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Nando Dalla Chiesa
Nando Dalla Chiesa parla di suo padre e della biografia a lui dedicata

In nome del popolo italiano: la verità umana di un padre raccontata dal figlio


Professore, che cosa l'ha spinta a pubblicare questa autobiografia di suo padre?
L a necessità di ridare, dal punto di vista storico, al popolo italiano l'immagine autentica di un suo simbolo che in molti hanno cercato di appannare o anche di infangare nel corso degli ultimi anni, specialmente di quest'anno e specialmente in coincidenza con il processo di Palermo. Un tentativo di dare giustizia alla sua figura umana dopo avere cercato di dargli giustizia anche da un punto di vista storico.
Quali sono stati i documenti utilizzati per ricostruire la biografia di suo padre?
H o preso il materiale che avevo a disposizione, selezionandolo: cose scritte da lui in forma pubblica (per es. relazioni di servizio, come la richiesta di incriminazione per Liggio per l'omicidio Rizzotto) lettere, brani di diario, e ho cercato di dare un rilievo pubblico a questi passi privati perché possano essere messaggio pubblico, naturalmente difendendo le parti più intime di lettere e note di diario. Inoltre ho utilizzato altri documenti ufficiali, come le audizioni della commissione antimafia, relazioni di servizio sull'antiterrorismo, e anche registrazioni di discorsi fatti in circostanze importanti (come durante la festa dell'Arma dell'80, nel momento cruciale della lotta al terrorismo) o che rivelano una sua specifica idea della propria professione, come nella conversazione fatta con i giovani ufficiali a Palermo nel '67. Materiale molto eterogeneo, scritto o parlato, con un linguaggio anche eterogeneo che contribuisce però a spiegare quale fosse la personalità di mio padre, molto, ma molto al di là dell'immagine ufficiale che ne abbiamo.
Il rapporto con i giovani è sempre molto importante e nuovo soprattutto per quanto riguarda la lotta alla mafia. Suo padre è stato il primo ad andare nelle scuole e a parlare ai ragazzi della mafia. È stato un messaggio raccolto?
U n messaggio raccolto perché si è smesso di dire che la lotta alla mafia la fanno solo i poliziotti e i carabinieri, ha coinvolto direttamente nuove generazioni, ha dato a questa lotta uno spessore etico. Questo è stato il livello più alto della sfida che ha lanciato. Fino a lui chi combatteva la mafia lo faceva unicamente in ambito politico, all'interno dello scontro tra opposizione e governo. Si considerava la mafia essenzialmente come un fenomeno economico culturale, come se fosse il sottosviluppo a determinare, quasi automaticamente, certi comportamenti. La sfida di mio padre è stata proprio questa, e su questa ha vinto: anche in situazione di sottosviluppo certi comportamenti, se c'è dietro un'altra etica, possono essere cambiati.
Quali sono le linee conduttrici del libro?
C' è un momento giovanile, che è quello che va dalla Resistenza a Corleone. Per altro sono anni in cui mio padre ha avuto molti trasferimenti: si è sposato, ha avuto i primi due figli. Nel libro viene raccontato e ricordato più volte che ad esempio io sono nato a Firenze mentre lui era a Corleone e mi ha potuto vedere soltanto molti mesi dopo e anche la mia prima fotografia l'ha vista quando avevo già quattro mesi. C'è quindi questo periodo giovanile in cui lui cerca di entrare dentro l'Arma, rendendosi disponibile per tutti gli incarichi più rischiosi, come per il banditismo in Campania, o il separatismo e il banditismo in Sicilia. Mio padre è diventato ufficiale dei carabinieri dentro la Resistenza, ma ufficiale di complemento, e sa di essere una specie di corpo estraneo rispetto alla gerarchia uscita dall'accademia, dalla scuola di guerra ecc. Così si fa largo nella carriera cercando di conquistarsi sul campo quello che non ha per riconoscimento formale, istituzionale. Poi c'è la storia degli anni Sessanta, la prima grande esperienza che lo fa conoscere a livello nazionale, quella dell'impegno contro la mafia dal '66 al '73, in cui riorganizza completamente le funzioni e la cultura dell'arma sul versante dell'impegno antimafioso, portando per la prima volta, nelle inchieste, in modo ufficiale, il rapporto tra mafia e politica. Poi c'è la fase della lotta al terrorismo, una fase sofferta, lunga che copre il periodo che va dal '74 all'81. Infine c'è l'ultimo anno, gli ultimi quattro mesi palermitani, che meritavano di essere trattati con particolare attenzione. Importanti sono anche i mesi precedenti in cui viene isolato dal comando dell'arma: servono per capire sia ciò che lo porta poi di nuovo a Palermo, quando dovrebbe essere alla fine della propria carriera, sia i meccanismi d'isolamento che subisce ogni volta che arriva a Roma.
In sintesi come potrebbe definire questa autobiografia?
È la storia di un italiano, di un carabiniere, che vive in modo molto intenso il suo essere italiano e, nello stesso tempo non riesce ad avere un buon rapporto con la capitale. Non è vero che chi si sente molto italiano, fino a dare la propria vita per l'Italia, sia una persona che condivide e sta dentro le pratiche del potere romano, anzi può essere ucciso in quanto italiano proprio perché combatte quelle pratiche. Credo che oggi, quando si mette tanto in discussione l'unità nazionale, il messaggio importante sia proprio questo.
C'è anche un aspetto privato, familiare a cui il libro ha dato rilievo...
C' è un passo molto bello (io non mi sarei aspettato questo) in cui dice che ha bisogno di credere, e mette in discussione il tema della fede, con una certa sofferenza, e fa riferimento anche a suo padre morto da molti anni: si avverte il desiderio di una continuità familiare. Poi il romanzo d'amore con mia madre, e il grande tormento che si legge continuamente nel diario pensando che proprio i rischi che lui ha sostenuto abbiano inciso alla fine sul fisico e sulle condizioni di salute di mia madre, e che quindi la morte di mia madre sia la conseguenza delle sue scelte professionali. E poi c'è il rapporto con i figli e con i nipoti che emerge in modo nitido, sia nelle lettere degli anni Sessanta, scritte a mia madre e poi dopo quando la famiglia diventa il suo rifugio nei momenti di massima difficoltà, la ricerca quotidiana dei figli e del contatto con i nipoti. Il fatto che i nipotini siano una proiezione per il futuro emerge spesso dal diario, così come il suo grande desiderio di avere una nipotina di nome Dora [Dora è il nome della moglie del generale n.d.r.], che rimane alla fine non realizzato, perché viene ucciso quando mia figlia, che si chiamerà Dora, non è ancora nata. Questi sentimenti si possono ritrovare anche nel testamento morale indirizzato ai figli, scritto durante il viaggio aereo per Palermo, nell'aprile dell'82.
Qual è l'eredità più significativa, sia a livello privato che pubblico, che ritiene di aver avuto da suo padre?
U n cognome e il dovere di onorare un cognome e di rendergli giustizia contemporaneamente. Io credo che mi abbia lasciato il senso delle istituzioni, la concezione della vita come lotta, la consapevolezza che nulla di buono viene regalato e che è tutto conquistato. È quello che lui continua a ripetere anche ai ragazzi del liceo Gonzaga di Palermo. Penso anche l'amore per la famiglia, non solo per i figli, ma in generale per i giovani, per i ragazzi; anch'io sono molto portato a lavorare con i ragazzi, anche per la mia professione di insegnante...
Dal punto di vista privato (non so poi quanto si possano disgiungere il privato dal pubblico: le cose che diceva in famiglia erano poi le cose che faceva dentro le istituzioni, non sentivo mai dire due cose diverse) la più importante eredità è forse proprio il senso della famiglia. Nella lettera che manda appunto ai figli quando va a Palermo dice: "Vogliatevi soprattutto e sempre il bene di ora!"; è l'ultimo messaggio che ci lascia.
Che cosa, secondo lei, non è stato trasmesso della figura di suo padre?
S oprattutto la dimensione privata e io credo che se fosse conosciuta si capirebbe immediatamente che le deformazioni pubbliche sono appunto deformazioni. Basta prendere alcune lettere, alcuni passi di diario per capire immediatamente come certe illazioni siano assolutamente incredibili. Se è vero che è il dettaglio che rivela il diavolo o l'angelo, i dettagli sono quelli contenuti negli atti privati, da lì uno dovrebbe desumere quale è la personalità che ha davanti. Tutto questo è mancato, in questo è anche stato svantaggiato dal fatto che l'impegno che aveva contro la mafia e contro il terrorismo gli imponeva una riservatezza che ha nuociuto alla comprensione della sua personalità; e il suo senso dell'obbedienza ha impedito tante volte di far conoscere il suo stato d'animo e le vere ragioni di fatti che gli sono stati imputati, come i fatti del carcere di Alessandria o il suo presunto cinismo nella lotta al terrorismo. Non è stato così e direi che ha vissuto con tormento sia i morti del terrorismo, sia la difficoltà che aveva a sconfiggere il terrorismo. Nello stesso tempo il rispetto per il terrorista come combattente, non soldato, perché soldato è chi difende la patria, ma combattente. Significativa è la differenza che lui vede tra Curcio e Negri ("Curcio andava, Negri mandava...") o le scuse e i fiori da lui mandati alla terrorista che aveva ricevuto uno sputo in faccia quando era stata catturata. Sono aspetti molto poco conosciuti così come la precisione e lo spirito di garanzie che c'è nelle inchieste sulla mafia. Ad esempio, nell'esaminare l'entourage parentale e familiare di Vito Ciancimino, invece di dichiarare sospettabili tutti i membri di quella famiglia, sottolinea (nel caso di una persona) che si trova di fronte a un individuo di buona moralità. Questo modo di trattare le cose non è da "sbirro", ma da carabiniere responsabile di fronte alle istituzioni.
Oggi, in questa Italia disincantata, come può essere accolto questo libro?
D a chi ricorda, con commozione. Da chi ha dimenticato, e ha dimenticato solo per superficialità, è un richiamo a non trattare la storia con scarso rispetto. Chi ancora non ha voluto capire, spero abbia una punta di resipiscenza. E chi non sa, perché molto giovane, spero possa sapere che 15 anni fa c'era un generale che ha dato la vita per lui, come io mi sono interessato di conoscere uomini che hanno dato la vita per dare la libertà a me durante la Resistenza.
Carlo Alberto dalla Chiesa - In nome del popolo italiano, a cura di Nando Dalla Chiesa - Edizioni Rizzoli



12 dicembre 1997