foto Effigie

I libri di Vincenzo Cerami sono ordinabili presso Internet Bookshop



Vincenzo Cerami

Uno dei temi più difficili da affrontare nel mondo dell'editoria è il passaggio, la "migrazione" di un autore da una casa editrice all'altra. Spesso questa scelta è legata a un'evoluzione, a nuove esigenze, al successo di uno scrittore che inevitabilmente favorisce la pubblicazione della sua opera in case editrici di grande livello e di distribuzione nazionale. Altre volte è una decisione più sofferta, a lungo meditata. Questo è il caso di Vincenzo Cerami che recentemente ha lasciato l'Einaudi per passare alla Garzanti.
In questa intensa intervista ci spiega le ragioni della scelta e cosa accadrà dei suoi titoli nella nuova versione editoriale. E ci svela che il suo prossimo libro sarà... un giallo.



Come mai questo passaggio, dopo molti anni, dalla Einaudi alla Garzanti?
Io sono "nato" alla Garzanti. All'epoca del mio esordio letterario fu Pasolini che mi suggerì di scegliere tra due possibilità, due editori. Quando ho scritto Un borghese piccolo piccolo, romanzo che gli piacque molto, lui era appena passato dalla Garzanti all'Einaudi. Non c'era un'aria piacevole in Garzanti, così Pasolini si trasferì all'Einaudi, ma non volle influenzarmi in alcun modo e mi consigliò di scegliere autonomamente. Io mi ricordai di quando, da studente, andai con lui a fare un giro per Roma a vedere le vetrine delle librerie (era il momento in cui era appena uscito il suo libro Ragazzi di vita); girammo per librerie e vedemmo la copertina del suo libro. Quel giorno mi accorsi che lui era emozionatissimo. Quel genere di emozione anni e anni dopo la volli provare anch'io. Era il mio primo libro e allora, senza esitare, scelsi Garzanti. In realtà poi il libro stette fermo molto tempo dall'editore (anni fa non era facile pubblicare come accade invece adesso) mentre nel frattempo Pasolini continuava a lavorare con Einaudi. Quando uscì Un borghese piccolo piccolo ebbe poi un grande successo, anche se purtroppo Pierpaolo morì mentre sulla sua scrivania c'erano le bozze e non assistette a quel successo.

Chi era il direttore editoriale Garzanti all'epoca?

All'epoca era direttore editoriale Piero Gelli che dette il testo a Calvino per la quarta di copertina (che inizialmente doveva essere fatta proprio da Pasolini). A Calvino il libro piacque e scrisse una bella quarta. Da quel momento ho cominciato a pubblicare da Garzanti, che ai tempi era la casa editrice di Livio Garzanti. Con Livio si stabilì un'amicizia molto profonda, intima e intensa per un lungo periodo. Però poi le cose cambiarono: lui prese le distanze dalla casa editrice, e per di più il suo carattere era insopportabile... io decisi che sarebbe stato bene cambiare, andare all'Einaudi, dove lavoravano alcune persone che mi avevano più volte chiamato. Scelsi un momento in cui la Garzanti non si comportò molto bene nei miei confronti e mi rivolsi a Einaudi. Sono stato molto bene in Einaudi: non solo ho pubblicato con loro tutti gli altri miei libri, ma mi sono sentito molto vicino alla casa editrice. Sono stato io, per esempio, a portare alla casa editrice Paolo Repetti, che era un mio allievo, per fare una collana nuova [Stile libero, ndr], giovanile, aperta ai linguaggi moderni. Quell'esperimento fu all'inizio meraviglioso, mentre adesso temo si stia un po' standardizzando e soprattutto stia rincorrendo troppo il fatturato.

Ma tu eri anche amico di Giulio Einaudi...

Io ero anche molto, molto amico di Giulio Einaudi, e dopo la sua morte ho percepito un clima diverso in casa editrice. Sono abituato a "sentire" e ad accettare l'epoca che cambia, quindi non c'è nel mio atteggiamento nulla di moralistico. Accettavo anche il fatto che l'editoria stesse cambiando e che io avessi avuto occasioni straordinarie e irripetibili. In Garzanti avevo avuto un "padrone" meraviglioso come Livio e in Einaudi un "padrone" meraviglioso, ideale (anche se adesso non c'era più) come Giulio Einaudi che amava persino la fisicità dei libri, l'odore della carta. Quando andavo con lui in libreria era un piacere sfogliare i volumi, con quell'amore comune per il libro che mi legava tanto a questa casa editrice. Con la morte di Giulio Einaudi, ha preso spazio una mentalità più manageriale, commerciale nei confronti della quale non ho nessuna critica da fare (perché è anche giusto che sia così): l'Einaudi ha sempre cercato di conciliare, e per molto tempo c'è riuscita, la qualità con il fatturato. Comunque questo discorso mi interessa relativamente: io sono un autore che vuole pubblicare il proprio libro e desidera essere rispettato e trattato bene.

E così non è stato? Hai avuto problemi con i tuoi ultimi lavori?

Ho dedicato otto anni di lavoro al mio ultimo romanzo, Fantasmi, mettendoci la mia vita: per la prima volta sono andato a scavare anche dentro di me, cosa che non ho mai fatto negli altri libri, attraverso un lungo lavoro e un grande sforzo. È un romanzo molto interiorizzato e anche strutturalmente molto complesso perché non volevo che questa interiorizzazione venisse fuori in modo banale. Insomma ci ho lavorato molto, ma quando è stato finalmente il momento di consegnarlo all'editore e di avere incoraggiamento e rispetto per questo lavoro, ho avuto la sensazione che quel tipo di opera non appartenesse più ad una "mentalità del libro", ad un'idea del libro che nel frattempo aveva preso piede e aveva vinto. Ho sentito un'improvvisa estraneità nei confronti di un mondo che mi era cambiato attorno senza che io me ne accorgessi: ho avuto la sensazione che il mio romanzo fosse caduto in uno stagno. In realtà Einaudi continua ad essere una valida casa editrice (che paga anche bene), ma personalmente di fronte a tutto questo ho sentito un po' la nostalgia della mia vecchia casa editrice... Avrei potuto scegliere fra tanti editori (in verità non avrei incontrato molti problemi a trovarne un altro) ma "per istinto", venendo da scuole come quella di Pasolini, Moravia, Caproni, Morante, cioè di persone a cui piace "avere una casa", non andare ballerini di qua e di là, ma appartenere a un catalogo, ho preferito tornare "a casa", alla Garzanti, dove sono nato e dove spero di morire (naturalmente come scrittore!). Non c'è più Livio però c'è una persona che io trovo meravigliosa, Gian Andrea Piccioli, una persona colta, che ama il libro, ama la cultura. Mi sono veramente ritrovato a casa mia e sono sinceramente felice di questo. D'altra parte loro mi hanno accolto a braccia aperte, è un po' il ritorno del figliol prodigo: mi hanno dedicato un'intera collana in cui tutti i miei libri verranno riediti, e mi hanno lasciato scegliere per le copertine i disegni di Danijel Zezelj che a mio avviso è il più grande illustratore del mondo, un grande artista di origine slava che ha lavorato anche in Italia e ora che vive in America. Il suo segno accompagnerà tutta la mia opera. È un segno molto particolare forse un po' anche vistoso, ma sono convinto che nelle librerie sia necessario farsi vedere.

È molto bello che l'autore scelga anche le copertine, non è usuale.

Sì, però devo dire che l'avevo fatto anche con Fantasmi. Avevo scelto un disegno di Hugo Pratt che stava a casa di Vincenzo Mollica, un mio grande e caro amico che possiede molte sue tavole. Tra i tanti c'era questo disegno inedito, un profilo di donna molto casto ma elegantissimo.

Cos'altro hai ritrovato in Garzanti? Un modo di lavorare, una mentalità...

Quello che qui ho trovato (e ritrovato) è l'amore per il singolo libro, ogni libro, seguito con attenzione. La cosa straordinaria è che hanno corretto attentamente le bozze; non ho trovato nessun refuso nel mio ultimo libro Pensieri così. Ho trovato un errore ma è mio, perché ho sbagliato la citazione di un film di Kubrick: ho scritto che Peter Seller faceva due ruoli, in realtà poi mi sono ricordato che ne faceva tre. Però ormai era già stato pubblicato. Nella seconda edizione lo correggerò.
Per quanto riguarda Pensieri così ho riunito l'insieme delle riflessioni che ho raccolto in questi ultimi dieci-quindici anni. Molti testi sono stati pubblicati nelle varie riviste settimanali, altri provengono dalla mia rubrica I segnali di Cerami che compare su Musica, alcuni sono inediti. Ho eliminato i riferimenti all'attualità più immediata, ho ritoccato lo stile e omologato i testi dal punto di vista stilistico. L'ambizione è quella di raccontare la mutazione avvenuta nel nostro paese dagli anni Sessanta a oggi, quella che Pasolini chiamò "mutazione antropologica". E raccontarla non dal punto di vista saggistico e storico, ma sentendo una canzone, andando a vedere un film, leggendo un piccolo fatto di cronaca, riflettendo sulla violenza negli schermi, con lo sguardo di chi come me lavora nel cinema e nel teatro. Il titolo Pensieri contiene un'ambiguità: da un lato significa "pensieri così come vengono" e dall'altro "pensieri così e non in un altro modo". C'è questa doppia valenza che mi sembrava simpatica. Ho cercato anche una lingua leggera perché mi sono rivolto ai ragazzi e alle ragazze, ai giovani. I veri destinatari di questo libro sono loro, quelli curiosi, che si guardano intorno, che chiedono delle risposte e che hanno bisogno di qualcuno che dica loro che esistono certe realtà, lasciandoli poi giudicare autonomamente. Ho voluto sottolineare che è necessario guardarsi intorno, non vivere come parassiti a livello culturale, non essere troppo conformisti, cercare la propria identità e guardarsi allo specchio cercando di trovare una personale unicità e irripetibilità. Senza però un atteggiamento moralistico, perché nei miei libri non c'è mai un momento etico. Lo dico come un fratello maggiore che scherza sulle cose, ma fino a un certo punto. Dietro lo scherzo c'è anche una passione e un po' di diario intimo dell'autore. Da questo libro si può ricavare la poetica della mia scrittura, il problema del realismo, la funzione dell'artista, il rapporto con il presente, con la lingua, col silenzio, con la verbalizzazione del silenzio, cerco di far parlare quella parte di noi che non ha parole, trovare parole per i sentimenti che non sono fatti di parole. Ora sono 400 pagine ma la mia prima stesura ne prevedeva più di 800. Ho fatto dei tagli drastici. Ho cercato una struttura che all'inizio sembrava un po' spiazzante, ma che poi si è rivelata unitaria. Ed è la lingua, e lo spirito che sta dietro a questi fatti che racconto, che alla fine danno unità, come un romanzo. Naturalmente i precedenti sono nobilissimi e vanno da Montaigne allo Zibaldone fino a Tondelli... Racconto il mondo in cui viviamo attraverso i fatti di cronaca, le riflessioni, i passaggi di tempo, gli odori che si modificano, le trasformazioni della famiglia. Non sono domande ideologiche, sono quelle sulla quotidianità, che poi è la nostra vita, la vera storia nostra.

Parliamo dell'ultimo titolo uscito per Einaudi con Silvia Ziche, Olimpo s.p.a. Caccia grossa avrà un seguito?

Devo dire innanzitutto che è stato un lavoro pazzesco, soprattutto per Silvia Ziche, che però ci dà molte soddisfazioni. Sta vendendo bene e andrà anche meglio del primo [Olimpo s.p.a.]. Tutto ciò potrebbe stimolarci ad andare avanti, ma penso che invece finirà con questa seconda puntata, perché la serialità va bene fino ad un certo punto. Comunque l'abbiamo fatto e ci siamo divertiti.

È un'idea originale.

Nella prima parte c'è il problema della trascendenza. Gli uomini non hanno molte cose (e ne desiderano moltissime, invece) e gli dei contemporaneamente si annoiano nel loro Olimpo e vogliono riconquistare il proprio spazio nell'immaginario dei popoli. Per farlo vengono sulla terra e, accortisi di tutti i problemi, li risolvono per farsi amare: sovrappopolazione, immondizie, buco dell'ozono: risolvono tutto perché sono dèi e possono farlo. In questa seconda puntata ormai tutto è perfetto, la società è a posto, c'è anche spazio per la trascendenza perché sono gli dèi stessi che svolgono il ruolo di ministri. Ma Giove sospetta che nell'ombra stia tramando un demone. E questo demone è una specie di edonismo folle che possiede i cittadini rendendoli praticamente cristallizzati in un sorriso molto...

Ogni riferimento alla realtà è...

È decisamente scoperto, per carità però è un gioco... C'è anche il duello finale, che non vuole essere neanche troppo moralista. È un divertimento e devo dire che tutto viene sostenuto dalla grande arte di Silvia Ziche, che nel disegno comico non ha rivali. Ha una grande scuola, ha cominciato da piccolina a disegnare, poi ha lavorato alla Walt Disney, in seguito è passata a Cuore, Comics, Smemoranda. Sa dare una grande espressività ai suoi personaggi. Io rimango completamente abbacinato dalle sue immagini: siccome non sono neanche capace di disegnare una casetta, mi affascina. Così come quando lavoro con Nicola Piovani rimango sbalordito nel vedere in che modo, guardando altrove, schiaccia i tasti del pianoforte e fa venire fuori la melodia che vuole. Gli dico mi fai Maruzze' e lui subito me la fa...

Ha avuto un successo enorme la canzone che ha cantato Benigni...

Come no. Era già edita, faceva parte dello spettacolo Benigni 2. È in classifica e tra l'altro Roberto Benigni l'ha cantata anche male in televisione, era troppo emozionato, nel disco la canta meglio.

Hai già in previsione qualche altro romanzo?

Sì, dopo quel romanzo così impegnativo ho deciso di fare una cosa che mi diverta, quindi ho pensato a un giallo. Poi bisognerà vedere cosa accadrà scrivendolo. Ho in mente la struttura e spero che quando comincerò a scrivere non mi lascerò prendere dalla rabbia che ho dentro. L'idea è piuttosto forte. Certamente Fantasmi ha chiuso un capitolo non solo della mia poetica ma anche della mia vita e quindi adesso mi sento come un bambino che comincia a scrivere. Voglio anche giocare un po', francamente. Anche se già Fantasmi era un testo giocatissimo, pieno di ironia, a volte anche comico, con mille personaggi, le strutture tagliate, in prima persona, in terza persona, i generi... mi è risultato semplice perché non l'ho realizzato a tavolino, però mentre scrivevo dovevo lasciare accese tutte le "lampadine" nel cervello e nel cuore, mantenere i riferimenti per fare i collegamenti giusti, cosa piuttosto complicata. Inoltre, purtroppo, in otto anni accade di non poter scrivere anche per due o tre mesi. Spesso perciò ho dovuto ricominciare. Perché quando si spengono tutte le luci è difficile. Quando si scrive un romanzo, anche solo una riga, ma almeno una riga ogni giorno la si dovrebbe scrivere. Perché solo così si "riaccende" tutto, rientri in possesso della materia e vai avanti: se quella riga viene male, non fa niente, il giorno dopo la tagli e ricominci. Se invece se per molti giorni non si scrive, si dovrà ricominciare sempre da capo. Così, per lo meno accade a me. Io scrivo un romanzo ogni sette, otto anni perché ci lavoro davvero ed è molto, molto faticoso.

Di Giulia Mozzato




6 giugno 2002