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Gianni Biondillo

Per alcuni, scrivere è un modo per comunicare il proprio io o, come direbbero i maligni, per “guardarsi l’ombelico”. Per altri, è soprattutto un modo per “sintonizzarsi” con chi gli sta accanto, riconoscendogli la dignità di essere ascoltato, ma anche quella di essere raccontato.

Tra questi ultimi c’è senza dubbio Gianni Biondillo, architetto milanese giunto alla seconda prova narrativa, che alla componente autobiografica unisce uno sguardo disincantato ma affettuoso sul mondo che ci circonda. Non a caso è tra i protagonisti di una serie di incontri organizzati dalla Provincia di Milano dal titolo Sguardo sulla metropoli che vede contrapporsi e mescolarsi la visione di molti autori sulla città in cui vivono.

Con la morte nel cuore, il “ragazzo di periferia” cresciutello e parecchio simpatico, interpreta il mondo degli ultimi creando un noir scoppiettante e affollatissimo di personaggi. In questa intervista ci parla di sé, della sua Milano, del suo prossimo libro…


I tuoi romanzi sono sempre "affollatissimi": romanzi di luoghi, ma soprattutto di persone. Come fai a calarti di volta in volta in tanti personaggi diversi, a riprodurne il modo di parlare, di muoversi, di pensare?

Credo di avere il dono di ascoltare gli altri e di osservarli. Non c'è particolare che non sia interessante per me. Poi, dal punto di vista più "teorico" amo l'idea dello scrittore come una sorta di ricettore di storie, una parabola sensoriale che accoglie le vite dei più umili, per restituire loro dignità, memoria.

Nel tuo ultimo romanzo un personaggio, uno straniero, accusa i milanesi di non voler più vivere la città, le strade, di "transitare" per Milano. Condividi questa convinzione? Come architetto, come scrittore e come milanese credi che le cose possano cambiare?

L'unica risposta che so darti è da cittadino: Milano, ormai, non è più amata neppure dagli stessi milanesi. Certe volte mi sento quasi un cantore disperato, un amante tradito. Se Milano perde, come dire, l'autostima, l'Italia stessa perde un'occasione. Un motore, non solo economico, ma, soprattutto, etico.

Le periferie metropolitane sono spesso bollate come invivibili, luoghi cupi, violenti, dove è impossibile stabilire una socialità, e, soprattutto, dove ognuno ha un destino di marginalità già segnato. La tua esperienza e i tuoi libri mi sembra confermino che le cose non stanno sempre, esattamente, così.

Io vengo da Quarto Oggiaro, periferia estrema di Milano. I luoghi comuni che si accavallano su quel quartiere (ma non solo su quello) mi infastidiscono molto. È vero, spesso le periferie metropolitane sono posti difficili dove vivere, ma questo non significa che siano luoghi senza un sistema di valori forte. La socialità che sanno esprimere, spesso, è molto più alta e autentica di tanti altri decantati quartieri borghesi.

Milano è l'ambientazione scelta da molti autori di gialli e di noir, da Scerbanenco, naturalmente, fino a Colaprico, Genna, Dazieri. Nello scrivere i tuoi romanzi ti sei confrontato con le loro opere?

Te lo dico quasi vergognandomene, ma, quando pubblicai Per cosa si uccide, non avevo letto nessuno degli autori che citi. Quindi nessuna influenza diretta delle loro opere. Solo dopo ho avuto la fortuna non solo di leggerli ma anche di conoscerli personalmente (tranne, per ovvie ragioni anagrafiche, il maestro di tutti, Scerbanenco).

Soprattutto nel tuo ultimo libro è evidente la voglia di sperimentare forme stilistiche diverse in un pastiche metropolitano e multietnico. Ci sono dei modelli letterari cui ti sei ispirato?

Sono sempre stato un lettore onnivoro (poesia, fumetti, saggistica, etc.) e un cinefilo incallito. Se dovessi parlarti della mia professione di architetto ti dico che storici del livello di Manfredo Tafuri, Eugenio Battisti e Bruno Zevi sono stati molto importanti per me. Nella letteratura, per fare una cernita assolutamente insufficiente, amo ricordare Gadda, per quanto riguarda la sperimentazione sulla scrittura, e Pasolini, per lo sguardo attento verso gli ultimi.

Su un piano più “personale”: quanto c'è di te nell'ispettore Michele Ferraro, protagonista di "Per cosa si uccide" e "Con la morte nel cuore"?

Ferraro, in senso stretto, non sono io. Siamo molto diversi. Lui è sempre in ritardo, io ho l'ossessione di arrivare sempre puntuale, lui da ragazzo era un chiodo, io sono sempre stato "rotondetto". Lui è un poliziotto, io no. Ma al di là delle facili battute, io credo che inevitabilmente l'autore si “spalmi” sui suoi protagonisti. Anche uno scrittore di fantascienza, alla fine, fa sempre autobiografia.

Ho letto che sono stati venduti i diritti televisivi di "Per cosa si uccide": il tuo primo romanzo dovrebbe diventare una fiction. Parteciperai al progetto?

Sono una persona scaramantica. Per ora i diritti sono stati semplicemente opzionati. Da qui a farci una fiction ne passa. Sta di fatto che ho preteso nel contratto, laddove si producesse, di far parte del team degli sceneggiatori. È il mio modo di seguire fino in fondo la "sorte" dei miei romanzi.

Infine, stai lavorando a un nuovo libro?

Sì. Anzi è, nei fatti, già terminato. E non ci sarà Ferraro, né morti ammazzati, né indagini poliziesche. Questo perché non voglio incancrenirmi nella logica seriale. Ferraro tornerà quando avrò voglia di raccontare ancora di lui. E succederà, ovviamente. Ormai, per me, è come uno di casa. Diciamo che gli ho dato un periodo di vacanza, spero che lo faccia fruttare!

Di Paola Di Giampaolo




3 maggio 2005