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Patrizia Carrano

Un'infanzia difficile, solitaria, l'amore per Venezia, i libri letti d'un fiato, l'identità sessuale, le passioni letterarie, la scrittura. Patrizia Carrano racconta il suo essere un vero narratore

Intervista - Nota bio-bibliografica - Brani scelti

Come ricorda la sua infanzia?
Triste e solitaria. Sono figlia unica, i miei litigavano spesso e, non so bene per quale motivo, non sono mai stata mandata a scuola. Dunque mi è mancata la compagnia degli altri bambini. Quella degli adulti non era un granché: la ricordo sbadata e anaffettiva. Abitavamo a Venezia, e di quella meravigliosa città rammento l'umido, gli slarghi dei campi, il silenzio. Venezia è stato un meraviglioso teatro di una infanzia dolorosa.

Chi le leggeva le favole in famiglia?

Nessuno. Avevo una tata semianalfabeta che mi raccontava delle stralunate storie contadine. Le favole sono state una scoperta dell'età della lettura: nel '53, quando avevo sette anni, un amico di famiglia mi regalò Le antiche fiabe russe di Afanasief, era il 31 dicembre. Alla befana avevo letto tutte le settecento pagine del libro.

Quando ha iniziato a scrivere?

A quattordici anni, dopo aver visto un brutto film di cui non ricordo il titolo con Dirk Bogart e Milene Demongeut, ambientato in Messico. Cominciai un romanzo, che poi lasciai a metà. La protagonista si chiamava Estrelita. E faceva la torera.

Quali sono le sue madri e i suoi padri letterari?

La letteratura francese dell'Ottocento, direi. Me ne sono cibata per tutta la primissima giovinezza. Ma ho letto anche tutto Salgari, che continuo ad amare teneramente.

Nel suo percorso formativo, nella famiglia, negli studi è stata ostacolata dal fatto di essere donna?

Credo di essere stata profondamente segnata dalla mia identità sessuale. Se fossi stata un maschio certo non mi sarei sposata a diciassette anni, come invece ho fatto. E forse non sarei andata a lavorare in un giornale femminile, anche se di taglio particolare come Noi donne. Ma considero la mia parte femminile una grande ricchezza. Così come mi piace la mia parte squisitamente maschile. Mi è capitato spesso di pensare - scherzosamente!- " l'unico vero uomo che conosco sono io".

È appena uscito un suo libro intitolato "Campo di prova" tutto dedicato ai cavalli. Come mai un soggetto così insolito?

Campo di prova è il terzo libro che dedico ai cavalli. Scrivo di loro perché li amo, li frequento, li conosco, e sono orgogliosamente convinta di saperli raccontare bene. Uso i cavalli per descrivere gli spigoli, i baratri e le qualità degli uomini. Campo di prova riunisce sei racconti, ma va letto come un romanzo corale. Così come succedeva con Notturno con galoppo, uscito nel 1996, sotto il cui titolo si raggruppavano altri sei racconti. Non si contano i cavalli che hanno bussato alla porta della mia scrittura chiedendo fosse loro dedicata una storia. Ma ogni cavallo ha un proprietario, un cavaliere, oppure un'amazzone... e così la storia di questi meravigliosi animali si intreccia fatalmente con quella degli uomini. E ne racconta speranze, delusioni, cattiverie, tenerezze. Del resto, a pensarci bene, cos'è la vita se non un campo di prova?

Il suo ultimo romanzo, Illuminata, narra la storia di una nobile veneziana del '600 che divenne la prima laureata del mondo. Come è nata l'idea di scrivere questo libro?

Passeggiavo per Venezia e mi sono trovata davanti una targa che ricordava questa donna di cui non sapevo nulla. Era nata proprio trecento anni prima di me.... e ho deciso di capire chi fosse e provare a raccontarla. È stato il mio primo romanzo storico e sono felice sia andato così bene.

Lei crede che oggi ci sia dell'interesse per queste donne di cui si è occupata poco la storiografia ufficiale?

Per fortuna sì. Credo che siano sempre più numerose le storiche, le ricercatrici, le studentesse che lavorano sul " non detto femminile" della storia. Certo, è un atteggiamento che appartiene soprattutto al mondo della ricerca e dello studio. Ma una volta non esisteva neppure.

Secondo la sua esperienza di lettrice e di scrittrice esiste una specificità della letteratura femminile?

Credo che non si possa parlare di "letteratura femminile". Ma di "letterature femminili". Che cosa hanno in comune Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar e Farandola di cuori di Liala? Soltanto che le due autrici sono donne. Troppo poco, a mio vedere. Ma è indubitabile che tanta narrativa femminile abbia privilegiato i temi del quotidiano, abbia cercato di scavare nei sentimenti. Credo però che più il livello letterario si alza, più si perde di specificità. Conta che Anna Karenina l'abbia scritto un uomo? Non credo.

Scrivere è un atto di grande sensualità, perché si plasma il linguaggio, si dà corpo e sostanza alle storie. Cosa la affascina della scrittura?

Nulla, in verità. Considero la scrittura una sorta di imperativo della mia vita. Una voce silenziosa e oscura mi chiama alla scrivania e mi ingiunge di fare un libro. Per far tacere quella voce, che mi turba e mi insegue, mi affatico per dei mesi. Quando ho finito, e la voce si è finalmente quietata, quando ho tirato su i muri della storia, quando il romanzo o il racconto sta su da solo, e inizia ad andare per il mondo con le sue gambe, io sono stanca come uno spaccapietre alla fine della sua giornata. Ma ho compiuto un dovere verso me stessa. Ho messo a tacere la voce e mi sento libera.

Come nascono i suoi libri? Da un'idea, un personaggio, da una storia?

Nascono dal fatto che di mestiere faccio il narratore. Non mi pace la parola "scrittore", che trovo troppo presuntuosa. Nessuno può dire di sé stesso "sono uno scrittore". Lo diranno gli altri, dopo cinquant'anni. Giorgio Manganelli, che è stato un vero, grandissimo scrittore, diceva con molto spirito che " esistono dei casi di grafomania premiati dal mercato". Però, senza falsa modestia, so di essere un vero narratore: di avere il senso del racconto, di saper costruire i personaggi, di mandare avanti una storia, un intreccio. Il primo racconto di Campo di prova si svolge nell'arco di soli due minuti. E dura una trentina di pagine. Ma sono stati in molti a dirmi che dopo averlo cominciato, non riuscivano più a lasciarlo. Questo significa essere un narratore.

Se dovesse dare un consiglio a un aspirante scrittore cosa gli direbbe?

Di leggere molto. Di scrivere tutti i giorni, in modo da conquistare una confidenza assoluta con il gesto dello scrivere. Di lasciarsi andare, di ascoltare le voci di dentro e nello stesso tempo di cercar di capire a quale famiglia letteraria la sua scrittura si apparenta. Di essere orgoglioso di ciò che ha scritto e contemporaneamente molto umile e pronto a tagliare quello che non va. Di sorvegliare la lingua. Oggi si affoga nella cattiva scrittura. Sono scritti male i giornali, i racconti, le novelle, e più di tre quarti dei libri che si leggono.

Quale libro consiglierebbe a chi sta per avventurarsi nelle pieghe oscure della scrittura?

Un libro solo? Ma vogliamo scherzare? Oggi la gente pensa di scrivere senza avere letto. E questo produce terribili libri. Ma, per raccogliere la sfida, consiglio un libro meraviglioso, nel senso pieno e letterale del termine. Un libro pieno di straordinaria meraviglia: L'Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

Cosa sta leggendo attualmente?

Sto rileggendo un libro storico impareggiabile di Fernand Braudel Civiltà e imperi del Mediterrano nell'età di Filippo II. È una lettura che ho fatto per lavoro e che mi ha ammaliato.

A cosa sta lavorando?

A un libro storico, ambientato nel Mediterraneo del 1565, che ha come epicentro l'assedio turco all'isola di Malta, difesa, appunto, dai Cavalieri dell'Ordine di Malta. Un tema di grande attualità, che riguarda lo scontro fra Occidente e Islam. Avevo proposto questo libro all'editore prima dell'11 settembre, perché dopo aver studiato il mondo musulmano per Illuminata, la cui protagonista incontra un sapiente arabo, avevo voglia di tornare ad accostarmi a quella cultura.
Ho scoperto che mi piace moltissimo scrivere romanzi storici: tanto più occorre rispettare i fatti davvero avvenuti, tanto più mi sento libera di inventare sul "non detto", sui momenti di silenzio. È una scommessa che mi piace, mi diverte. E poi avevo voglia di scrivere un libro di guerra, di uomini, di bombarde, moschetti, petrieri morlacchi, armature....Un libro sul Mestiere delle armi per citare il titolo del film di Ermanno Olmi che ho trovato bellissimo.

Nota bio-bibliografica

Patrizia Carrano nasce a Venezia e vi trascorre la sua infanzia. Giornalista, critico cinematografico, ha scritto per il teatro, la radio e la televisione.
Tra i suoi libri Malafemmina. La donna del cinema italiano (1977); Le signorine grandifirme (1978); La Magnani (Rizzoli 1982); Stupro (Rizzoli 1983), Baciamo stupido (Rizzoli 1984); Una furtiva lacrima (1986); Erna Rossofuoco (1989); Cattivi compleanni(1991); L'ostacolo dei sogni (1992); L'uomo nero. Piccolo catalogo delle paure infantili (1993) scritto a quattro mani con Simona Argentieri. Tra i romanzi si ricordano L'età crudele (Mondatori 1995); A lettere di fuoco (Mondadori 1999) e Illuminata (Mondadori 2000). Due le raccolte di racconti: Notturno con Galoppo (Mondandori 1996) e l'ultimo Campo di prova (Rizzoli 2002) dedicati ai cavalli.
Le sue opere sono tradotte in quattro lingue. Oggi vive e lavora a Roma.



Brani scelti

Illuminata è la storia romanzata di Elena Lucrezia Cornaro, nobile veneziana vissuta nel XVII secolo. Il padre, procuratore di Venezia, intuita la vivace intelligenza della figlia e la sua spiccata capacità di apprendere, la incoraggiò a studiare affiancandole i più importanti maestri dell'epoca. Appassionata lettrice e fine studiosa il 25 giugno del 1678 consegue la laurea di filosofia presso l'Università di Padova. Elena Lucrezia entra così nella storia per essere la prima donna laureata nel mondo.
Patrizia Carrano ricostruisce la storia di questa donna solitaria, votata alla verginità, alle opere di carità, all'arricchimento dell'intelletto.
Dalla storia emerge che Elena Lucrezia era stata una ragazza privilegiata, che ebbe i maggiori incoraggiamenti nelle sue scelte di vita, anche quelle più anticonvenzionali per l'epoca, da suo padre che copriva la carica di procuratore della città di Venezia. Elena si dedica allo studio, alla lettura dei libri, trascorre gran parte della giornata in solitudine, lo studio per lei è il momento in cui "il mondo torna ad essere ordinato, comprensibile, a porre interrogativi governabili, pur se complessi e difficili". " Alla fine delle lezioni Elena si sentiva forte, determinata, quasi una creatura vittoriosa." La sensuale parentesi dell'incontro con un poeta arabo, l'incontro tra la cultura islamica e quella occidentale nel rapporto di comunanza affettiva tra la giovane veneziana e il misterioso viaggiatore arabo.
Leggendo il romanzo della Carrano viene da chiederci che significato potrebbero avere oggi le scelte che fece Elena Lucrezia tre secoli e mezzo fa.


da "Illuminata. La storia di Elena Lucrezia Carraio, prima donna laureata nel mondo."

"In camera sua, Elena leggeva. Era, questa, un'usanza inaugurata da poco, grazie alla benevolenza di suo padre Giovanni Battista. Le ore che Elena dedicava allo studio venivano trascorse nella piccola galleria che s'affacciava sulla biblioteca. Ma le ore dedicate alla semplice lettura, Elena aveva ottenuto di passarle nelle sue stanze: la cura che aveva dimostrato nel maneggiare i molti rari volumi della biblioteca paterna l'avevano resa, nonostante la giovane età, la custode più sicura e affidabile di quel ricco patrimonio. Elena non portava in camera i volumi che suo nonno Girolamo Cornaro aveva ricevuto dai sapienti del suo tempo. Piuttosto portava con sé i libri appena acquistati, quasi tutti usciti dalle tante stamperie che operavano a Venezia. LE letture che a voce alta faceva durante le lezioni con pre' Fabris non avevano il carattere raccolto, personale, privato, connotato da un profondo piacere, che invece le regalavano le ore passate a leggere in camera sua, sfiorando i risguardi di carta decorata dei volumi della sua piccola biblioteca personale.
In quell' ultimo scorcio di stagione aveva letto con un interesse sempre più intenso, quasi affannato, la vita del beato Luigi Gonzaga scritta da padre Virgilio Cepari. Di quel racconto tutto l'aveva coinvolta assai profondamente: la descrizione della nascita di Luigi, faticosa, insanguinata, e ancora più pericolosa di quella toccata a Caterina Isabetta; la sua vocazione allo studio, in virtù della quale già a nove anni già parlava correntemente latino; la scelta di obbedienza compiuta quand'era ancora bambinetto; il voto di verginità fatto prima dei dieci anni; il suo disprezzo per il cibo. (...)
In quelle pagine, che raccontavano di una scelta di vita che s'era delineata fin dall'infanzia, Elena pensò di aver trovato, finalmente la chiave di volta del proprio futuro. Proprio come il beato Luigi Gonzaga, anche lei aveva quotidianamente percorso i sentieri dell'obbedienza, non s'era interessata al cibo altro che per la stretta sopravvivenza, era sempre stata affascinata dagli studi, ed era profondamente devota. Come lui avrebbe fatto voto di verginità perpetua, sottraendosi così al destino che incombe sul ventre di ogni donna e che lei aveva visto delinearsi con tanto orrore nella camera della madre. Nella verginità Elena vedeva una silenziosa ma decisissima abiura al destino femminile, una forma di libertà e di conquista personale che ogni giorno la convincevano e l'affascinavano di più."

(Illuminata pag. 90-91)

"Con parole accorte Elena l'aveva interrogato sul suo viaggio e, quando aveva scoperto che Ibn al-Fàrid era giunto a Venezia a bordo della galera che tanto l'aveva colpita, s'era dovuta trattenere per non mostrare il proprio turbamento. Il suo ospite si era imbarcato a Barcellona su una galera mercantile olandese, che aveva fatto scalo a Livorno. Di lì, anziché proseguire per le vie del mare, aveva preferito traversare l'Appennino e raggiungere Ancona, dove aveva trovato un passaggio si un legno della Serenissima che risaliva l'Adriatico portando olio dalla Puglia e zolfo dalle Marche.
Elena non ebbe cuore di chiedergli perché avesse scelto un itinerario così anomalo e neppure osò informarsi sul suo alloggio. Erano curiosità che non s'addicevano a una giovane patrizia e che era profondamente disdicevole le venissero alla mente. Pure aveva sognato di andarlo a trovare, di frugare tra le sue cose, di vedere i suoi abiti, si sapere chi eventualmente l'accompagnasse. All'idea di tanta libertà aveva cominciato a tremare e, per ritrovare la calma necessaria, era tornata a frequentare i luoghi della mente che più le erano familiari. Aveva interrogato Ibn al-Fàrid sulle ragioni della sua curiosità per le culture di paesi così lontani dal suo e ne aveva ricevuto una risposta che l'aveva lasciata interdetta: "Ve lo spiegherò domani".
Il giorno seguente 'Umar ibn al-Fàrid le aveva portato un piccolo volume manoscritto in arabo che le aveva spiegato essere l'opera di 'Abd al-Latif, uno studioso di diritto e medicina di Baghdad vissuto attorno al 1200. Le aveva tradotto qualcuno dei passi di quelle pagine: "bisognerebbe leggere storie, studiare biografie, e le esperienze di altre nazioni. Così facendo sarà come se, nel breve spazio di una vita, si vivesse contemporaneamente ai popoli del passato, si fosse in intimità con loro ... Non lamentarti se il mondo ti volterà le spalle ... sappi che la cultura lascia una traccia e una scia che rivelano il suo possessore; un raggio di luce e di brillantezza che risplende in lui, facendolo notare..."
'Umar ibn al-Fàrid traduceva dall'arabo in spagnolo, leggendo a voce bassa, ed Elena ebbe l'impressione che quella voce l'accarezzasse, l'accudisse, fosse insieme tentante e protettiva. Mentre, dal suo angolo, Maddalena la scrutava con vigile attenzione, Elena cedette al proprio impulso e, posando la propria mano su quella di lui, sussurrò: "Desidero che mi insegniate l'arabo."

(Illuminata pag. 134-135)


Nota introduttiva di Campo di Prova - Ed. Rizzoli 2002

Protagonista di Campo di prova è il legame silenzioso ma profondissimo che intreccia le vite dei cavalli e degli uomini. I cavalli che galoppano in queste pagine si chiamano Chiaia, Pioneer, Beau Regard, Arlecchino, Lord Jim, Porthos. Siano piccoli pony o grandi campioni, possiedono tutti la misteriosa capacità di rivelare il volto segreto e il vero valore delle persone che li hanno allevati, montati, amati o maltrattati. E' quel che fa Chiaia, la saura protagonista del primo racconto, fragile e umbratile come la propria amazzone, ma capace di diventarne l'àncora, il punto fermo, in un difficile momento della vita. Oppure il buffo pony Porthos, che regala a Giulio, il suo piccolo grande cavaliere, l'occasione di diventare adulto. O il magnifico irlandese Lord Jim, il cui valore disvela la fragilità di un'amicizia. "Campo di prova" racconta sei storie d'oggi, appassionate, forse crudeli, storie che indagano sui moti del cuore, sulle sfide che talvolta la vita ci impone. Che si narri d'una coraggiosa allevatrice, d'un uomo che grazie a un purosangue ritrova se stesso e i propri sogni o d'una notte di rapina, i cavalli restano i protagonisti assoluti di questo libro.

"Mi riesce impensabile immaginare un mondo in cui i cavalli non abbiano un posto d'onore nel cuore degli uomini. Quegli uomini che assieme ai cavalli hanno attraversato i millenni. Oggi questo rapporto va reinventato, alla luce d'una nuova realtà e d'una nuova sensibilità" Patrizia Carrano.

Di Valentina Acava Mmaka




12 aprile 2002