foto Effigie

I libri di William Boyd sono ordinabili presso Internet Bookshop


William Boyd

La rappresentazione del XX secolo in chiave soggettiva, attraverso l’esperienza di un personaggio d’invenzione, casualmente presente ai grandi appuntamenti della storia, dalle due guerre mondiali alla guerra civile spagnola, dalla fine del colonialismo ai primordi dell’arte astratta. Questo l’intento dello scrittore inglese William Boyd nel suo ultimo romanzo Ogni cuore umano (Neri Pozza). Boyd ha cinquantadue anni, è molto affermato – e premiato - in Inghilterra, e per la prima volta viene tradotto in Italia, dove è giunto a presentare il libro. Gli abbiamo chiesto:

Quale immagine ha voluto dare, per mezzo del suo protagonista, del secolo appena trascorso?

Il percorso di un secolo, come quello di una vita umana, non è lineare, ma procede a sbalzi e cadute, tortuosità, ripensamenti e occasioni mancate, preda del caso o di un destino indecifrabile. Ci ho riflettuto durante le ricerche storiche fatte per questo libro, senz’altro il più impegnativo e ambizioso dei miei romanzi: mi ha colpito la casualità che indirizza gli avvenimenti in una direzione piuttosto che in un’altra. La storia studiata a scuola è inevitabilmente schematica, sembra si svolga in una consequenziale concatenazione di cause ed effetti, ma non è così. Raccontando la vita di un individuo, questa casualità risalta maggiormente, e in un certo senso conferisce un valore universale ad ogni vita umana, questo volevo suggerire nel titolo, e per questo ho lasciato il mio protagonista Logan Monstuart in balia del caso, ad esempio facendolo arruolare come spia nell’Intelligence Service per poi farlo subito arrestare e lasciarlo per due anni in una inutile prigionia, ben diversamente da quanto accade a James Bond, creatura fittizia di Jan Fleming, che nel romanzo è amico di Logan.

Anche Logan è uno scrittore, seppure di secondo piano, e frequenta gli intellettuali più noti del ‘900: con criterio ha scelto gli autori da mettergli accanto?

Alcuni, come Connolly e Waugh, perché sono tra i miei prediletti, altri per il loro carattere, che si prestava all’azione romanzesca, come l’irruente Hemingway e la scostante Virginia Woolf.

Logan, nato nel 1906, ha l’età per essere suo nonno: le somiglia?

Non come carattere, in quanto è, come scrittore e come uomo, tendenzialmente pigro, mentre io sono attivo e intraprendente, però ho fatto della sua vita uno specchio dei miei interessi e delle mie esperienze. Ad esempio, l’ho messo in rapporto con i duchi di Windsor alle Bahamas perché è un periodo che conosco bene, sul quale avevo materiale di prima mano; l’ho fatto trasferire in Nigeria durante la guerra civile, perché negli stessi anni c’ero anch’io, ovviamente solo diciottenne, mentre lui è sessantenne. Gli ho fatto scoprire l’arte astratta newyorkese perché io sono un cultore di arte americana, e così via. Non si è trattato di un processo di identificazione, ma della volontà di essere il più realistico possibile, scrivendo di qualcosa che conoscevo a fondo.

Nella sua lunga vita Logan ha un solo grande amore, che muore presto, e per il resto ha brevi esperienze di scarsa importanza, perciò le donne nel romanzo restano sullo sfondo: è anche questo un espediente di tipo realistico, per la difficoltà di immedesimarsi nei personaggi femminili?

È vero che questo romanzo è soprattutto al maschile, ma in altri casi, ad esempio in Brazzaville Beach mi sono messo nei panni di una protagonista femminile, e due donne sono protagoniste del romanzo che sto scrivendo adesso: una madre che fa la spia, e una figlia che lo scopre troppo tardi.

Di Daniela Pizzagalli




9 luglio 2004