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David Benioff 25 ore: l'illusione del tempo, il destino segnato da un esilio forzato, tre possibilità di scegliere un finale diverso. Di Valentina A. Mmaka Trent'anni e il suo romanzo d'esordio è già il soggetto di un film diretto da Spike Lee. David Benioff, newyorchese trapiantato a Los Angeles ci racconta la nascita di questo libro. Un evento inaspettato ha generato La 25 Ora, un titolo allettante ed inquietante al tempo stesso. Fa pensare all'ineluttabilità del tempo, all'illusione che esso possa procrastinare il destino degli uomini, alla perdita di punti di riferimento, alla memoria che si fa strada sostituendo il presente. Dopo anni trascorsi a scrivere nei pomeriggi tra un'occupazione e l'altra, pubblicando storie di soldati russi e cacciatori in Africa, David Benioff "incontra" Monty Brogan, passeggiando sulla pianura dell'East River. Una riflessione, la paura della lontananza dalla famiglia, dagli affetti, dalla libertà, un ipotetico esilio ed ecco che il suo personaggio prende forma. Montgomery Brogan, trentenne, alto, occhi verdi, è il tipico ragazzo bello, ma la vita ha in serbo per lui sette anni di carcere per aver commesso un crimine. I suoi amici, Slattery, Jakob, Kostya, Naturelle, ipotizzano tre possibilità per il suo imminente destino cui mancano solo 24 ore per volgere ad un nuovo capitolo: scappare, andare in prigione o uccidersi. Un interrogativo che ricorre molte volte nel romanzo e che tiene il lettore col fiato sospeso fino all'ultima pagina sul filo di un linguaggio che prende vita dal vissuto reale dei personaggi. Gli restano ventiquattro ore di libertà, la venticinquesima è la metafora dell'illusione che ci sia ancora tempo per cambiare il corso delle cose. David, entriamo subito nel merito del tuo romanzo, La 25 ora. Quando hai cominciato a scriverlo e soprattutto perché? È una storia lunga. Nel 1997 vivevo a Moose, nel Wayoming e lavoravo come dee-jay in una stazione radio locale. Lavoravo la notte e in quel periodo mi chiedevo come un ragazzo di città come me potesse trovarsi in un posto come quello. Nei pomeriggi scrivevo, ma tutto ciò che mettevo sulla carta mi sembrava privo di vita. Tutti i miei personaggi erano alla ricerca di una storia. La vita di provincia mi stava stretta, sentivo il bisogno di "respirare un po' d'aria inquinata". Così tornai a casa dai miei ma dopo qualche giorno cominciai a stare male. La mia appendice era andata in cancrena e venni ricoverato d'urgenza. Ho trascorso mesi in ospedale con varie ricadute e quello è stato il momento in cui ho fortemente desiderato la Città: il suo rumore, la sua folla, la sua aggressività, la sua sensualità, il suo calore. Quando ho ripreso le forze ho cominciato a fare lunghe passeggiate lungo Carl Shurz Park, l'East End e la pianura dell'East River. Ho provato ad immaginare se qualcuno mi avesse portato via senza permettermi di ritornare a casa. Ecco che trovai la storia che stavo cercando. La storia di Mony Brogan e del suo ultimo giorno di libertà. Dico sempre la cancrena si è impadronita della mia appendice e io ho trovato La 25 ora. Questo romanzo è stato definito "bello e dannato", proprio come il personaggio Montgomery Brogan (Monty). Ma chi è Monty? Un insoddisfatto? Uno alla ricerca di qualcosa che non c'è? Un disadattato? Più semplicemente dico che Monty un ragazzo di città che sta per essere esiliato dalla sua città e il "malessere" che ne consegue è l'inevitabile sfogo di un uomo che per sette anni perderà la libertà. Ti sei ispirato a qualcuno per il personaggio di Monty? Direi di no, non penso esista un modello reale per Monty. A parte l'aspetto fisico, c'è qualcosa di Monty che ti assomiglia? No, Monty è il tipo che quando va ad una festa tutti si voltano a guardarlo. I riflettori sono sempre puntati su di lui. Io sono il tipo che quando va ad una festa, si siede sul divano, sorseggiando un drink, parla poco, ascolta e guarda gli altri. Mi interessa l'aspetto del linguaggio. Che lavoro hai fatto sulla lingua nel tuo romanzo? La scelta della lingua è stata piuttosto semplice per me. Sono newyorchese e ho sempre, per così dire, "origliato" le conversazioni della gente per la strada. I newyorchesi parlano con una particolare inclinazione, un vernacolo profano che varia da quartiere a quartiere. Analizzando le ragioni per cui Monty ha commesso il suo crimine, ad un certo punto del libro tu scrivi: "non era solo una questione di soldi...No, semmai era stato il potere ad attirarlo." Trovi che sia avvenuto un cambiamento nella società attuale in relazione al potere e al denaro? Se guardiamo bene indietro, negli anni Ottanta il denaro era per i giovani uomini indipendenti, il simbolo del potere; oggi il potere sembra essere più importante e a volte non strettamente legato al denaro. Tu che cosa ne pensi? Spesso il potere e il denaro sono collegati, pertanto non sono molto certo di questa dicotomia. Gli uomini vogliono il potere e in una società capitalistica, più soldi hai, più potere hai. Perché uno come Monty si mette nei guai? Che cosa può spingere un ragazzo di buona famiglia a percorrere strade laterali pericolose? Monty non è stato un ragazzo povero, ma neppure ricco. Ha frequentato le scuole private grazie ad una borsa di studio, ha studiato fianco a fianco con i figli dei milionari di Wall Street quando suo padre gestiva un piccolo bar a Brooklyn. Monty deve competere per avere l'attenzione delle ragazze che hanno fidanzati che guidano Porsche e vanno in vacanza in Svizzera. Una notte a Manhattan per Monty costa troppo e così ad un certo punto desiderando le stesse cose degli altri figli di facoltosi, sceglie il modo più facile per guadagnare soldi, il crimine. Il tuo libro porta indirettamente a riflettere su alcune questioni importanti che riguardano la nuova generazione dei giovani uomini. Secondo te quali sono le maggiori frustrazioni e i limiti di questa generazione? Io ho l'impressione che i giovani uomini di oggi vogliano sentirsi di appartenere a qualcosa di più grande di loro: che sia una nazione, una religione, un gruppo. C'è bisogno di credere che qualcuno sia lì pronto a proteggerti le spalle. Le frustrazioni sono nel senso di impotenza che si prova di fronte ad una società ingigantita dove il potere è in nelle mani di pochi. Io ammiro molto i principi di Gautama Buddha quando dice che solo abbandonando il desiderio si può essere liberi dalla frustrazione e dalla pena dell'esistenza. Io non sono un Buddista ma ammiro gli insegnamenti del grande Maestro. Non credi che spesso il limite oggi sia rappresentato dalla incapacità dei giovani di identificarsi in modelli positivi o magari alla spersonalizzazione dell'individuo dovuta alla cultura di massa? Può darsi, ma io sono convinto che qualunque corrente segua la società, certi principi e comportamenti si acquisiscano all'interno della propria famiglia. Nella mia esperienza la famiglia ha avuto un ruolo importantissimo, mio padre è stato un vero modello di valori cui ispirarmi e da cui attingere, è la persona che rispetto di più in assoluto. Credi che nelle società moderne dopo tutto i giovani inseguano ancora il sogno? L'immaginazione è l'unica cosa che può salvarti da tutto. La capacità di immaginare e di sognare non verrà mai soppiantata dalla tecnologia, dal progresso o dalle pressioni sociali. Alla luce di quanto abbiamo detto, Monty Brogan è più vittima o carnefice del sistema? Io non definirei nel modo più assoluto Monty una vittima. Sarebbe ingiusto. Se lo facessi lo priverei della sua spontanea volontà. Monty ha preso delle decisioni, molte erano sbagliate, ma ora lui sta pagando per gli errori commessi. Il tuo romanzo è ambientato a New York. Come mai secondo te, questa città è diventata un mito nella letteratura, nel cinema, nella musica? Posso dire che dietro ogni luce c'è una storia da raccontare e questo fa di essa un mito, una fonte inesauribile di ispirazione. A maggio dovrebbero iniziare le riprese del film che Spike Lee ha tratto dal tuo libro. Come hai accolto la notizia di questo interessamento cinematografico per il tuo romanzo? Puoi immaginare la contentezza nell'apprendere che Spike Lee avrebbe diretto il film. Non riesco ad immaginare un altro regista associato alla città di New York meglio di lui, se si esclude Woody Allen e sinceramente Woody Allen che dirige La 25 ora, è un'idea alquanto surreale! Spike Lee è l'ideale. Hai avuto un ruolo nella realizzazione di questo film interpretato da Edward Norton? Ho scritto l'intera sceneggiatura quindi sono stato coinvolto in tutto il processo di realizzazione. Parliamo un po' di te. Quando hai cominciato a scrivere? Ho cominciato all'età di sette anni. Mi infatuai della maestra, Ms Bell, e per lei scrivevo lunghe poesie in cui esprimevo tale infatuazione. La maestra stessa mi incoraggiava a scrivere. Ci sono degli autori italiani che fanno parte della tua biblioteca ideale? Il mio autore preferito è Ennio Flaiano che ha scritto le più belle sceneggiature dei film di Fellini. Adoro Curzio Malaparte, ritengo Kaputt uno dei più grandi romanzi europei del ventesimo secolo, ingiustamente ignorato in questo paese. C'è un autore che tu definiresti un tuo maestro di scrittura? Samuel Beckett è il mio maestro, non è un caso che abbia scritto la mia tesi su di lui. Tu sei molto giovane, quale consiglio ti sentiresti di dare ad un giovane scrittore? Gli direi inizia a scrivere e continua, continua, continua.... Samuel Beckett diceva "fallisci, fallisci ancora, fallisci meglio...". Scrivere richiede senza dubbio uno sforzo talvolta frustrante ma io personalmente sono grato di avere sempre saputo cosa volevo fare. A cosa stai lavorando? Sto scrivendo un romanzo dal titolo The Bars of Sheol, che non sarà pronto prima di due anni. Nota bio-bibliografica Di Valentina Acava Mmaka |
26 marzo 2002