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Antonia S. Byatt

Abbiamo incontrato Antonia Byatt a Mantova, in occasione delle straordinarie giornate del Festivaletteratura. La Byatt è una donna energica e brillante, disponibile e affascinante. Ci ha raccontato molte cose sul suo romanzo Natura morta che, pur essendo apparso in lingua originale (Still Life) nel 1985, solo ora viene tradotto in Italia. Ma ha anche parlato dei luoghi in cui lavora, dei suoi ultimi testi e del romanzo che sta scrivendo, in qualche modo il seguito di Possessione.


Dal suo esordio letterario sono trascorsi 40 anni. Molto è cambiato sia nella società sia nella sua vita privata. Quali sono stati per lei i mutamenti fondamentali e quale peso hanno avuto su Natura morta?
Tra le cose che sono cambiate inizierei a citare la politica: è un mondo diverso rispetto ad allora, anche, o forse soprattutto, per le donne. Sono cambiata anch'io, del resto. Originariamente volevo finire questo romanzo negli anni ‘70 e volevo che fosse un testo contemporaneo e moderno, invece è diventato un romanzo storico. Questo perché ho parlato di tempi che ho vissuto e perché ho potuto fare delle ricerche su questi anni.

Il libro è dunque dedicato a chi ha vissuto quest'epoca?

Non direi. Mi ha colpito molto il fatto che i miei lettori sono giovani che non erano ancora nati nel momento in cui io pensavo a questi libri. Mia figlia più grande è del 1961, la più giovane è del '73 e non ha memoria di questo periodo. Per quanto riguarda la prospettiva, il punto di vista, io mi trovo ora a guardare il mio mondo attraverso gli occhi della generazione delle mie figlie.

A che cosa sta lavorando?

Ho appena finito una raccolta che si intitola Il piccolo libro nero di racconti, perché contiene 5 racconti noir e fantastici. Ho in mente anche un grosso romanzo: ci ho pensato per tutta l'estate. Si tratterà di un romanzo storico che riguarda il periodo successivo a quello di Possessione (dal 1890 al 1918) e verterà sul socialismo, la Germania, l'Inghilterra e anche il teatro. In questo periodo sto svolgendo le ricerche che mi serviranno a realizzare questo libro e mi sto divertendo moltissimo: la trama è quasi pronta, ma ho voluto documentarmi meglio sull'epoca. All'inizio dell'estate, dopo aver scritto e consegnato all'editore 4 dei racconti della raccolta di cui ho parlato prima, mi sono rotta un braccio. Ho finito a stento il quinto racconto della raccolta e sono riuscita a consegnarlo proprio il giorno prima di partire per Mantova. Si intitola Il nastro rosa. Chiaramente non ho avuto ancora nessun riscontro su questo libro.

Dove scrive, in che tempi e cosa la circonda quando lavora?

Scrivo essenzialmente in due luoghi diversi: in una mansarda di un quartiere di Londra dove sono circondata da tantissimi libri e quando guardo fuori vedo gli alberi. La mi piace scrivere di mattina. In estate invece vado in Francia dove abbiamo una piccola casetta e dove preferisco scrivere in terrazza all'aperto su un tavolino verde di metallo circondata da sassolini ferma carta che mi servono molto perché quando appoggio i fogli devo bloccarli per non farli sollevare dal vento e per evitare che finiscano nel fiume che passa lì vicino, cosa che è già successa varie volte...

Quindi lei non scrive col computer?

Per quanto riguarda gli articoli giornalistici uso il computer ma per la produzione di fiction preferisco la penna e scrivo a mano. Siccome questa estate mi sono rotta il braccio destro, come ho già accennato, è stato estremamente difficile scrivere fiction in questi mesi. Per il giornalismo mi sono abituata a usare la mano sinistra sulla tastiera, ma per la produzione letteraria era chiaramente impossibile.

Una curiosità su un altro suo romanzo, l'ultimo della tetralogia di cui Natura morta è il secondo capitolo: Whistling Woman (La donna che fischia). A che cosa si riferisce e si ispira il titolo?

Il titolo mi evoca un ricordo di infanzia perché mi fa venire in mente una rima che sentivo spesso da piccola, recitata da mia nonna; una filastrocca che parla di "una donna che fischia e una gallina che canta che non vanno bene né per Dio né per l'uomo". Mia nonna era una persona molto decisa e con idee chiare: disapprovava tutto, anche il fatto che le donne si occupassero di cose poco femminili. Comunque ho in mente questo titolo da tantissimo tempo. Già negli anni Sessanta sapevo che l'ultimo libro della serie sarebbe stato La donna che fischia. E sapendo che avrebbe avuto questo titolo, sapevo anche che avrei fatto continui riferimenti alla gallina... E infatti un po' dappertutto in questo libro c'è l'immagine della gallina, un po' un leit motiv ricorrente.

Quindi il suo processo creativo nasce dalla parola o da un'immagine, poi passa alla ricerca e infine costruisce la storia?

Sì. All'inizio della mia attività, quando ero giovane, pensavo che per "inventare" un libro si partisse dai personaggi. Invece ho capito successivamente che è meglio iniziare immaginando un mondo e successivamente far in modo che emerga da questo la storia. Per quanto riguarda il nuovo libro sono partita dall'idea di donne e uomini che scrivono per bambini e, volendo cercare un collegamento tra loro, ho immaginato che queste persone abbiano a loro volta dei bambini che finiscano per suicidarsi. Un altro elemento comune è l'appartenenza al movimento storico socialista: ho così creato un legame fra racconti per bambini e partito socialista incrociando questi temi e partendo con la fase della ricerca.

Una delle cose che colpisce dei suoi romanzi è la complessità della costruzione. Penso ai due mondi paralleli di Possessione, al romanzo nel romanzo della La torre di Babele e poi alla lunga tetralogia. C'è un metodo particolare per "gestire" questo materiale così complesso che dà a noi lettori un grande godimento intellettuale ma che immagino lei debba fare un grande sforzo a dominare?

Sì, penso che l'importante sia di non cercare di padroneggiare e di gestire tutto questo materiale troppo presto. Io inizio con un quaderno e con un block notes piuttosto ampio e cerco di annotare tutti gli spunti per settimane. Poi, ogni trenta giorni circa, tiro le somme ed estraggo da questi fogli uno schema, un piano d'insieme. Infine ogni sessanta pagine cerco di rileggere il tutto. Mi comporto un po' come uno studente che prepara un esame, forse perché ero una studentessa diligente, dotata di buona memoria...

I suoi libri sono complessi e difficili da tradurre [attualmente sono tradotti in 27 lingue, ndr]. Quando una sua opera viene tradotta in una lingua che non conosce ha modo di verificare la correttezza del lavoro?

Non c'è modo. Comunque conosco cinque traduttori "fidati" di cui leggo la traduzione della mia opera. Il fatto di avere questo dialogo ha cambiato anche il mio modo di scrivere: sono tutti bravi professionisti, così mi ritrovo a parlare con loro dei problemi della traduzione o dei problemi culturali dell'Europa. Ho questo dialogo con persone come Anna Nadotti, come Klaus, Melanie o altri. Questo rapporto ha influenzato il mio senso di pormi come scrittrice: la "traducibilità" dei testi, il fatto che questi possano essere tradotti in varie lingue, mi rende più ambiziosa. In passato si diceva in Inghilterra che i miei scritti fossero troppo difficili, ma se vengono resi con successo in italiano significa che funzionano, che il messaggio passa!

Lei ha affermato di avere una particolare predilezione per l'opera di George Eliot. Cosa in particolare di questa scrittrice l'ha influenzata e c'è qualche altra autrice inglese che lei apprezza oggi?

Mi piace molto la sua ambizione perché George Eliot era in grado di descrivere la vita della mente. Era la donna che scriveva meglio di chiunque altro sul corpo, si trovava a suo agio con il sesso, molto più a suo agio con il sesso che non le sorelle Brontë, perché ne parlava in maniera più sottile. Vediamo in Daniel Deronda come il sesso fosse qualcosa di terrificante. Lei sapeva bene come e quando passare da una scena ad un'altra, riusciva a trovare dei legami e a descrivere il piccolo aristocratico della contea inglese trovando dei collegamenti fra questa persona e la vita culturale di Londra o quella musicale della Germania. George Eliot ha imparato tante cose perché aveva una grande qualità: la curiosità. Non finiva mai di imparare e di pensare: pur essendo partita dal nulla, e pur avendo ricevuto un'istruzione privata di tipo scadente, è diventata una delle persone più colte ed erudite nell'Europa dell'epoca. Aveva tutto contro di lei: per questo in un certo senso è una mia eroina, è una persona che ammiro. Le femministe tendono a parlare molto delle sorelle Brontë, oppure dicono che in Jane Austen troviamo una protesta multi culturale, ma trascurano George Eliot. La Eliot era in grado di creare una gamma straordinaria di personaggi, dal piccolo aristocratico della contea inglese che amava solo i cani all'ambizioso medico di campagna che falliva; capiva la donna perseguitata o il maniaco religioso... In questo aveva imparato da Balzac e da Goethe.
Passando alla seconda domanda ammiro soprattutto Iris Murdoch, ma anche Doris Lessing perché riesce a scrivere cose sempre nuove, con una grande capacità di anticipare i tempi: quello che troviamo in un libro della Lessing riguarda temi che emergeranno forse fra 10 anni. Potrei citare anche Helen DeWitt, che ha scritto L'ultimo samurai, ma è americana. In generale direi che le autrici inglesi sono diventate via via meno ambiziose e si sono accontentate troppo di scrivere libri sulle donne e per le donne. Dobbiamo ammettere che i bravi scrittori sono spesso uomini.

Lei ha scritto libri molto diversi, seguendo due filoni centrali: quello "tradizionale", lei è una grande descrittrice, e quello "sperimentale". Fin dall'inizio è stato così? C'è stata un'evoluzione nel corso degli anni?

Sì, volevo che la tetralogia risultasse un'opera a metà fra un testo pervaso di realismo e un lavoro sperimentale: l'idea era di iniziare con un libro di tipo realistico per passare successivamente a due volumi di tipo più sperimentale, tornando con il quarto volume al realismo pur con componenti sperimentali: un realismo più complesso e sfaccettato.

Al termine dell'intervista segnaliamo un interessante intervento della traduttrice italiana, Anna Nadotti, presente all'intervista, che segnala ai lettori italiani un libro: "c'è un volume che non è tradotto e si intitola Imagining Characters: Conversations About Women Writers: otto conversazioni fra Antonia Byatt e una psicanalista che si chiama Ignes Sodre che analizzano altrettanti romanzi attraverso i loro personaggi. È uno dei libri che vorrei tradurre al più presto ma che al momento si ritiene si possa leggere in inglese considerandolo un libro indirizzato esclusivamente agli studiosi. Si tratta invece di un testo molto interessante perché le due voci della letterata e della psicanalista si incrociano in una conversazione registrata, dando vita a riflessioni di particolare intensità".

Di Giulia Mozzato




19 settembre 2003