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Javier Cercas

Doppio appuntamento in libreria con lo spagnolo Javier Cercas: esce in edizione economica il suo bestseller Soldati di Salamina, che due anni fa ha vinto da noi il premio Grinzane Cavour, e contemporaneamente è stato tradotto e pubblicato il suo romanzo d’esordio, Il movente.
Come riconosce l’autore stesso, si può individuare una stretta relazione fra il suo primo romanzo e il suo più grande successo: in entrambi i libri il protagonista è uno scrittore che si interroga sul potere della letteratura.
Il movente si può considerare un giallo, perché è la storia di un aspirante romanziere che per raccontare con il maggior realismo possibile un omicidio, cerca l’ispirazione fra i suoi vicini di casa.


C’è forse qualche giallista famoso tra i suoi autori preferiti?

In realtà del giallo m’interessava soltanto la struttura, perché in questo tipo di romanzi ogni particolare introdotto nella storia ha un preciso significato. Il protagonista più che un giallista è un romanziere alla Flaubert, che cerca ossessivamente di riprodurre la realtà nel modo più completo e minuzioso: un po’ fanatico, come mi sentivo io quando ho iniziato a scrivere. Del resto un vero scrittore è sempre un po’ fanatico: ma non bisogna esagerare, non bisogna chiudersi claustrofobicamente nella propria scrittura. Io sono stato aiutato dall’attività saltuaria di giornalista, che mi costringeva ad andare per le strade, a confrontarmi con le persone vere.

Rispettiamo comunque la suspence del libro, non svelando più di tanto, se non che l’avverarsi dell’omicidio coinvolge la responsabilità dello scrittore, e poiché questa responsabilità è al centro anche di Soldati di Salamina, è inevitabile chiederle: come romanziere, si sente investito da un compito di portata universale?

Lo scrittore ha una funzione importante nella società, ma non in quanto possa o debba incidere nell’immediata quotidianità. Detesto i tuttologi che imperversano nei mass media, sono una parodia dell’intellettuale. Lo scrittore deve soprattutto osservare, fare ricerche, approfondire, e poi scrivere. Allora la letteratura diventa azione, e agisce nel tessuto sociale: non tanto per quello che è scritto, ma per come è scritto, perché diventa un modello di originalità, di rigore e di libertà di pensiero.

Soldati di Salamina, pur svolgendosi ai giorni nostri, rievoca episodi della guerra civile spagnola, incentrati sullo scrittore falangista Sánchez Mazas, e anche il vecchio assassinato in Il movente è un reduce franchista: c’è in lei un desiderio di esaminare con equilibrio la parte che è stata più demonizzata?

Il dopo- Franco è stato caratterizzato da una valanga di romanzi della sinistra antifranchista, spesso stereotipati e non obiettivi. Eppure una quantità di gente, molto onesta e perbene, è stata franchista: in ogni famiglia spagnola, anche nella mia, c’è chi ha creduto a determinati ideali, come è successo anche in Italia durante il fascismo, e in Germania durante il nazismo. Quindi ho cercato di capire i diversi punti di vista, le spinte non solo ideologiche, ma anche psicologiche e morali che hanno fatto abbracciare cause oggi giustamente stigmatizzate come detestabili. Non c’è niente di revisionista in questo, sia ben chiaro: è solo il desiderio, che dovrebbe essere proprio di ogni scrittore, di sapersi mettere anche nei panni di chi la pensa molto diversamente da noi.

Di Daniela Pizzagalli




1 ottobre 2004