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Susanna Clarke

Anche per un libro il packaging può contare: nel caso di una storia di maghi che rivaleggiano a colpi di magia bianca e magia nera, una copertina nera con pure il bordo delle pagine in nero può evocare antichi testi esoterici, mentre una versione in bianco sarà più apprezzata da chi è in cerca soltanto di un’amena lettura. Ecco perché Jonathan Strange e il Signor Norrell è stato pubblicato con due diverse copertine, e sarà un test curioso verificare se in libreria venderà di più la versione nera o quella bianca. Non vi attribuisce però troppa importanza l’autrice, l’inglese Susanna Clarke, arrivata in Italia per presentare questo suo corposo romanzo d’esordio al quale ha dedicato dieci anni di lavoro, ricostruendo accuratamente l’Inghilterra romantica di re Giorgio III e di Lord Byron, ai tempi della guerra contro Napoleone, vittoriosa grazie anche all’apporto della magia. Ben due maghi, infatti, forniscono sortilegi e scatenano gli elementi a favore dell’esercito britannico: il più anziano, Norrell, collezionista di antichi testi – rigorosamente citati dalla Clarke in un corpus di chiose già di per sé curiosa e godibile lettura- e il più giovane e audace, Strange, tentato all’evocazione di pericolosi esseri fatati. Quarantacinquenne, Susanna Clarke ha un passato da insegnante d’inglese e ne conserva il look un po’ austero, esibendo senza rimpianti un caschetto brizzolato.

Appassionata della grande narrativa alla Dickens, nel suo romanzo ha voluto ricrearne linguaggio e atmosfera, ma che cosa ci fanno due eredi di Merlino nel XIX secolo?

L’immaginario collettivo colloca la magia nel Medio Evo, ma io ho trovato più stimolante immaginare che la grande magia si risvegliasse pubblicamente in un’epoca storica che conosco molto bene, come l’800: la sfida era nella possibilità di rendere plausibile lo scenario, ad esempio nell’impiego ufficiale dei maghi nelle strategie belliche.

A quale dei due maghi sente di assomigliare di più?

D’impulso direi Norrell, perché anch’io sono un topo di biblioteca, amo rintanarmi a scrivere e non essere disturbata. Però sono disordinata, come Strange, e come lui amo i paesaggi tempestosi e romantici. Mentre scrivo, a volte metto su un cd con rumore di acquazzone, per favorire la concentrazione.

Il finale è così aperto che si può impunemente rivelare: “Strange si voltò e scomparve nel Buio”. Sembra promettere un seguito…ma ci vorranno altri dieci anni?

Il primo romanzo comporta sempre un lavoro più lungo. Sono incappata in molte false partenze, e ho imparato a scrivere durante il percorso. Non sapevo che sarebbe venuto così lungo, ma la mia passione per i dettagli mi ha portato a soffermarmi per arricchire il quadro complessivo. Anche come lettrice, trovo più piacevoli i romanzoni, perché facilitano il lettore ricostruendo per lui un intero mondo, rendendo vivi i personaggi in ogni sfumatura. In effetti ora sto scrivendo un nuovo romanzo, ma non sarà esattamente il seguito del primo, ci saranno altri personaggi.

La ricchezza dei dettagli, la folla dei personaggi, la cura delle descrizioni, il linguaggio forbito, avvicinano questo romanzo alla narrativa storica ottocentesca, di gusto un po’ retrò, mentre il travolgente successo editoriale - 600.000 copie in 6 mesi - ne ha fatto un prodotto trendy, lanciandolo come l’Harry Potter per adulti, un genere modaiolo e remunerativo...

Non credo che inserirsi in un filone letterario alla moda garantisca le vendite di un libro secondo me i lettori cercano innanzitutto una bella storia, e ne decretano il successo a qualsiasi genere appartenga. Tuttavia, forse sono invogliati, nelle scelte successive, a cercare qualcosa di simile, e trovano scrittori ed editori che ne approfittano per creare una moda. Ma se poi le storie non reggono, i lettori rimangono delusi e non ripeteranno l’esperienza.

Di Daniela Pizzagalli




2 dicembre 2005