Claudio Bisio
Comicità, libri e computer: Claudio Bisio

Nonostante l'influenza (o forse per questo?) Claudio Bisio ci regala qualche confidenza


Quale diversa tecnica richiede la comicità scritta, rispetto a quella recitata?
I miei libri non nascono per l'editoria, ma sulle assi di un palcoscenico, sono "detti" prima che scritti. Ho cercato di trasformarli, di far sì che le didascalie di un testo teatrale diventassero prosa, e qualcosa si è perso: le espressioni, le "smorfie", i versi. Mi viene in mente una delle prime cose che ho scritto, quella saga di Walt Disney [Quella vacca di Nonna Papera n.d.r.], che iniziava proprio raccontando come Qui, Quo, Qua, i nipoti di Paperino, parlassero in tre, si dividessero la frase in tre. E io facevo così, saltellavo sul palcoscenico, facendo sia Qui, che Quo, che Qua. Queste cose sono quasi inscrivibili, anche se ho scritto in forma dialogica, quasi fossero personaggi di un testo teatrale e io ero poi tutti e tre i personaggi...
Nello scrivere ci sono delle oggettive difficoltà, basti pensare a Dario Fo, al dibattito su "Mistero buffo", se è letteratura alta o bassa. Certo sono molto diverse le cose quando passano dall'essere ascoltate all'essere lette, sono altre. Rileggendo i libri che ho scritto, anche dopo un po' di tempo, devo dire che però vi ho trovato ancora una certa dignità: insomma, senza esagerare, una loro sufficienza.
I personaggi che proponi al tuo pubblico quest'anno, come sono nati?
Q uesta è un'esperienza un po' diversa, che non avevo mai fatto. Negli spettacoli precedenti, e quindi anche nei libri che ne sono derivati, facevo dei monologhi: c'era sempre un io narrante (non personaggi), ero sempre io insomma. Probabilmente l'autobiografia si mescolava con la biografia dei personaggi, pantografata, dilatata, demenziale, però non si trattava di veri personaggi, non c'era camuffamento né della scena, né della parola. Quest'anno in "Mai dire goal", propongo per la prima volta un vero personaggio, questo procuratore di calcio...
In generale tutto quello che faccio lì, in trasmissione, è camuffato. Questa è una caratteristica della trasmissione: Gioele Dix, che ha i capelli, è calvo, io che sono calvo mi metto le parrucche. È una peculiarità della trasmissione. Ricordo che anche Teo Teocoli quando finì, dopo parecchi anni, di fare "Mai dire goal", disse che era stata per lui un'esperienza indimenticabile, ma l'aver finito la collaborazione e il poter parlare con la sua voce era per lui anche una specie di liberazione: per anni aveva parlato con la voce di Peo Pericoli e di Caccamo, con dialetti e accenti che gli avevano richiesto anche un lavoro sui denti, per storpiare il tono di voce e poter parlare in modo diverso. Questo è un po' quello che sto facendo anch'io con questo procuratore di calcio che ha denti finti e storti che, a parte il fatto estetico, anche da un punto di vista fonologico provocano un'emissione di voce diversa. E poi ho un parrucca col codone... Tutto questo per dire che è una esperienza del tutto nuova per me.
Come nascono i tuoi testi?
S crivo insieme a Walter Fontana e anche questo è un incontro nuovo. Tutti i miei testi li avevo sempre scritti da solo a esclusione del mio primo libro, "Favola calda", un testo quasi sconosciuto scritto con Edoardo Erba e Roberto Traverso, primi compagni di avventura nei monologhi che facevo più di dieci anni fa. Poi ho incontrato Rocco Tanica, al secolo Sergio Conforti, trasferito in Elio e le storie tese, che ha dieci anni meno di me, e mi ha aperto questo universo un po' demenziale, più all'Elio e le storie tese. Per me è stato tornare indietro di un po' di anni e ricordare insieme: il mondo di Walt Disney è nato insieme a lui. È venuto poi Giorgio Peruzzi che ho conosciuto durante Cielito lindo, trasmissione di RaiTre di qualche anno fa. Quella è stata ancora un'esperienza diversa: mio coetaneo, di scuola giornalistica (è un giornalista sportivo), emulo e anche allievo di Beppe Viola, rappresenta la Milano illuminata, sportiva e colta, pudica... un bell'incontro insomma!
E la società multimediale? Sto pensando alla tua esperienza cinematografica di Nirvana, al mondo di Internet... Può nascere anche da qui la comicità?
I o ho scritto un monologo divertente, che ho riscoperto recentemente, Non solo pile, che appare anche in Quella vacca di Nonna Papera e che faceva da prologo a uno spettacolo che era Le nuove, mirabolanti avventure di Walter Ego. È un lungo prologo con una sua autonomia, infatti l'ho riproposto recentemente come monologo al Ciak, nella serata inaugurale della stagione in cui si festeggiava anche il ventennale e per la quale era stato chiesto di riproporre qualcosa di molto vecchio, quasi sconosciuto.
Di che cosa parla quel monologo?
Q uesto monologo parla (quasi ad excusatio iniziale, come nei drammoni di una volta) di un testo che non è quello che si aveva intenzione di scrivere, ma che è saltato fuori da un computer in modo fantascientifico. Parla anche, in modo abbastanza autobiografico, del mio rapporto, non tanto con Internet perché allora non c'era quasi, ma in generale col mondo informatico. Racconta di una volta in cui cercavo delle pile e sono andato a comprarle in un negozio, appena aperto sotto casa mia, che si chiamava appunto Non solo pile, e sono uscito con un computer e da lì è nato tutto il mio rapporto con il "click", il "doppio click"... Avevo chiamato Bestia il mio computer, e lui mi ridicolizzava con insulti, improperi, mi chiamava Crapa pelata. Io uso un Macintosh, e mi terrorizzava: appena facevo una cazzata, aveva l'icona di una bomba con la miccia accesa e diceva: grave errore, irreversibile, compromette il sistema, e bisognava immediatamente fare qualcosa. Era vero terrorismo!
Poi c'è un altro pezzo, che si chiama Bestia, che fa da epilogo. È come se fosse scritto dal computer stesso e anche quello non è male. È lui che dal monitor vede la mia faccia, e gli faccio proprio schifo, vede i brufoli e altre cose del genere...
Allora la comicità può nascere anche da un computer?
I n tutte le cose si può vedere l'aspetto comico. In una recente intervista Dario Fo diceva giustamente che la vera comicità nasce sempre dalle tragedie. Da quelle grandi, e parlava degli scrittori ateniesi della commedia, che prendevano spunto dalle guerre, ma anche dalle piccole tragedie quotidiane, come ad esempio quella di uno che non riesce ad aprire un computer... La cosa in sé non è divertente, può essere però divertente farci sopra dell'ironia.
Hai citato più volte Dario Fo, può essere considerato un tuo maestro?
D irei sicuramente di sì. A parte il fatto che lo è stato anche concretamente, perché ho lavorato con lui in Morte accidentale di un anarchico, e questo è stato anche il primo spettacolo che ho visto nella mia vita, da ragazzino, in via Colletta, prima ancora che Fo fosse alla Palazzina Liberty.
L'approccio a questo mestiere, al teatro, al recitare, proveniva molto dall'impegno sociale in quegli anni. Oggi sono passati più di vent'anni, però mi è rimasto questo imprinting (che peraltro conosco solo io e non amo pubblicizzare): senza dubbio il motore d'avvio è stato quell'approccio.
Il Nobel a Fo che cosa ha significato per te?
È come se un maestro nostro ce l'avesse fatta. L'aver avuto un riconoscimento ufficialissimo, ha fatto sì che ad esempio, e cito un compagno d'avventura vicino a me d'età cioè Paolo Rossi, andasse recentemente in giro con una maglietta su cui era scritto "sono un potenziale Nobel" o qualcosa del genere...



19 dicembre 1997