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Antonella Cilento
Il nuovo romanzo

È in uscita nei primi giorni di febbraio Una lunga notte, Guanda editore, seconda prova della napoletana Antonella Cilento, dopo Il cielo capovolto uscito nel 2000. Una lunga notte è un noir barocco ambientato nella Sicilia del 1750 e nella seconda metà del Seicento a cavallo fra Napoli, Firenze, Genova e Parigi. L'azione si apre in una cripta della provincia di Siracusa dove Gustavo Ladonna, poeta oppiomane, e Fra Colella, prete spacciatore d'oppio, si incontrano per traffici notturni: la conversazione fra i due scivola quasi per caso su Gaetano Giulio Zummo, celebre ceroplasta siracusano morto ormai da cinquant'anni. Ma non sarà una chiacchierata qualsiasi, quella fra Gustavo Ladonna e Fra Colella, perché la vicenda di Zummo diventerà improvvisamente e paurosamente vicina...

Com'è nata l'idea?
L'idea è nata per curiosa coincidenza: Gaetano Giulio Zummo è personaggio realmente esistito, l'ultimo grande artista della cera in Italia, ma anche artista sfortunato, dimenticato fino alla metà del Novecento. E' stata alcuni fa mia sorella Iole a portarmi alcune fotocopie della sua biografia piuttosto scarna e omertosa ma assolutamente suggestiva sul piano della narrazione. La passione di Zummo per i teatri in cera della peste è stato l'aspetto più forte nell'ideazione: non sono stati molti i pittori o gli scultori che abbiano rappresentato in maniera così estrema il barocco e le sue ossessioni, la morte, la sensualità, l'orrore fisico per la decomposizione. A questo si è aggiunta la vicenda, il sospetto di tara di cui è accusato il povero Zummo - io ho immaginato fosse il cannibalismo, ma in realtà la tara doveva consistere nella sua non convenzionale dedizione all'arte nella provincia siciliana -, la continua peregrinazione di corte in corte, di mecenate in mecenate, fino allo sfortunato incontro con Marcel Desnouès, medico e anatomista, che non solo gli ruba le cere ma scrive dopo la sua morte un pamphlet denigratorio contro di lui. E poi la tardiva fortuna in Francia, presso il Re Sole. Era una storia già così ricca di paradossi e d'invenzione, di eventi luttuosi, invidie e sfortune, che non poteva che essere "accesa" dalla scrittura... Ne è nato un romanzo sulle ossessioni e sulla carne, sulla funzione di sublimazione dell'arte, ma anche sull'infelicità, sull'impasto linguistico.

Quali sono i modelli di una storia romanzesca e d'ambiente come questa?

Tutti i miei autori (e le mie autrici) predilette: l'Anna Banti del racconto Tela e cenere (una storia su Caravaggio, non a caso) e di Artemisia, l'Ortese (e non solo quella del Cardillo addolorato), Stevenson ( tutti i suoi libri ma in particolare The body snachter, Il procacciatore di cadaveri, che avevo dimenticato anche di aver letto da ragazzina)e Capcek, l'autore de L'affare Makropulos, testo teatrale che mi ha suggerito molto per l'avanzamento della storia. E poi Hoffmann e von Arnim, il romanticismo tedesco, che erano modelli anche del libro precedente.
Del resto, sono convinta che si scriva sempre quel che si vorrebbe leggere e ci sono dei libri che ho tanto amato leggere da non voler rinunciare alle loro suggestioni.

Perché scrivere oggi un romanzo storico? Che senso ha?

Perché penso che si scriva di luoghi e tempi diversi dai nostri proprio per spiegare il nostro presente. Il Seicento e il Settecento sono secoli in cui nasce non solo la nostra coscienza moderna, ma anche la nostra scienza. Sono secoli contraddittori, spesso accomunati a forti contrasti di luci e ombre: mi affascina (e mi fa pensare) il fatto che la nascita delle nostre certezze attuali sia in realtà così piena di margini d'incertezza, di contraddizioni, sono convinta che in taluni momenti della storia siano racchiuse le motivazioni più vere di quanto ci accade. Ed è fin troppo facile accomunare epidemie e tragedie, guerre e discriminazioni di un secolo al nostro tempo e al secolo che è appena finito, così come è ovvio pensare che la scienza di cui andiamo tanto fieri sia in fondo una creatura giovane piena di nascoste mostruosità e di false certezze: o no?Ad ogni modo, a Gaetano Giulio Zummo, che è il vero protagonista di Una lunga notte, capitano situazioni tali da fargli dubitare e molto del valore della ragione e della scienza. La medicina e lo studio dell'anatomia lo tradiscono, gli giocano tiri che solo la sua passione estetica riesce a sanare e, alla fine, una nascosta fede nella vita. L'intreccio fra la Storia dei grandi, quella con la maiuscola, e la storia personale di Gaetano è schiacciante, pesa a suo sfavore. Ma si potrà poi dire che egli è un vero perdente? Lascio la decisione ai lettori.

Di Giulia Mozzato




18 gennaio 2002