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Ferdinando Camon

Testimone di un mondo contadino scomparso, Camon riflette sulle ragioni di una civiltà che non può più esistere. Scrittore riservato, attento osservatore della realtà italiana, ci racconta il suo percorso letterario, dove la scrittura è rivelazione, e il mondo delle piccole cose che l'autore continua a vivere e sentire.


Intervista - Nota bio-bibliografica - Brani scelti


Ha detto che la scrittura per lei è una vendetta, uno "strumento di potere" in quel mondo contadino dove è cresciuto e dove la maggioranza degli individui era analfabeta o sapeva appena scrivere il proprio nome. Oggi che significato potrebbe avere la scrittura dove quel mondo contadino di un tempo è scomparso, e dove quasi tutti, almeno nel nostro paese, sanno leggere e scrivere?
La scrittura è pur sempre uno strumento di potere del mondo diverso, opposto, nemico. La scuola trasmette solo la cultura delle città e della nazione. Un ragazzo che nasca a Verona, Padova, Udine, Treviso, Trieste, eccetera, insomma in qualsiasi città di provincia o in campagna, viene educato dalla scuola italiana a trascurare, dimenticare, disprezzare tutto ciò che gli ha insegnato la famiglia, il paese, il quartiere, la campagna, e a impossessarsi della cultura italiana, nazionale, espressa nella lingua ufficiale. In questo modo è stata dimenticata la grande storia accaduta nelle campagne: lotta partigiana, resistenza, attacchi ai nazisti, rappresaglie, impiccagioni. I ragazzi di campagna sono obbligati a studiare la storia accaduta in città, e a dimenticarsi della storia accaduta nelle campagne, molte volte assai più grandiosa. E' un genocidio. Io racconto solo storie accadute in campagna. Sono un vendicatore.

Esiste ancora una letteratura che racconta la ruralità non solo come ambiente esterno, ma come sfera dell' intimo sentire, dell'umano percepire la vita?

Non può più esistere. La civiltà contadina è morta. Adesso i contadini sono diventati piccoli industriali della terra. Sono morti una storia, una famiglia, un tipo di uomo, una cultura, una religione, una tradizione. Ma quelli che vengono qui, dal Sudamerica, dall'Africa, dall'Asia, dall'Est europeo, attraverseranno le stesse fasi: per diventare borghesi europei, devono prima morire.

La mancanza di una narrazione rivolta alle radici culturali locali, non è forse dovuta alla voglia di universalità che nutrono gli scrittori, soprattutto giovani? Fa parte della nuova globalizzazione? Eppure c'è chi diceva che dal particolare si arriva all'universale!

No, gli scrittori sono tutti figli della borghesia urbana. Non conoscono la civiltà contadina.

Avrebbe un significato oggi scrivere del mondo contadino nell'era di Internet e della realtà virtuale?

Il mondo contadino non c'è più. Si può recuperarlo solo facendo della archeologia. Sono contadini, abitanti di campagne, periferie, paesi, cittadine male attrezzate e povere, quelli che vengono qui. La morte di una civiltà, che io ho raccontato, è il recente passato della mia gente, ma è il futuro di vasta parte dell'umanità.

Uno dei suoi romanzi di maggior successo Un altare per la madre, è stato recentemente ristampato da Garzanti. Questo significa che in qualche modo rappresenta dei valori attuali, oppure vuole far conoscere alcuni di quei valori ormai perduti. È così?

Rappresenta valori attuali: il bisogno di immortalità. Racconta infatti come la civiltà contadina inventa e crea un rito di salvezza eterna. Per questo il libro è stato tradotto nella Russia comunista, nella Germania luterana, e non solo nei paesi cristiani, Argentina, Brasile, Grecia, Francia, Olanda, eccetera. Adesso verrà tradotto in Turchia: anche l'Islam conosce questo bisogno. Andrò a presentarlo a Istambul.

Parliamo del sacro. Lei ha raccontato la sacralità di un mondo contadino che si ispira ai principi cristiani della vita di quel tempo. Ogni azione, ogni piccola cosa della quotidianità hanno una loro intima sacralità. Nella sua vita di uomo e scrittore continua a "vivere" e "sentire" il mondo delle piccole cose?

Certamente. Per questo sono un appartato e un solitario.

Si riconosce nel fatto che un altare per la madre sia un libro "universale" nel quale ogni contadino può riconoscersi ad ogni latitudine?

È così. Quando uscì in Russia, al tempo del Comunismo, un lettore della Siberia continuò a mandarmi letterine per anni. La traduttrice rumena mi ha chiesto di poter dedicare la sua traduzione al figlio appena morto. Il traduttore francese ha dedicato la sua traduzione a Roland Barthes, allora scomparso da poco. Quest'anno il libro è uscito in Lettonia: la Lettonia ha aspettato quattro anni per trovare la carta per l'edizione.

In quali altri autori contemporanei ha trovato quella "pietà cristiana" che anima i personaggi dei suoi libri?

Non ho preso la pietà cristiana da autori, ma da uomini. I contadini.

Ad un certo punto del libro lei dice: "Il loro mondo riferendosi a quello di suo padre e di suo fratello ha creato tutto, il mio non ha fantasia, non è fatto per superare la morte perché non è fatto per conservare la vita perché non è fatto per i bisogni dell'omo." Le manca qualcosa di quel mondo?

Lo scontro tra civiltà non avviene sul piano dei valori, ma della forza (economica). Il mondo contadino era più buono, più ricco di virtù; ma era povero, ed è stato spazzato via. Adesso bisogna recuperare qualcuno dei suoi valori. La solidarietà anzitutto. Se in un paese di campagna qualcuno era malato, tutto il paese lo sapeva. Se in un condominio di città qualcuno si ammala e muore, nessuno lo sa.

C'è una frase in un libro dello scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins "Ho una forte nostalgia dell'uomo" riferendosi ad una società controllata da internet, dove anche morire non è più un atto privato. Non crede che ci sia molta più solitudine oggi che un tempo?

Non c'è solitudine, ma egoismo: ognuno per sé, Che un altro viva o muoia, non è affar mio. È etico che io faccia me stesso, la mia carriera, il mio potere. Io aiuto gli altri se rafforzo me stesso. Nella civiltà contadina (cristiana), io aiutavo gli altri se aiutavo gli altri.

Camon, lei è cresciuto nella bella campagna attorno a Padova, cosa leggeva da ragazzo? Come si procurava i libri?

Leggevo tutto quel che mi capitava in mano. Frequentavo una biblioteca che prestava libri. La biblioteca stava a cinque chilometri da casa mia, ci andavo in bicicletta. Entrato nel ginnasio-liceo (classico), mi servivo della biblioteca dell'istituto.

Quali sono stati i suoi padri e le sue madri letterarie nell'età della sua formazione artistica?

Pasolini anzitutto. Ha scritto (su sua richiesta) la prefazione al mio primo romanzo, la presentazione alle mie prime poesie, e ha dedicato un saggio al mio primo libro di critica. Ma ho letto con passione i sudamericani, Borges, Cortàzar, Màrquez.

Si ricorda qual è stata la prima cosa che ha scritto?

Probabilmente una poesia. Non pubblicata.

Che cosa ne pensa delle scuole di scrittura creativa. Ritiene che si possa "imparare" a scrivere seguendo delle indicazioni comuni, dei parametri?

Non ho fondato, né frequentato scuole creative. Non le ritengo possibili. Si impara a scrivere leggendo. Leggere è mettersi al passo col mondo. Si inaugura la giornata leggendo.

Quale suggerimento darebbe ad un aspirante scrittore che volesse uscire allo scoperto?

Di cercare i suoi fratelli. Stanno sulle riviste. Deve trovare la rivista o le riviste dove scrivono quelli come lui. E mandare qualche verso, qualche racconto. E spiare come scrivono gli altri. E cercarsi un editore su misura. Un libro va bene per un catalogo e non per gli altri. Se è buono per ogni catalogo, è un libro sbagliato.

Crede che sia più facile scrivere oggi o quando era ragazzo lei?

Oggi. Ci sono più editori, più giornali, più riviste. Più occasioni. Se uno vuole scrivere su un giornale, va in Algeria a sue spese e da là manda un servizio. O fa un reportage dall'Iraq. Ha visto quanti giornalisti del "Corriere della Sera" sono morti? In Somalia in Afghanistan, in Palestina. Erano tutti esordienti, senza contratto. Io li capisco.

Non crede che oggi manchi una critica letteraria seria capace di creare un confronto tra la tradizione e il nuovo? Se sì, a cosa crede sia dovuto? Decadenza degli intellettuali, mancanza di stimoli, un'editoria in crisi..?

Per me, gli ultimi grandi critici sono stati Sapegno, Pampaloni, Baldacci. Sono morti. No, alla crisi della critica estetica. La critica strutturalista crea burocrati, che analizzano Bonvesin della Riva come Dante, senza notare la differenza.

Lei è opinionista di molti quotidiani italiani, si occupa di argomenti di cronaca e di attualità. Di tutte le storie che osserva e sulle quali invita a riflettere, che quadro si è fatto della società italiana contemporanea? Quali sono i valori perduti e che cosa oggi sembra essere più necessario all'umanità di ciascun individuo?

Siamo in una fase di decadenza, in cui l'Europa sta morendo. L'Europa che ci sarà fra cento anni è inimmaginabile oggi. Se uno la immagina, si spaventa.

Ne Il silenzio delle campagne racconta anche situazioni di disagio sociale: la droga, l'omosessualità, gli extracomunitari, gli omicidi, la malasanità, e scrive "L'Europa è un paradiso popolato di demoni." Da dove nasce il disagio sociale che viviamo tutti? C'è un modo per cacciare questi "demoni"?

Il disagio nasce dallo scontro tra civiltà. Entrano nella nostra civiltà, dilagando, civiltà che prima non avevano con noi nessun contatto. I portatori di queste civiltà arrivano a mille per notte. In parte vogliono vivere in mezzo a noi: benvenuti. In parte vogliono vivere al nostro fianco: benvenuti anche loro. In parte vogliono vivere contro di noi: e questi sono un problema e una minaccia.

Sta lavorando ad un nuovo libro?

Non programmo mai i libri, ma forse sto finendo un nuovo libro di poesie, ammesso che si possano chiamare così. Un completamento del Silenzio delle campagne. Ma intanto controllo la traduzione francese del Silenzio delle campagne, che dovrebbe uscire da Gallimard.

Nota bio-bibliografica

Ferdinando Camon nasce a Montagnana (PD) nel 1935. Narratore, poeta e saggista tradotto in venti paesi Garzanti ha pubblicato i romanzi: Il quinto stato (1970), La vita eterna (1972), Occidente (1975), Un altare per la madre (1978 Premio Strega), La malattia chiamata uomo (1981) e La donna dei fili (1986); Il canto delle balene (1989), Mai visti sole e luna (1994), La terra è di tutti (1996). Si ricordano le poesie: Liberare l'animale (1973, Premio Viareggio) e Dal silenzio delle campagne (1998).
E' opinionista di vari quotidiani nazionali: Avvenire, La Nazione, L'Unità, Il Resto del Carlino, Il Mattino di Padova, i Quotidiani delle Venezie e anche di Le Monde (Parigi) e La Naciòn (Buenos Aires).

Per saperne di più su Ferdinando Camon potete consultare il suo sito www.ferdinandocamon.it e il catalogo della Garzanti www.garzantilibri.it



Brani scelti

"Dal silenzio delle campagne"

Il Castrino

Quando gira per le stalle
il castrino a scegliere i torelli
da castrare non è che li tocchi
nelle palle
ma li fissa negli occhi:

chi ha lo sguardo mite e cordiale
è spacciato, il castrino gli crocchia
le coglie con la pinza, e l'animale
per il dolore sbava e s'inginocchia.

Ma chi ha lo sguardo bestiale e disumano
e il corno aguzzo, il castrino
lo grazia e lo carezza con la mano
e andando via gli fa un sorrisino.

La morte del vecchio

Quando un vecchio muore
è costretto
a sopportare che le nuore
gli girino intorno al letto:

una gli rimbocca
le coperte, un'altra col cucchiaino
gli scarica in bocca
un po' di semolino.

Lui brontola: "Lassème stare,
sé vegnù la me ora,
piuttosto dèghe da magnare
alle bestie, se no non le laòra".

Lui muore contento se sa
che il lavoro non si ferma.
Solo così nel mondo di là
può godere la pace eterna.



da "Un altare per la madre

Davanti alla chiesa si era formata una piccola folla, ragazzi, donne e uomini di tutte le età, che si andavano raggruppando secondo i gradi di parentela o secondo il caso: bastava che uno dicesse una parola e un altro rispondesse perché tra loro due si facessero compagnia. Io mi sono ritrovato solo e ultimo.
Alcuni ragazzi han sollevato la bara a spalla e si sono avviati attraverso la campagna, gli altri dietro, in fila indiana.
Si percorreva un sentiero stretto e polveroso, di terra sabbiosa, fra spianate di frumento infestato di papaveri: intorno si vedeva più rosso che giallo, e si sentiva un forte odore di erbaglia verde fermentata al sole, in alto volavano in cerchio le lodole, poche e solo qualcuna cantava, le altre volevano scendere ma erano disturbate dalla presenza umana. Passati gli uomini, aspettavano ancora un poco, poi si lasciavano cadere a piombo come sassi, ma senza tonfo: un metro prima di sfracellarsi al suolo per salvarsi, poi trottavano via infilando il collo tra i gambi di frumento.
La bara avanzava ondeggiando.
Io pensavo a mia madre, mi sembrava giusto che la bara ondeggiasse: mia madre non aveva mai avuto un'andatura dritta, era sempre piuttosto stanca, parlava poco mentre lavorava e ogni tanto smetteva per andarsi a sedere sotto le vigne, all'ombra, senza fiatare, chinando la testa.
Così rannicchiata, pregava in silenzio. Ogni tanto, si passava la lingua sulle labbra pe inumidirle, poi si asciugava la fronte e le guance e la bocca con un fazzoletto che non era mi un fazzoletto: poteva essere il sacchetto del sale, ormai vuoto e appena lavato, o le fasce dell'ultimo figlio ancora conservate, o una straccia pulita presa da qualche cassetto. Non buttava mai via niente. Credeva che legare strette con le fasce le gambe dei neonati servisse a raddrizzarle. Prima di alzarsi da tavola, controllava con uno sguardo che non restassero avanzi e non venissero buttati via: bevevo il fondo dei bicchieri, metteva la minestra avanzata in credenza, perché le mosche non ci passeggiassero sopra.
Un angolo della credenza era sempre occupato dagli avanzi messi via da lei: quando qualche bambino aveva fame, lei apriva lo sportello e mostrava con un sorriso quegli avanzi, secchi e duri. Parevano pietre antiche nella bacheca di un museo.
Risparmiava su tutto. Recuperava le monete ingoiate dai suoi figli. In campagna i bambini giocavano sulla sabbia con le monetine per avere le mani libere mettevano in bocca le monetine che avanzavano (le tasche erano sempre rotte), e ogni tanto qualcuno ne ingoiava una: la sentiva varcare la soglia delle tonsille, grande come un boccone troppo grande, strabuzzava gli occhi e diventava pallido. La moneta faceva uno sforzo e si rovesciava di là. Scendeva lentamente, strisciando come uno stantuffo nel cilindro. Il bambino smetteva di giocare, veniva dato per sconfitto, e andava subito a cercare la madre, per strada, sui campi, in casa, dov'era. Da quel momento entrava sotto custodia, veniva vegliato giorno e notte, Non perché stesse male, ma per recuperare la moneta. Sia aspettava con ansia che gli occorressero i bisogni, e si teneva pronto un boccale di ferro. Quando gli occorreva, lui si accucciava sul pitale e la madre gli stava dritta al fianco come una sentinella. Se usciva la moneta, batteva contro il pitale e faceva uno schiocco metallico: rame contro ferro. Il bambino lo sentiva per primo e immediatamente scappava via, senza neanche finir ei suoi bisogni e reinfilandosi i calzoni di corsa. La madre tutta allegra alzava il pitale e teneva d'occhio la monetina luccicante, andava sotto la pompa e con gli spruzzi d'acqua la recuperava, separandola dal resto come fanno i cercatori d'oro. Le monete valevano più i quel che valevano: tutto ciò che si comprava lo si pagava n natura, con gli scambi, e la gente non aveva mai denaro per le mani, se non, ogni tanto, quelle monete rosse, di rame, che venivano tenute come un ostaggio, da guardare di continuo, che non scappi. Il nostro mondo non aveva nulla a che fare col resto del mondo. Funzionava per conto suo, ed era immortale. Anche a nostra madre avevamo sempre pensato come a qualcosa di immortale, almeno quanto il mondo: perché quando noi nascevamo, lei faceva parte del mondo, il mondo senza di lei non era immaginabile.
Ora la madre era morta, ma questo non era possibile.
Alcuni, a turno, tenevano la mano sulla bara, come per toccare la mano o la spalla di lei: siamo tutti qui, con te, non avere paura.
La bara avanza e ondeggia per il sentiero galleggiando sopra i campi di frumento.
I portantini si fermano ogni tanto all'ombra, e la fila indiana si sposta fuori dal sentiero. Allora noi familiari possiamo disporci attorno alla bara e tenerci per mano sopra. Ai fiori, foglia per foglia, petalo per petalo. A tutto. Non ho più paura della morte. Questo mi riconcilia con la vita. Penso qualcosa che subito dimentico. Ripensandoci, credo che se rivivessi quella situazione riproverei gli stessi pensieri, ma ora non posso dire quali.
Si arriva finalmente al cimitero, e si entra per la stradetta fiancheggiata da due file di cipressi. Sopra il portone d'ingresso c'è un arco di mattoni coperti di malta con una scritta rossa in latino. Credo che nessuno in paese sappia cosa vuol dire, tranne mio padre che lo ha chiesto al prete.
Mio padre vuol sempre sapere tutto. Per le strade raccoglie i tòcchi di carta che trova e li porta a casa. Se sono bagnati li asciuga sul focolare, poi li stira col palmo della mano e li legge uno per uno. Gli interessano tutti: pezzi di giornale, lettere buttate via, conti della spesa. Da due parole è capace di ricostruire una notizia, da una illustrazione si immagina la trama di un film, da un conto della spesa capisce chi può averla fatta. Ci sono famiglie che comprano solo pane, ma si vergognano della loro povertà e allora mettono il pane sui piatti, per far credere che anche nei giorni lavorativi, e non solo di domenica, mangiano minestra o carne o verdura.
Una volta mio padre trovò un pezzo di giornale on due figure, un uomo e una donna: l'uomo stava diritto davanti a un muro, fissando con occhi spiritati il lettore, in maniche di camicia rimboccate, la testa pelata alla Yul Brinner, e alla sua destra c'era una signorina in lacrime con le mani giunte. Dopo cena veniva a trovarci qualche amico. Quella sera si discusse su chi potevano essere quei due personaggi. Come sempre, prevalse l'idea più decisa: un vecchio piccolo, rugoso, rognoso, cattivo, che aveva fatto la guerra tra i carristi e mandava ripetendo che un carrista fa un salto dopo morto, puntò il dito e disse: "El duce." Lo aveva riconosciuto. Tutti guardarono. Doveva essere il duce al momento della fucilazione, insieme con la Claretta Petacci. La Claretta la conoscevano tutti: era quella scolpita sulle monete, con le torri in testa. L'attenzione richiese silenzio, e il silenzio fece nascere la compassione per i due fucilati. Qualcuno osservò che gli Americani non avrebbero fucilato un uomo così. Mio padre mostrò il disegno a mia madre, perché tutto ciò che entrava in casa e aveva qualche importanza doveva essere spartito. Mia madre guardò con aria triste e scosse il capo, in segno di disapprovazione.
Non ammetteva che si potesse fucilare un uomo, fosse pure il più criminale del mondo. Uccidere è la colpa delle colpe. Una volta mio padre ci portò al cinema, a vedere Il segno della croce. Ci sedemmo negli ultimi posti, lontano dallo schermo che può essere pericoloso, non si sa mai. Mia madre non capiva i passaggi tra una scena e l'altra: si vedeva Roma che bruciava, poi Nerone che cantava con la cetra in mano, ma tra una scena e l'altra n on c'erano lo stacco netto, sicché le fiamme continuavano per un po' a vedersi anche addosso a Nerone. E mia madre domandò se stesse bruciando. Mio padre non rispose, scosse il capo. Quando apparve l' apostolo, che gira per i quartieri di Roma dominandoli col suo sguardo lento, mio padre, che aveva già visto il film tante colte, ci avvertì di stare attenti a come faceva il segno della croce. L'apostolo infatti lo disegnava in modo strano, tracciando per terra con la punta del bastone prima un angolo poi un altro, accostati per il vertice. Mia madre crollò la testa, le sembrava una trovata inutile. Quando poi cominciarono a vedersi le torture dei cristiani, avevo l'impressione - ma può darsi che l'impressione mi venga soltanto adesso - che mia si fosse messa a pregare, lì al cinema. Fu l'unico film che lei abbia visto. Il cinema rimase sempre per lei un luogo di torture.
Passammo sotto l'arco ed entrammo nel cimitero. Il prete pronunciò un breve discorso, molto dolce, parlando con la morta e col Signore. Tutti avemmo l'impressione che la madre e il Signore fossero insieme, e che questo fosse giusto. Ci accostammo alla bara uno alla volta, noi familiari, e la baciammo. Sentii il legno molto caldo, come umano. Poi la bara fu portata sopra a tomba e calata dentro, finché urtò contro il fondo. Ognuno vi buttò una manciata di terra, poi l'inserviente la coprì a vangate. Non c' era ancora un portafiori, una lampada, un nome. Mia sorella più giovane aveva un mazzo di fiori, e voleva sistemarlo in qualche modo. Li piantò col gambo nella terra fresca, come se avessero le radici, disponendoli a forma di croce. Io uscii meccanicamente dal cimitero, non riuscivo più a sopportare. Mi sedetti sull'erba, sull'orlo della strada. Proprio in quel momento passava un gregge di pecore. L'angoscia che avevo entro si sciolse guardando quegli animali dal viso umano, che transitavano alzando e abbassando la testa come per dire di sì ad ogni metro della vita, e visti in gruppo, di schiena, formavano una schiuma gialla. Ultimo veniva un agnello sciancato, distanziato di qualche metro. Lo guardai, come se stesse per succedergli qualcosa di triste. Il cane pastore trottò indietro, lo strinse delicatamente per la lana, senza fargli male, e lo trascinò in avanti, fino all'altezza del gruppo, depositandolo proprio di fronte a me. L?agnello rimase immobile, come se non volesse seguire il destino degli altri. Credo che allungai una mano e gli parlai, non sentivo cosa gli dicevo. Forse qualcosa come: "Sii buono, fratello animale".

Di Valentina Acava Mmaka




25 ottobre 2002