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Calixthe Beyala

Una femminista non integralista, una donna impegnata nel sociale sia in Francia che in Camerun, dove è nata, una scrittrice molto interessante. Ci parla di sensualità, femminismo, dell’integrazione delle donne nere di origine africana a Parigi, delle nuove tendenze sociali che stravolgono i nostri giudizi preconcetti, di letteratura: “un lusso che ci si offre quando non si ha più fame”.

Il suo libro Come cucinarsi il marito all’africana è divertentissimo. Che rapporto ha lei con il cibo e con la cucina in generale?

Io sono molto golosa e adoro mangiare, penso molto al cibo. Il cibo è un modo di vivere ma anche di pensare. Vita e pensiero che poi si traducono nella cucina... Il libro nasce dalla mia golosità, perché quando scrivo penso molto al cibo e quando non scrivo cucino. Cucinare vuol dire piacere del palato, vuol dire sensualità, vuol dire in ultima analisi unire il piacere del corpo e il piacere dell’anima.

Rispetto a questo rapporto tra sensualità e cucina, l’impressione che si ha in questi ultimi anni è che le donne abbiano riscoperto alcune attività tradizionali femminili, come l’accudire, il cucinare. Si tratta di una inversione di tendenza rispetto a certe linee del femminismo. Anche a suo parere bisogna recuperare gli antichi valori o piuttosto è necessario percorrere nuove strade?

Credo di essere una grande femminista; mi sento la donna forse più contrastata e combattuta in Africa. Ho sempre lottato per le donne, ho viaggiato per far conoscere la loro causa, la loro situazione, ho combattuto contro le escissioni, ma ho sempre lottato truccata e indossando i tacchi alti. Non ho mai condiviso l’idea di un certo femminismo che vuole donne mascolinizzate, solo in scarpe da ginnastica. Il femminismo non è l’esaltazione di alcuni valori maschili, ma è l’esaltazione di tutti i valori femminili, quindi di tutte le qualità della donna. Si può essere femministe truccandosi o cucinando, e anche amando sedurre. Non vuol dire che non si possa far carriera, pur continuando ad essere seducenti. È necessario riguadagnare il terreno “con i tacchi alti” e se gli uomini si mettono in mezzo, calpestarli proprio con i nostri tacchi alti. Anche i valori familiari non sono assolutamente in antinomia con il femminismo. A mio avviso, non c’è nessun tipo di regressione.

Lei ha scelto coraggiosamente non di vivere sempre in Occidente, ma di trascorrere parte dell’anno nel suo Paese. Come sta vivendo la situazione del Camerun e come cerca di migliorarne la condizione, vista la sua intensa attività sociale?

Non ho i mezzi per cambiare il mondo, per cambiare l’economia o la politica, che è molto violenta. Posso dire alle donne di essere più sicure di sé stesse, posso dire ai bambini di istruirsi, posso dire ai ragazzi di usare il preservativo per proteggersi. Cerco di usare gli spazi su cui posso avere dell’influenza, per esempio le bidonville, perché io sono cresciuta in una bidonville e la gente lì mi ascolta. Però posso dire di non avere i mezzi per cambiare, ad esempio, la corruzione, che è uno dei veri mali dell’Africa.

Quando lei scrive un libro nascono prima i personaggi o nasce prima la storia? E quanto costruisce in essi ispirandosi alla vita reale?

Quando scrivo non decido niente. Una frase fa nascere un’altra frase e poi, frase dopo frase, nasce un personaggio che dopo quattro pagine cresce e mi scappa. A poco a poco gli entro nella pelle e lo accompagno verso il suo destino. Quando inizio un libro non mi dico adesso creo questo o quel personaggio, o una storia. Una frase può portare con sé un mondo: è una questione di umiltà da parte dell’autore che deve ammettere che non può controllare i suoi personaggi. Per esempio nel mio secondo romanzo ce n’era uno che volevo far vivere fino alla fine, ma lui, a un certo punto, voleva morire... Siamo andati avanti con questo tira e molla per due settimane e alla fine gli ho detto “Vuoi morire? Muori allora!” e il libro è andato avanti lo stesso. Alla fine sono i personaggi che comandano.

Lei ha fatto molti mestieri nella sua vita. Quando è nata la necessità di scrivere?

La letteratura è un lusso che ci si offre quando non si ha più fame, perché quando hai fame non hai tempo e non hai modo di fare riflessioni e cercare di scriverle. Io non ho mai pensato di diventare scrittrice, perché in una bidonville quando hai fame non è certo una cosa che pensi. Come sono diventata scrittrice? Avevo una sorella, nella nostra famiglia non potevano permettersi di mandarci a scuola in due e allora mia sorella mi ha detto: vacci tu, vai a scuola per tutte e due. Si è sacrificata per me. Il diploma che ho ottenuto, lo ho ottenuto per lei. Dopo la maturità mia sorella ha avuto un incidente ed è morta e io ero così arrabbiata e in collera che ho cominciato a scrivere.

Lei vive in Francia, a Parigi, dove c’è una grossa comunità di immigrati, soprattutto islamici, all’interno della quale le donne vivono a volte in una condizione di oppressione. Che rapporto ha lei con queste donne? Crede che ci sia una possibilità anche per loro?

Ci sono due Afriche musulmane; quella che intende lei penso sia quella dei bianchi. I neri musulmani sono diversi.

Che cosa intende?

Bisogna fare una differenza tra donne musulmane nell’Africa nera e donne musulmane nell’Africa bianca. Io mi sono occupata più delle donne dell’Africa nera. Nell’Africa nera l’Islam è molto più moderato; nell’Africa nera tutto passa attraverso l’animismo. Tutte le religioni, che siano quella musulmana, quella cristiana, o altro, passano attraverso l’animismo e perdono forza. Per questo ci sono meno donne velate rispetto all’Africa bianca. È vero che dopo l’11 settembre c’è stato un rafforzamento delle posizioni dell’integralismo musulmano, comunque la situazione è molto diversa rispetto a quella dell’Africa bianca. Per quanto riguarda le donne africane musulmane a Parigi, le due comunità, quella musulmana bianca e quella nera, non si mescolano: rimangono due stili di vita diversi e due diversi modi di intendere la società. In particolare abbiamo dei problemi con i matrimoni misti. Ad esempio si cerca di far capire ai genitori che è molto meglio dare un’istruzione ai figli. E si assiste a un fenomeno inverso: figlie di famiglie liberali che si velano per opposizione, soprattutto nel periodo dell’adolescenza.

Donne e uomini. Com’è il rapporto tra i sessi nella comunità africana nera di Parigi?

C’è da dire che oggi, in Francia, la donna africana ha più peso ed è più forte rispetto all’uomo, perché la donna africana si integra molto di più degli uomini. Anche se inizia il suo inserimento sociale come donna delle pulizie, dopo qualche anno si può considerare perfettamente integrata. Le donne africane in Francia, per esempio, non vogliono più vivere con gli uomini, perché sono diventate autonome, perché lavorano, hanno un’indipendenza economica. Il fattore finanziario è molto importante. Ovviamente non accettano più la poligamia, anzi quasi non vogliono avere più un uomo in casa, lo ‘usano’ per avere figli e poi lo buttano fuori dalla porta. C’è un’inversione di tendenza molto forte. Anzi comincia a sentirsi la necessità di intervenire sulle donne per farle riavvicinare ai propri uomini. Recentemente ho scritto un articolo dove denuncio il fatto che ormai sono le donne ad avere più mariti... hanno soldi e quindi li alloggiano e li nutrono facendone dei mantenuti. Si potrebbe affermare che le donne africane sono ora nella fase della vendetta.

Da cosa dipende questa maggiore integrazione delle donne rispetto agli uomini, al di là del fattore denaro?

Il continente africano, prima degli arabi, era un paese retto da donne. Poi sono arrivati l’Islam, il Cristianesimo e la colonizzazione e le cose sono cambiate. Un tempo erano le donne a lavorare, a guadagnare e a viaggiare. I nuovi arrivati si sono accorti che la forza era nelle mani delle donne e hanno voluto spezzare questo potere, dandolo agli uomini. Sono molto stupita dalla rapidità dell’evoluzione della donna africana perché circa quindici anni fa, quando ho cominciato a fare militanza attiva, le incitavo a ribellarsi, ma non pensavo che i risultati sarebbero arrivati così in fretta, credevo che sarebbero stati necessari almeno cento anni.
Evidentemente il potere degli uomini era più che altro “di facciata” e nelle donne sussisteva sempre una traccia molto forte di quello che avevano avuto anticamente e mantenuto per molti secoli. Ecco perché la donna se la cava meglio dell’uomo!

Su quali autori lei si è formata. Quali sono le letture più importanti che lei ha fatto e che in seguito in qualche modo l’hanno influenzata?

Il primo romanzo è stato quello di mia nonna, un romanzo orale perché la nostra è prevalentemente una cultura orale. Dunque la mia formazione è legata alle grandi storie dell’Africa e la mia capacità d’immaginazione nasce da lì. In seguito i miei riferimenti letterari sono stati Dostoevskij, Zola, Tolstoj. In Francia Céline e in Africa Chinua Achebe. E non si può negare che la letteratura nasca dalle influenze che noi subiamo.

Nessuna donna?

Bisogna fare una distinzione tra l’influenza che possono aver avuto le donne nella mia vita e quella nella mia scrittura. Posso dire di apprezzare come scrittrici Toni Morrison o Marguerite Duras. All’inizio della mia attività, quando ero molto giovane, sono andata a trovare Simone de Beauvoir. L’incontro è stato fondamentale non tanto per la scrittura ma per quello che lei mi ha detto. Mi ha detto che dovevo lavorare, che dovevo guadagnarmi da vivere, diventare indipendente... È stato un incontro fondamentale nella mia vita, ma non è stata un’influenza diretta sulla mia scrittura. Sono due cose completamente diverse.

Di Giulia Mozzato




25 febbraio 2005