foto Effigie

I libri di Vincenzo Cerami sono ordinabili presso Internet Bookshop



Vincenzo Cerami

Siamo arrivati alla fatidica data dell'uscita nelle sale cinematografiche italiane del film di Roberto Benigni scritto in collaborazione con Vincenzo Cerami e realizzato per essere universale, così come lo è stato per più di cent'anni il libro di Collodi.
Ma perché questa consolidata e vincente coppia del cinema italiano ha scelto di realizzare un film proprio dalla celeberrima storia di Pinocchio? E quale lettura ne ha dato rispetto alla tradizione e alla critica? Nessuno meglio di Vincenzo Cerami (che nel film veste anche le parti di un Giudice) poteva rispondere a queste domande.



Come è nata l'idea di questo film?
È nata molto tempo fa ma non abbiamo potuto realizzarla prima per i tanti problemi tecnici da superare. Si trattava di un'idea bella ma costosa e noi avevamo all'epoca la possibilità di lanciarla solo sul mercato italiano. Non avremmo mai potuta realizzarla per un problema di fondo, cioè la necessità di creare una unità stilistica tra il decor (diciamo la scenografia e i costumi) e i personaggi. Bisognava in qualche modo ricostruire tutto il teatro con costi notevoli. Era inimmaginabile per noi riprendere la realtà "vera" toscana, mettendo al centro di questa un burattino: non sarebbe stato credibile. Per questo motivo è rimasto un sogno e ci siamo dedicati ad altre idee. Poi, dopo che con il successo de La vita è bella si è aperto il mercato internazionale, con una maggiore disponibilità di investimenti, abbiamo pensato fosse arrivato il momento di realizzare il nostro sogno. D'altra parte se uno pensa a Benigni non può non pensare a Pinocchio, sia da un punto fisico sia da un punto di vista culturale perché lui è toscano, è discolo e ha tutte le caratteristiche dell'"essere Pinocchio". Ci aveva pensato anche Federico Fellini, che avrebbe voluto fare con lui Pinocchio prima di morire, e forse l'idea sarà venuta anche ad altri.

Che rapporto hai con il testo di Collodi?

Per me è stato un testo fondamentale: fu una lettura dell'infanzia molto "terroristica", spaventosa. Credo che si tratti del romanzo più violento della letteratura italiana e i bambini, si sa, amano la paura, ne sono molto attratti. Pinocchio mi colpì soprattutto per il personaggio e per le disavventure che gli capitavano. Rileggendolo in seguito (e l'ho fatto migliaia di volte), ho pian piano scoperto la letteratura, la lingua, la struttura, ho cercato di capire come sia potuto nascere quel libro, mi sono informato su Collodi. I bei libri sono proprio quelli che ogni volta che li rileggi scopri qualcosa di diverso, perché intanto tu hai fatto nuove esperienze nella vita, hai visto più persone e più personaggi, hai incontrato più figure, hai visitato più geografie e più ambienti. Pinocchio all'inizio mi sembrava un ragazzino discolo che doveva diventare in carne e ossa per essere un bravo ragazzo come tutti, lo vedevo insomma come qualcuno che fatica molto per poi ritrovare la retta via, la via giusta. In seguito invece ho rovesciato questa idea, leggendolo cioè come la storia di una creatura libera che nasce nuda (come il Re), curiosa del creato, che corre dietro le farfalle perché è felice, che non sa riconoscere il male incarnato nel gatto e la volpe. E questa innocenza viene poi sistematicamente umiliata e punita perché non si può vivere nella società in profonda anarchia e libertà, ma bisogna pagare il prezzo della libertà assoluta, utopica, mitica o se vogliamo mitologica.

Ed è questa la chiave di lettura che pensi di avere dato nel film?

Il film l'ho fatto con Benigni e quindi l'abbiamo elaborato assieme. Abbiamo cercato di non ideologizzarlo, di non chiuderlo dentro nessuna visione del mondo ma di lasciarlo parlare da solo, lavorando molto sul personaggio e cercando di farlo funzionare dentro gli ambienti in questa specie di decor fantastico molto particolare. Bisogna ricordare che la favola di Pinocchio non è proprio una favola, non finisce come tutte le favole con il classico "e visse felice e contento" ma finisce brutalmente con una battuta detta da Pinocchio, anzi con un suo pensiero, quando vede il burattino morto e dice "come ero buffo quando ero burattino e come sono felice adesso che sono diventato un bravo ragazzo". E lì finisce la storia, con un'accettazione. Ha dunque una struttura più romanzesca: nasce come un racconto e finisce come un romanzo ed è questo, a mio giudizio, il segreto della bellezza del libro che Collodi aveva scritto a puntate. Era partito con la prima puntata e aveva pensato di finire lì con il burattino impiccato alla grande quercia. Quando l'editore gli chiese di andare avanti lui riprese in mano il personaggio e dovette passare dal racconto al romanzo, finendo per affezionarsi al personaggio e per farlo diventare emblematico, contraddittorio, vero, malgrado fosse poi in realtà un burattino o un personaggio diciamo senza taglio psicologico.

Una delle figure più curiose ma bistrattate nel libro di Pinocchio è il Grillo Parlante. Che ruolo gli avete dato.

Il Grillo Parlante è una figura pedante. È il moralista che ricorda continuamente al burattino la dura realtà delle cose. Gli ricorda che in questo mondo bisogna agire bene, bisogna avere spirito di abnegazione, bisogna saper controllare i propri impulsi troppo liberi e studiare, lavorare, fare il proprio dovere per inserirsi in una società precostituita. Invece Pinocchio fatica ad essere irregimentato dentro qualsiasi schema e ad adeguarsi alla cultura del momento in cui nasce.

Qual è il ruolo che avete riservato alla Fata Turchina?

È un ruolo fondamentale perché è il personaggio che dà spessore al burattino. E devo anche dire che Nicoletta Braschi lo interpreta in maniera perfetta: secondo me è la sua migliore interpretazione. Ne fa un personaggio enigmatico, pieno di pietas che osserva e ama questo burattino e assiste con spirito fortemente umano al processo di trasformazione, alla metamorfosi da burattino a bravo ragazzo. La Fata Turchina capisce che non c'è altra via d'uscita, pur comprendendo bene che sarà un processo doloroso.

Una valorizzazione della maternità?

Come dicevo non abbiamo pensato a nessuno "schema". Abbiamo semplicemente immaginato un personaggio che avesse consapevolezza del destino di Pinocchio mentre gli altri non l'avevano.

Secondo te Collodi quando parlava dei soldi, degli zecchini (con il loro proliferare sull'albero immaginario del Gatto e della Volpe), in qualche modo denunciava l'inizio di una società basata sul capitale, voleva trasmettere un'idea etica?

Certamente da un punto di vista strutturale e morfologico il racconto si presenta come un apologo morale ed etico. Pinocchio deve essere un bravo ragazzo e non deve cadere nelle trappole della disonestà e dell'imbroglio, ma credo che Collodi volesse sottolineare il fatto che ogni cosa, anche il più piccolo pezzo di pane, bisogna guadagnarselo e non ci è dovuto. Mentre Pinocchio si sente come una creatura a cui tutto è dovuto.

Nell'episodio del Pescecane avete visto qualche riferimento al viaggio agli inferi, una vicenda simbolica tra mito ed epica?

Credo che sia un puro fatto romanzesco. Il padre era affogato con la barca mentre lo andava a cercare ed è stato poi ingoiato da un mostro marino. Lo stesso mostro marino che poi ingoierà anche Pinocchio. Penso sia un fatto strettamente narrativo, molto poco simbolico. Del resto io non credo che nell'opera d'arte ci sia spazio per i simboli.

È tutta pura invenzione?

È pura invenzione poetica e i simboli sono sempre visioni fredde, strane e un po' meccaniche e devo dire troppo spesso banali delle interpretazioni dei testi.

Alla fine, questa trasposizione cinematografica che cosa ti ha dato?

Mi ha dato una grande felicità perché ho lavorato ancora con Benigni (questo è il quinto film) e insieme abbiamo fatto una cosa che ci è piaciuta in assoluta libertà ma anche perché abbiamo offerto una lettura contemporanea e moderna del "sacro" testo di Collodi.

Il rapporto con Pinocchio a questo punto non ti pesa?

No. È un libro che ho letto così tante volte... L'ho sempre accostato a La metamorfosi di Kafka perché sono entrambe storie di una trasformazione al cui interno c'è sempre un problema di vitalità. Gregorio Samsa è un personaggio che sta morendo in quanto uomo (completamente "devitalizzato") e si modifica in un insetto. Così Pinocchio, che rappresenta la pura vitalità, si vede in questo frustrato e si trasforma in un essere sociale, in un essere umano: da creatura di legno diventa bambino in carne e ossa. È una metamorfosi. Sono due libri per me fondamentali perché in fondo da sempre nella mia poetica di scrittore ho disegnato i miei personaggi come tagliati in due. Da una parte l'aspetto "creaturale", istintivo, reale, autentico e infantile che rimane in ogni personaggio, molto libero; dall'altra la corazza che si portano addosso, rappresentata dalla cultura, che copre questa "creaturalità" centrale. Nel mio caso specifico è la cultura di un piccolo borghese non legata alla nazionalità, perché se fossi stato russo o francese non sarebbe stato diverso: il romanzo, il grande romanzo è tutto dedicato alla piccola borghesia. Se penso a Gogol' o ai grandi personaggi di Cechov penso alla narrazione della normalità.

Di Giulia Mozzato




11 ottobre 2002