adatto! Così il mio protagonista si mette a fare l’investigatore dilettante, usa le armi del suo mestiere, quelle della ricerca scientifica, e trova la soluzione del caso.

Il protagonista è fratello di una delle vittime di un suo precedente romanzo. Perché ha scelto di fare un’autocitazione?

Per due ragioni. Prima di tutto cerco (credo che sia normale per uno scrittore) di mantenere una certa sequenzialità nei miei libri: per esempio l’azione si svolge sempre nella città di Los Angeles e nello stesso lasso di tempo.
Così mi piace, se riesco, fare anche dei collegamenti tra i personaggi, da un libro all’altro. Ed ecco la seconda ragione: mi sembra di ringraziare il lettore che mi ha seguito nelle opere precedenti facendogli ritrovare una persona che già conosce. Il lettore dentro di sé pensa: “ah questo lo conosco, l’ho letto in un altro libro” e ne è contento. È la stessa reazione che ho io, che sono un accanito lettore, se trovo un collegamento tra i vari libri che leggo.

A un certo punto, il protagonista diffida di tutti, addirittura della donna che ama. È giusto non dare mai per scontato un legame e un affetto?

Questa è una delle contraddizioni che ho volutamente inserito. Come scienziato Pierce deve sempre dubitare di tutto quello che è stato detto o fatto, anche se provato precedentemente: deve partire sempre dall’idea che i risultati che dava per acquisiti, possono cambiare in qualsiasi momento, e questo va bene. Ma fa un grosso errore, perché estende questo tipo di mentalità anche al fattore umano e finisce per non fidarsi della donna assolutamente innocente che lui ama e che lo ama a sua volta: questo è un grosso errore, e anche lui se ne renderà conto alla fine...

Come affronta abitualmente la scrittura? Ha tempi, momenti, luoghi in cui preferisce scrivere?

Seguo una mia ritualità. L’inizio di un romanzo per me è la parte più ardua: comincio lentamente, non riesco a scrivere molte ore al giorno perché mi stanco molto. Poi, quando l’azione comincia a “muoversi”, scrivo di più e in modo regolare, con orari e intervalli precisi. Quando il romanzo arriva verso la sua conclusione, scrivo sempre, come un folle, vado avanti senza tregua. Dal punto di vista dell’ambiente in cui scrivo, a me piace avere le tende tirate ed essere completamente al buio con una lampada sulla scrivania che mi illumini unicamente lo spazio di scrittura. Non voglio sapere che ora sia, non voglio rendermi conto se il sole sta calando o è ancora all’apice. Il mio spazio e il mio tempo sono la mia scrivania e il mio computer. Con un’eccezione: questo libro. La situazione è stata molto diversa, l’ispirazione mi è venuta da un fatto personale. Ho traslocato tre anni fa, e quando sono arrivato nel nuovo appartamento, mi sono reso conto che il numero che mi avevano dato era stato precedentemente di un’altra persona, così continuavano ad arrivare telefonate che chiedevano di quella persona ed erano tutti molto sconcertati di non trovarla e di non averne più notizia. Evidentemente era sparita senza avvertire nessuno e questo mi ha fatto pensare. Per fortuna non ho seguito la stessa direzione presa dal protagonista del libro però, seguendo una ispirazione personale, ero già caricato psicologicamente e non ho avuto un inizio faticoso e lento.
E poi c’è anche un’altra cosa che differenzia come ritualità quest’ultimo dagli altri miei libri: quando scrivo un libro che ha Harry Bosch come protagonista se ho bisogno di informazioni mi fermo un attimo e, senza muovermi dal mio studio, telefono a detective, poliziotti, gente che conosco, e questi mi dicono “no, questo non è possibile, noi facciamo così o colà”. Per Utente sconosciuto, molto spesso dovevo andare all’Università a fare delle ricerche, dovevo parlare con persone competenti per farmi dare spiegazioni piuttosto ostiche e così ero costretto a rimanere lontano dal mio computer per molto tempo.

Il libro, oltre ad essere un gran bel romanzo, è anche denso di immagini, quasi cinematografiche. Qual è il suo rapporto col cinema? Quali film preferisce?

Amo tutti i film dello stesso genere di cui io scrivo, cioè i thriller e le trame complesse. Quando scrivo però non penso a come il libro potrebbe essere tradotto in film, ma vivo le scene che descrivo attraverso i miei occhi e questo si rispecchia poi nella scrittura. Per questo libro in particolare sono stato contattato dagli Studios di Hollywood, che lo hanno opzionato, però non so che cosa ne verrà fuori, la situazione è un po’ stagnante e devo dire che è una modalità tipica di Hollywood: su cento libri che scelgono alla fine di film ne fanno uno!

Ascolta musica quando scrive? C’è una specie di colonna sonora nei suoi libri?

In genere mentre scrivo ascolto jazz, ma se faccio ascoltare della musica al protagonista o a un mio personaggio, anch’io mi metterò ad ascoltare lo stesso pezzo che cito. Per me nel processo creativo del libro la musica è molto importante perché aggiunge qualcosa sia alla personalità del protagonista sia all’ambientazione.

Di Grazia Casagrande




9 settembre 2005