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Piero Colaprico

Giornalista, scrittore di narrativa e di saggistica, Piero Colaprico ha scritto tre romanzi gialli di grande successo a quattro mani con Pietro Valpreda. In questa intervista ci racconta il suo rapporto d'amicizia e di lavoro con lui.


Hai lavorato a lungo con Pietro Valpreda, come è iniziata la vostra collaborazione?
Valpreda aveva una storia da raccontare, ma stava ancora cercando di raccapezzarsi su come scriverla e siccome viveva puntando molto sui rapporti interpersonali, aveva parlato con Carlo Oliva professore di liceo, critico letterario, scrittore, oltre che anarchico da lunga data. Oliva lo ha messo in contatto con Tecla Dozio della libreria del Giallo: da lì è arrivato a me. Abbiamo così cominciato a ragionare sulla vicenda ed è nato il primo libro che si è ampliato ed è cambiato molto rispetto all'idea originaria. Il secondo libro è nato da qualche ritaglio di giornale e due pagine scritte da Pietro. Il terzo libro da alcuni atti giudiziari e da un’idea collegata alla rete di interessi che ruotano attorno al confine tra Italia e Svizzera. Spesso partivamo da poche pagine su ciò che volevamo dire o fare, e poi seduti uno di fianco all’altro si procedeva. Nei primi tempi Pietro veniva a casa mia o ci trovavamo a casa sua o, di nascosto, al giornale: trovavamo sempre dei sistemi per lavorare insieme. Da quando lui ha cominciato a stare male sono andato io spesso a casa sua. Io ci mettevo il computer e le dita e lui il vino e il tavolo: con questo sistema abbiamo scritto i nostri romanzi. Questo modo di scrivere mi è stato molto utile: da un pensiero "bruto", come è il pensiero espresso dal linguaggio parlato (e Pietro era sicuramente uno che aveva un fortissimo "parlato" ma non era altrettanto abile nella scrittura), dovevo compiere una trasposizione, una traduzione. Gliene sarò sempre grato perché è stato uno sforzo che non avrei fatto se non per uno come lui simpatico, umano, vitale, allegro: aveva grandi qualità umane e ci siamo sempre molto divertiti.
È stata una bellissima esperienza letteraria, grazie a questo lavoro di "artigianato" sulla lingua, e umana perché è nato un rapporto vero tra di noi, anche se eravamo molto diversi e spesso litigavamo. Però se leggevamo gli stessi libri trovavamo gli stessi difetti o le stesse qualità...

Qual è un tuo autore di riferimento? chi consideri insomma il grande maestro della letteratura gialla?

Se parliamo del giallo internazionale, uno scrittore che mi ha sempre affascinato è Jim Thompson per il profondo lavoro di scavo sul personaggio. Sicuramente fra i gialli più belli ci sono quelli di Chandler, per esempio Il lungo addio, però uno come me, che ha lavorato per tanti anni nella cronaca nera e giudiziaria, che ha conosciuto abbastanza bene il mondo del crimine e ha parlato a lungo con i criminali, percepisce un velo di falsità e di fiction. Nelle opere di Thompson, pur essendo romanzi, si percepisce la verità. I personaggi sono presentati nella loro brutalità o nel loro dolore sordo e assomigliano tremendamente alle persone che ho incontrato.

Ti sentirai un po’ dimezzato, morto Pietro Valpreda...

No dimezzato no, sono solo molto, molto triste. Avevo già una mia linea di scrittura che era quella iniziata con Kriminalbar. Ho appena pubblicato un nuovo romanzo che vuole essere anche un omaggio a Pietro [si tratta di L'estate del mundial, ndr] . Con lui avevamo progettato di scrivere "le quattro stagioni" ed eravamo alla terza con La primavera dei maimorti. Valpreda durante un’estate aveva scritto un canovaccio di un centinaio di pagine con la storia di una ragazza che muore all’uscita della discoteca, una vicenda che si sviluppa in modo particolare. Avrei voluto riprendere quella storia ma ho capito che non avrei potuto affrontare subito il tema perché mi manca il contraddittorio. Mi manca davvero Pietro, era sempre attento al rapporto umano ed è stato dipinto in una maniera che non corrisponde affatto alla sua identità e al suo carattere.

Tu e lui eravate però molto diversi...

Io sono sempre stato quello più spericolato, lui il più anziano e saggio. Metteva grandissima passione nello scrivere e dal film della vita lui è uscito prima della fine del secondo tempo senza godersi gli applausi e questa cosa mi fa riflettere. Ha avuto una vita intensa, ma faticosa e difficile, aveva le sue ombre, e anche profonde, ma sapeva far emergere il suo lato positivo.
Penso che forse ci saremmo divisi come coppia letteraria ma so che non avrei mai perso la sua amicizia.

Di Grazia Casagrande




14 novembre 2003