Intervista a Giorgio Celli
"Quando la scienza è una bella favola"

Giorgio Celli è uno scienziato singolare, aperto alla cultura umanistica, poeta e scrittore ancor prima che entomologo ed etologo. Questa caratteristica lo porta a essere un divulgatore eccezionale e un narratore di storie di animali divertenti e appassionanti. Ma il libro scientifico non sempre raggiunge il grande pubblico, come avviene per i suoi testi. Qual è il suo segreto?

L'editoria scientifica in Italia è sempre sull'orlo della crisi. Il libro scientifico, anche di divulgazione, non ha un grande mercato. Secondo lei che caratteristiche dovrebbero avere questi saggi per attirare il "lettore medio"?
U n libro scientifico, come una buona trasmissione televisiva che voglia fare divulgazione per il grosso pubblico, deve avere sempre la forma del racconto. Le persone si aspettano la favola. E la scienza ha la possibilità di essere raccontata come una favola. Intanto, se lei vuole, può essere una favola anche un buon racconto giallo e lo scienziato nelle sue ricerche si comporta un pochino come un detective: raccoglie gli indizi e a un certo punto da questi indizi deduce, scopre il "colpevole" o, in questo caso, la causa di un certo evento. Quindi credo in definitiva che il segreto sia avere molta souplesse letteraria e un buon piglio narrativo. Allora si può sperare di divulgare la scienza tra le persone che scienziati non sono.
Una tendenza presente nel panorama del mercato italiano?
N el nostro mercato ci sono bravi divulgatori di etologia come Danilo Mainardi, per esempio, o di astronomia come Piero Bianucci; io stesso, tutto sommato, per la vita dei gatti ad esempio, mi reputo in grado di interessare il pubblico. Mi viene in mente anche un ottimo libro di Enrico Alleva, "Il tacchino termostatico"... Tuttavia è vero che ci si apre la strada un po' "a colpi di machete". Però non bisogna disperare. Io non sono del tutto insoddisfatto della risposta ai miei libri.
Lei però è un'eccezione perché già coniuga nella sua formazione le matrici di scrittore-poeta e scienziato al contempo...
S ì, questo è vero. Sono nato come letterato, sono diventato scienziato e ho scritto come scienziato da letterato. Questa potrebbe essere in breve la mia parabola. Sì, però anche persone che non hanno particolari performance letterarie se la cavano molto bene... Quindi tutto sommato non dispererei troppo sulla nostra divulgazione scientifica.
E trasmissioni televisive come Nel regno degli animali, che lei conduce da anni, possono indurre alla lettura?
L a televisione è un mezzo che può essere un incentivo alla lettura oppure può non esserlo. Io cerco di spegare i fatti lasciando sempre qualcosa di sospeso, suggerendo che in definitiva quello che io mostro non è altro che l'innesco di un grande discorso nascosto che poi si ritrova nei libri. Come lo si ritrova nel grande libro della natura. Sarei poco soddisfatto di me e delle mie trasmissioni televisive sapendo che nei giovani generano solo l'attesa della puntata successiva, oppure che non generano il desiderio di saperne di più attraverso quel mezzo formidabile che resta sempre un libro. Spero che non sia così.
Il suo protagonista preferito è il gatto. Pensa di scrivere ancora su di lui e sulla sua affascinante personalità?
S ì, senz'altro. Ho osservato alcuni comportamenti, in questi ultimi tempi, che tratterò nel prossimo libro. E ho deciso anche di cominciare a fare delle esperienze con i miei gatti. Non si tratta certo della vivisezione, ma di sottoporre loro qualche problema sulla percezione del colore e anche sulla capacità di risolvere alcuni piccoli problemi, come l'apertura e la gestione di una gattaiola. Voglio poi approfondire la ricerca già accennata nel mio ultimo libro [Il gatto di casa. Etologia di un'amicizia, Edizioni Muzzio, ndr]. Al centro dell'analisi ci sono i rapporti famigliari dei gatti, la formazione di coppie fisse, la formazione, forse, di famiglie oppure, come nel caso del gatto Eli che descrivo lì, la comparsa di una sorta di complesso di Edipo.
Parlando di gatti, una curiosità. Perché così tanta gente ha ancora paura di animali assolutamente innocui, come il gatto, appunto, o certi insetti?
P robabilmente la paura degli animali (del gatto in particolare) risale senza dubbio al nostro Medioevo, ahimé cristiano e cattolico. Nel senso che tutto ciò che poteva essere diverso nascondeva il demonio. Il gatto ha sofferto moltissimo di questa situazione: è stato perseguitato durante il Medioevo ferocemente per la sua irriducibilità dell'essere poco addomesticato e per alcune caratteristiche curiose del suo fisico come ad esempio il pelo lucido che riflette la luce, gli occhi che brillano in penombra... Molto probabilmente invece gli insetti come tali sono stati considerati degli inviati del demonio. Non dimentichiamoci che uno degli attributi di Satana è "il signore delle mosche"! D'altra parte addirittura nella Bibbia, quando il Faraone rifiuta di far andare via Mosè, arriva l'invasione di cavallette, mandate da Dio, che in realtà rappresentano la mano sinistra di Dio, ma anche la mano destra del diavolo, in qualche maniera. Questo prima ancora della nostra era. Gli insetti sono dunque spesso stati identificati con qualcosa di malefico. In alcuni casi era un fatto dimostrato e dimostrabile (le locuste mangiano il raccolto, ed è un fatto), in altri casi era un concetto del tutto campato in aria. Ma che è sopravvissuto nei secoli, fino a noi.

Esiste un sito ufficiale dell'autore, da lui direttamente gestito e dedicato a tutti coloro che amano la natura. Lo potete trovare all'indirizzo http://www.spazionet.it/giorgiocelli/default.htm

Intervista a cura di Giulia Mozzato




28 agosto 1998