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Tracy Chevalier

Dopo lo straordinario successo de La ragazza con l'orecchino di perla, ispirato a un quadro di Vermeer, da cui è stato anche tratto un film, uscito ora in Inghilterra, Tracy Chevalier si era concessa un balzo di avvicinamento ai tempi nostri, ambientando Quando cadono gli angeli nella Londra del primo '900, ma ora si è rituffata nel passato, nella Francia quattrocentesca che ha creato uno splendido e misterioso ciclo di arazzi intitolato, come il nuovo romanzo, La dama e l'unicorno (ed. Neri Pozza).
All'autrice, in Italia per un giro promozionale che riguarda contemporaneamente il nuovo romanzo e il film tratto dal best seller precedente, abbiamo chiesto…



Come è nata l'idea di questo romanzo a più voci, che attorno alle sei donne istoriate negli arazzi, ha creato avventure e intrecci sentimentali?
Una ventina di anni fa, fresca di studi, ho ammirato di persona gli arazzi a Parigi, al Museo di Cluny dedicato al Medio Evo, ma anche se ne ero rimasta affascinata non avevo concepito alcun progetto. Recentemente, notando su una rivista la riproduzione dell'intero ciclo, ho colto l'eccezionalità di quell'opera, di cui si sa ben poco; malridotti, gli arazzi furono scoperti in un castello da Prosper Mérimée a metà '800, e la scrittrice George Sand se ne fece paladina parlandone nei suoi articoli. Come lei, anch'io sono stata presa dal desiderio di rievocare quel mondo incantato, e ho pensato a un romanzo che desse voce non solo alle dame raffigurate, ma anche agli artefici di quel capolavoro, tutti uomini, naturalmente, perché le corporazioni di Arti e Mestieri erano precluse alle donne. Descrivo quindi l'incontro tra due mondi: quello del lavoro, proiettato all'esterno e appannaggio degli uomini, e quello domestico e familiare gestito dalle donne, entrambi teatro di strenue competizioni.

La leggenda medioevale della dama e dell'unicorno adombra l'iniziazione sessuale femminile; dei sei arazzi che svolgono questo tema, cinque esaltano la sensualità simboleggiando rispettivamente i cinque sensi, e il sesto raffigura una dama a cui viene porto uno scrigno con una collana; nel romanzo lei lascia aperta l'interpretazione: si tratta dell'inizio della storia o della sua conclusione?

Sono stata affascinata proprio da questo enigma: o la dama si accinge ad adornarsi con la collana allo scopo di sedurre l'unicorno, oppure se l'è tolta, perché alla fine della sua stagione sentimentale depone i gioielli per rivolgersi a valori trascendenti. Nel romanzo le diverse donne che fungono da modelli al pittore simboleggiano l'intero ciclo vitale, quindi può essere plausibile qualsiasi ipotesi.

Lei ha fatto ricerche accuratissime per descrivere la complicata tecnica della tessitura degli arazzi, strettamente collegata all'aspetto artistico della stesura dei disegni. Oggi l'artigianato va scomparendo, soppiantato dalla produzione in serie, ma anche l'arte è in crisi. Ritiene che ci sia un collegamento tra questa duplice concomitante decadenza?

Ne sono assolutamente convinta. Nell'arte figurativa l'aspetto creativo è stato sempre strettamente legato all'aspetto materico e manuale, e il venir meno di questo fondamentale supporto mette in forse la sopravvivenza stessa dell'arte come l'abbiamo intesa finora.

Veniamo al film tratto dal suo romanzo La ragazza con l'orecchino di perla: ha partecipato alla sceneggiatura? Riconosce nella protagonista la creatura della sua penna?

La scrittura letteraria è completamente diversa dalla stesura cinematografica, quindi sono rimasta al di fuori. Posso dire però che il risultato mi piace molto, e se la figura interpretata dall'attrice Scarlett Johansson non coincide perfettamente con il frutto della mia immaginazione, come del resto Colin Firth non è esattamente il "mio" Vermeer, sono però più vicini di quanto potessi pensare.

Di Daniela Pizzagalli




20 febbraio 2004