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Michael Chabon

Uno scrittore che ha sperimentato generi e tipologie diverse di romanzi, che ha fatto anche qualche incursione nella letteratura per ragazzi, ma che principalmente desidera essere il puntiglioso interprete del suo tempo e della sua generazione.
In questa intervista ci dichiara il suo rapporto molto pratico e concreto con la scrittura e nello stesso tempo il suo impegno in difesa della libertà di parola.


Qual è la sua idea di letteratura?

Considero la letteratura come il mezzo migliore per trasportare la propria coscienza dalla prigione chiusa del sé al “fuori di sé”, per raggiungere il mondo degli altri, il mondo dei personaggi, un altro tempo. Vedo la letteratura fondamentalmente come uno strumento di fuga.

Quindi la crisi dello scrittore, la difficoltà di scrivere da che cosa deriva se la scrittura è una fuga da sé e come risolve queste difficoltà?

Non ho questo tipo di problemi quando scrivo, e mi difendo da eventuali crisi conducendo una vita regolare e abitudinaria. Quando penso alla letteratura la osservo soprattutto dal punto di vista del lettore (io stesso mi considero prima di tutto un lettore) e credo che rappresenti un mezzo di fuga sia per chi legge che per chi scrive.

Quali sono gli autori che considera fondamentali per la sua formazione?

Forme molto diverse di scrittura: gli autori a cui mi ispiro di più sono García Márquez, Proust, sono entrambi autori che hanno un forte senso lirico ma anche grande precisione, li accomuna questa passione per la scientificità della scrittura insieme a un romanticismo letterario.

Qual è il suo pubblico e a quali lettori si rivolge?

Quando scrivo penso a un lettore immaginario che condivida i miei stessi interessi. Un lettore idealizzato, non reale, che capisca tutti i miei riferimenti, che sorrida a tutte le mie battute. In realtà ho scoperto che chi legge i miei libri per lo più non sono i miei coetanei, come mi sarei aspettato, ma anche persone più anziane, un pubblico più vario, di età diverse.

I suoi sono libri molto strutturati e talvolta anche ambiziosi. È insolito considerata la sua età.

Il mio desiderio è quello di scrivere libri di grande respiro, nonostante il trend degli anni Settanta e Ottanta sia stato più indirizzato al minimalismo. Penso invece che gli scrittori della mia generazione tendano a qualcosa di più corposo, si vuole giungere a una sorta di “massimalismo”. L’impegno civile o politico è soggettivo, ciò che mi motiva a scrivere ad esempio è difesa della libertà di parola: bisogna battersi affinché ogni scrittore sia libero di scrivere quello che vuole. Questo è il mio impegno.

In America c’è stata una recente affermazione della letteratura cosiddetta etnica, cioè di opere di scrittori che avevano una doppia cultura o avevano radici che appartenevano ad un’altra cultura.

Sì, è un’esperienza comune alla mia generazione. I miei nonni, i miei bisnonni hanno lasciato il loro paese, hanno abbandonato tutto e hanno trovato negli Stati Uniti delle buone opportunità. Ora la mia generazione cerca di guardarsi indietro e pensa che questo baratto forse non era necessario, che qualcosa si può riprendere. Qualche elemento della cultura, della religione, della lingua si può recuperare: una sorta di riscatto di quello che è stato inutilmente abbandonato.
Molti ebrei della mia generazione stanno studiando l’jiddish: un recupero non nostalgico, ma il desiderio di riappropriarsi di qualcosa che è loro. Non è stata una scelta premeditata, è un naturale prodotto dell’interesse per le mie origini, per la mia famiglia, per un modo di vita. E volendo descrivere la vita degli anni Trenta o Quaranta a New York ho scoperto che tanti scrittori, autori di fumetti, o editori in quel periodo erano ebrei. Il fumetto che sembra un prodotto tipicamente americano, in realtà nasceva dalla creatività di immigrati ebrei di un’altra generazione. È semplicemente un’attestazione di quanto la cultura americana sia indissolubile dall’ebraismo.

È strano che uno scrittore giovane voglia riscoprire la tradizione. Qual è il suo rapporto con il pulp e il trash che negano la tradizione e fondano un tipo di letteratura alla quale è legato?

In realtà il pulp e il trash sono per me un vantaggio culturale, fanno parte della cultura popolare americana degli anni ’30, sono la cultura dei miei genitori. In epoca modernista rifiutare il passato comportava giudicare il trash trasgressivo, nella ricerca delle origini dei miei antenati invece è un passato assimilato, fa parte della memoria collettiva americana. Ora per noi non è più trasgressione: non c’è niente di più antico dell’odore dei libri a fumetti degli anni ’40!

Il protagonista di un suo non recente romanzo, Wonder boy, è uno scrittore che non riesce a completare il suo romanzo. Le è mai capitata una “crisi d’ispirazione”?

Ho impiegato cinque anni a finire quel romanzo. Il mio problema, però, non era quello di non sapere come concluderlo, ma di avere in mente sempre nuove conclusioni. Continuavo a fare stesure all’infinito, ma non riuscivo a dare vita compiuta al romanzo. In quel libro non ho descritto la mia esperienza, mi sono invece ispirato a un mio insegnante che a 25 anni aveva scritto un romanzo ma non l’ha mai finito: quel libro è stato per me una specie di bambola vudù... infatti da allora non ho più avuto questo problema.

Lei ha delle abitudini di scrittura regolari, delle modalità, dei luoghi particolari, ha un rituale nello scrivere?

Lavoro tutte le notti dalle dieci di sera alle quattro del mattino, cinque giorni alla settimana e in modo molto regolare. Scrivo anche quando non ne ho voglia, non mi trovo scuse, non resto nell’attesa dell’ispirazione, per me le cose fondamentali per la scrittura sono tre, il talento, la fortuna e la disciplina: il talento uno ce l’ha o non ce l’ha, anche per la fortuna si può fare ben poco, ma la disciplina è quello su cui si deve lavorare.

Ma allora non esiste la vocazione di scrittore, esiste solo la professione?

Dipende molto dallo scrittore. C’è anche chi questo mestiere lo fa per vocazione, ma è sempre un lavoro, magari un secondo lavoro. Anche perché difficilmente si riesce a vivere unicamente con i propri libri! Per molti scrittori è fondamentale parlare di luoghi che conoscono e sicuramente il luogo ha grande importanza soprattutto per quegli scrittori le cui opere sono scaturite tutte unicamente dai posti in cui hanno vissuto. Io invece mi sono sempre spostato molto in America, quindi non posso dire di avere un intimo collegamento con nessun luogo in particolare. Per le ambientazioni nei miei romanzi utilizzo tutte le varie esperienze che ho fatto.

Di Grazia Casagrande




2 settembre 2005