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Michael Connelly

Un maestro riconosciuto dell'horror, un grande scrittore che ha in Italia, come in tutto il mondo, una vasta schiera di ammiratori. Un uomo discreto e gentile che ci ha permette con questa intervista di fare luce sul "Buio oltre la notte"


Da cosa è nata l'idea di far incontrare i tuoi detective?
È nata dal personaggio Bosch perché volevo capire fino a che punto si sarebbe immerso nell'oscurità che lo sta avvolgendo: come si sa se ci si immerge nel male e nell'oscurità se ne viene catturati. Volevo esplorare sempre di più le caratteristiche di Harry Bosch e ho pensato non solo di parlarne dal punto di vista dei casi che stava seguendo (e come), ma scegliendo anche di vederlo attraverso gli occhi di un'altra persona. A questo punto mi è parsa una buona idea scegliere un personaggio che il pubblico già conosceva.

Come mai però uno dei due arriva a diffidare dell'altro e a sospettarlo responsabile di un omicidio tremendo? Cosa c'è dentro l'animo di questi poliziotti?

Questa è un'ottima domanda ed è anche in parte la ragione che mi ha fatto mettere due personaggi nello stesso libro. Il fatto è che con quel tipo di lavoro le persone vengono portate a percorrere un sentiero molto vicino all'abisso e a guardarci dentro molto più spesso. Questo fa sì che diventino ciniche e che siano pronte ad accettare qualsiasi cosa, anche la corruzione nel proprio collega. Non escludono niente perché la moralità che hanno dentro di loro è spesso infangata da quello che vedono fuori. Ho impiegato un anno a scrivere questo libro e devo dire che io cerco di scrivere sempre qualcosa che mi "tenga sveglio", per questo ho scelto questi due uomini così diversi anche nei codici morali. Bosch considera il suo lavoro come una missione religiosa, in maniera fanatica in un certo senso, un po' una vocazione e si immagina nel ruolo dell'angelo vendicatore: sono qui a difendere i diritti di tutti i morti ammazzati. McCaleb è una persona più normale, che ritiene che questa sia la sua professione, svolta con scrupolo e in maniera raffinata, ma pur sempre la sua professione.

Vorrei soffermarmi su questo argomento. Come può accadere che quelli che dovrebbero difenderci dai criminali talvolta si comportino in modo scorretto?

Ci sono molte ragioni che spiegano gli episodi di violenza da parte dei poliziotti realmente successi, ma è necessario fare un passo indietro "storico". Parlerò di Los Angeles perché conosco bene questa città. Quello che ha portato al dramma di Rodney King, il ragazzo nero ucciso da un poliziotto, cosa che tutti abbiamo visto in video, ha delle radici molto lontane. Nel passato sono state prese delle decisioni politiche nella municipalità di Los Angeles che hanno reso il corpo di polizia completamente isolato. Perché? Perché là dove altri settori della città ottenevano finanziamenti, al Dipartimento di polizia non è stato assegnato alcun fondo per cui ci si è trovati con troppo pochi poliziotti per una città così vasta, e questi non hanno il tempo per andare nei quartieri "sani", per vedere la vita delle persone normali: passano da un evento malavitoso a un altro. Gli agenti in questo modo si sentono isolati e si arroccano pensando: "noi siamo i buoni, tutti gli altri sono malvagi". Adesso l'autorità locale si è resa conto che questa situazione è controproducente, che la polizia sta diventando un corpo "deviato" e sta prendendo, anche se molto lentamente, delle iniziative per fronteggiare questa situazione. Vorrei aggiungere che la struttura di Los Angeles è in parte causa di questo problema perché la città si sviluppa orizzontalmente per chilometri e chilometri, raggiungibili solo usando l'automobile. Non c'è mai un poliziotto che cammini per strada, perché non c'è un vero quartiere, non entrano in un negozio per scambiare due chiacchiere col negoziante, arrivano solo in auto quando il negoziante è stato assalito o ucciso. Tutto ciò favorisce ancora di più l'isolamento. Ci sono negli Stati Uniti molte altre città dove succede esattamente la stessa cosa.

Mi sembra che indichi come unica forma di equilibrio psicologico la fuga in situazioni lontane, ossia nel privato più assoluto. Secondo te davvero sono così deteriorati i rapporti tra gli uomini?

Devo dire che sono assolutamente certo che tutti noi abbiamo bisogno di una fuga, di un rifugio. In questo caso l'ho visto nella famiglia, sia perché la cosa si inseriva bene nella storia, sia perché io stesso ho trovato il mio rifugio nella famiglia. Bosch non ce l'ha ed è per questo che crolla sempre di più nel fondo dei miasmi che aleggiano nel suo lavoro. Non so se questi possano essere pensieri validi per tutto il mondo: io mi attengo alla mia esperienza, al mio lavoro. Il tipo di storie che racconto si svolgono in questo ambiente perché, e voglio sottolinearlo, non cerco di proporre una filosofia mondiale. Mi rendo conto che non rispondo esattamente alla sua domanda però, personalmente, credo che tutti abbiamo bisogno di una fuga e di un rifugio. Tornando a Bosch, dato che il suo lavoro prevede delle situazioni di estrema bruttura, avrebbe bisogno ancor più di altri di una via di fuga.

I suoi libri, pur avendo protagonisti maschili, piacciono molto alle donne. Forse perché le figure femminili sono il vero motore dell'azione? Oppure perché Bosch suscita nelle lettrici il desiderio di salvarlo, di aiutarlo?

Penso e spero che sia un po' di tutto ciò. La cosa interessante per me, quando scrivo, è creare delle personalità ricche di sfaccettature: le psicologie degli uomini sono per me più importanti dell'intreccio. Perché è solo attraverso una descrizione minuziosa e approfondita dei diversi temperamenti che si crea un vero legame tra lettore e personaggi. I lettori cercano di capire il perché uno agisca in un modo o in un altro e bisogna far intuire che cosa possa mettere in moto una scelta e quale personalità stia dietro alle azioni dei protagonisti. So che alle donne piacciono molto i miei romanzi, forse perché amano lo studio dei caratteri e perché nelle mie pagine c'è poco il gioco pirotecnico delle azioni che non le appassiona molto. Piacere o non piacere è il frutto di una formula segreta che però io non conosco: ho la fortuna che il racconto venga fuori così, capace di piacere... Ma non saprei dare le dosi esatte per costruire questa pozione magica. So anche che Harry Bosch piace alle donne, alle europee come alle americane: negli Stati Uniti la maggioranza dei miei lettori sono lettrici. Io non sono così cinico da pensare di mettermi al computer per creare una bella storia che piacerà tanto alle donne. Se lo facessi forse mi bloccherei. Spero solo che i miei libri continuino a piacere a chiunque abbia desiderio di leggere.

Dopo l'11 settembre com'è il suo approccio con il quotidiano? I delitti che inventa le sembrano tanto efferati dopo aver visto tremila persone morire in un colpo solo?

Si potrebbe dire anche: a che cosa serve leggere i libri dopo quello che è successo? L'anno prossimo uscirà in Italia il penultimo libro che veda Bosch protagonista (penultimo rispetto a quelli che ho scritto). In Oltre il buio il nostro "eroe" è al punto più basso della sua angoscia e del suo tormento esistenziale, nel prossimo romanzo invece cercherà di tirare su la testa e di riprendersi. Mentre nella storia sta lottando con spietati assassini e con sé stesso, nella realtà si ha il tremendo attentato dell'11 settembre. Ero a metà della scrittura del romanzo e ho deciso di risucchiare quell'episodio storico nella trama, facendo dire a Bosh: "Tutto questo è estremamente futile. Ogni volta che risolvo un assassinio ce n'è subito un altro, e io sono sempre peggiore. Adesso tremila uomini sono morti nello stesso momento, in un attimo, il tempo di bermi una tazza di caffè. Ma che significato ha tutto questo e che valore quello che faccio io?". Ho visto che questa riflessione è stata ripresa anche da altri scrittori in altri libri, quello che è successo ha influenzato moltissimo il mondo letterario, i romanzi infatti dipingono, di volta in volta, la situazione della società in quel momento storico. Io scrivo vicende contemporanee e se qualcuno un giorno vorrà sapere quale fosse l'atmosfera generale in quel preciso momento sarà utile leggere i miei libri: per questo credo ancora nel valore dello scrivere libri. Vorrei aggiungere un'altra cosa: dopo l'11 settembre il New York Times ha iniziato a pubblicare una serie di piccoli ritratti di tutte le persone che erano morte quel giorno. Leggere ogni giorno quelle storie mi ha molto aiutato a risolvere la mia angoscia esistenziale e a capire il senso dello scrivere dopo quello che è successo. Perché ho compreso l'intenzione del New York Times: voleva dire ai lettori che tutti gli individui contano, non importa che siano tremila o due ed è giusto fare attenzione ad ognuno. Bosch ha esattamente la stessa idea, in maniera estremistica, vista la sua personalità, ma per lui contano tutti e nessuno... Cioè persegue l'assassino e il male nel potente come nel povero disgraziato. Questa scelta di vita lo aiuta a uscire dal sua dramma esistenziale e ha aiutato anche me a vedere che valeva la pena continuare a scrivere. Perciò, tornando alla domanda iniziale, i delitti di cui parlo nei miei libri sembrano cose piccole in confronto a quei tremila morti, ma contano lo stesso.

Secondo lei chi è il peggior nemico dell'America in questo momento, Bin Laden o Saddam Hussein?

Decisamente Bin Laden. Saddam Hussein ha dei missili che non potrebbero colpire gli Stati Uniti, al massimo arriverebbero in Europa. Bin Laden ha una potenza eccezionale e una sua organizzazione. Oggi sono preoccupato perché ho paura che Bush voglia agire senza l'accordo e il sostegno di tutti i paesi occidentali. Un anno fa eravamo tutti insieme e tutti al fianco degli Stati Uniti per sostenerli nella tragedia. Ora sembra che Bush voglia agire senza il sostegno degli altri: ha rotto quell'incantesimo che sembrava essere l'unico lato positivo della tragedia dell'11 settembre, ossia tutto il mondo occidentale unito nel cercare le vie migliori e più giuste per convivere con il resto del mondo. Mi resta però la speranza che Bush ascolterà tutte le voci di protesta che si stanno levando nel mondo.

Di Grazia Casagrande




31 ottobre 2002