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Intervista a Marc Augé

Una nuova, e del tutto originale specializzazione ha reso noto questo autore in tutta Europa: quella di antropologo dei mondi contemporanei. Ci siamo rivolti a lui perché ci desse qualche altro strumento, oltre ai suoi bei saggi, per capire in che mondo viviamo.


C'è, secondo lei, un'omologazione del modo di pensare degli uomini contemporanei?
N on direi che ci sia un'omologazione completa, per fortuna, ma ci sono dei fattori che spingono verso questa uniformità. Due in particolare: il fatto che tutto il pianeta è interdipendente e, in secondo luogo, che il sistema delle immagini, della comunicazione e dei consumi (che è parallelo) costituisce un inevitabile fattore di omogeneizzazione. Ma siamo ancora in un mondo in cui permangono molte differenze, molte contraddizioni, molti problemi. Il mondo nel suo insieme, non solo il sistema della globalizzazione, è molto più ricco e complesso del sistema stesso: c'è ancora materia da affrontare, riflessioni da fare. Non credo all'inevitabile uniformazione di tutti gli uomini e di tutti i paesi del mondo, ma bisogna fare attenzione a ciò che spinge in questa direzione e non arrivare a credere che ci sia una fatalità, una inevitabile conseguenza di questo sistema di comunicazione, giudicarlo un evento naturale, una nostra seconda natura contro cui non c'è nulla da fare. Fuori e dentro il sistema stesso ci può essere una riaffermazione di identità, e di punti di vista diversi.

Anche le differenze nazionali tendono a diminuire. Si trova, ovunque nel mondo, lo stesso messaggio pubblicitario: secondo lei l'economia oggi ha più peso della politica?

S ì, penso che l'elemento economico e quello tecnologico, che vi è collegato, perché l'industria è sempre più tecnologica, domini la politica. In un certo senso la costringe, perché obbliga gli uomini politici a tener conto di questo aspetto, e talvolta a inchinarsi davanti alle sue esigenze ed è là che si pone il futuro dell'umanità. Questa logica, tecnico-economica, è quella che definiamo "globalizzazione", ma nello stesso tempo dobbiamo prendere coscienza che il pianeta può essere minacciato da un eccessivo sviluppo, e che l'ineguaglianza cresce tra gli uomini e le regioni del mondo. È un paradosso: da una parte l'uniformazione, dall'altra l'ineguaglianza. Credo che (utilizzando il vecchio lessico marxista) questa sia una contraddizione e che stia diventando sempre più forte. L'immigrazione ne è l'espressione: non c'è paese sviluppato, e non solo gli Stati Uniti, in cui non si trovino le più diverse popolazioni. In Europa bisogna avere una nuova consapevolezza: l'immigrazione è una ricchezza non una maledizione, i paesi più deboli non hanno immigrazione. I movimenti migratori però non bastano a risolvere le contraddizioni del sistema. Da un punto di vista economico, non so se il fatto che alcune parti del mondo consumino più di altre sia una contraddizione "a termine", non ho le competenze economiche per dirlo. Da un punto di vista politico, non credo che il mondo possa continuare a lungo su questo doppio binario (uniformazione, ineguaglianza). Ci dobbiamo aspettare molta violenza, molta durezza, negli anni futuri...

Che cosa pensa delle nuove forme di contestazione, del cosiddetto "popolo di Seattle"?

L e considero molto interessanti: so che ci sono movimenti diversi sostenuti anche da ideologie differenti tra loro, ma è la prima volta che l'opinione pubblica si manifesta alla periferia del pianeta (penso a Porto Alegre). Oggi tutto è diventato regionale, particolare, parcellizzato, ma sappiamo che molte cose avvengono a livello planetario e spazi pubblici così ampi non esistono. Ci sono istituzioni come l'Onu, ma danno una raffigurazione lontana dalla realtà, sono distanti dai bisogni autentici, reali dei popoli. Per questo è necessario costruire uno spazio pubblico che affronti i problemi del pianeta, ma non è semplice. Una difficoltà è appunto non avere istituzioni e trovare invece spazi collettivi che esprimano l'opinione pubblica, il disagio mondiale: non esiste una democrazia planetaria, esistono solo paesi in cui c'è un sistema di rappresentazione, di delega, e questo li rende più democratici. Questo è il nodo della questione: quello che rende interessanti movimenti come quelli di Seattle o di Porto Alegre è, in una realtà economica globalizzata, essere l'espressione di opinioni, anzi di contro-opinioni globali. Questo mondo, così come è concepito, in realtà dipende dai consumatori e un giorno, se prenderanno coscienza del loro potere, potranno tenerne in mano le chiavi.

Nel suo ultimo libro parla del potere dei media nel creare gli eventi, sottolinea però che alcuni superano, vanno oltre, questo potere. Esiste ancora uno spazio oltre il sistema della comunicazione mediatica?

P enso che i media abbiano il potere di creare alcuni eventi, almeno di trasformare alcuni fatti in eventi che colpiscano l'immaginazione degli uni o degli altri, ma non voglio dire che tutto è creato dai media: lo sviluppo stesso dei media è un evento. Il potere del silenzio è anche molto grande, ci sono oggi delle guerre in Africa di cui non si parla, ci sono morti di cui non si parla. La Guerra del Golfo ha fatto molte vittime irachene, ma noi abbiamo visto una guerra senza morti. Questo potere del silenzio è il più forte, il più terrificante. C'è chi dirige nei due sensi, a seconda dell'interesse, cioè nel gridare, o nel tacere certi fatti.

In Italia, c'è stata una trasmissione, Il Grande Fratello, che ha avuto molto seguito popolare. In Francia, una trasmissione simile è stata contestata. Perché?

E ffettivamente questa trasmissione, Love Story, equivalente al vostro Grande Fratello, ha creato un movimento d'opinione molto forte, ma quello che colpisce è il successo ottenuto da questa trasmissione da parte dei più giovani, che forse vi si riconoscono, hanno un uguale linguaggio. In Francia ci sono ancora comunque movimenti critici di questo tipo, ma quello che mi preoccupa è che trasmissioni di questo tipo portano all'estremo delle realtà che già esistono in televisione e di cui si parla meno: i programmi per lo più sono piuttosto volgari. Accarezzano il peggio del pubblico non hanno nessuna intenzione di migliorarlo, di "educarlo". Considero scandaloso che i film migliori, le trasmissioni più interessanti, siano programmati alla una o alle due di notte: siamo in una società del consumo e si vuole che la gente consumi, per cui si solleticano le persone più deboli per convincerle a dirigere i loro acquisti in una o in un'altra direzione. Non ho disprezzo per il pubblico, mi sembra che se venissero offerte trasmissioni valide ci sarebbe chi le guarda e ne trarrebbe piacere. Il Grande Fratello o Love Story è l'abbruttimento di tutto un sistema, l'estremizzazione e vorrei che la protesta fosse più generale.

Perché il favore giovanile oggi è prevalentemente rivolto alle formazioni conservatrici, alle destra politica?

P enso che ci siano più spiegazioni. Una ottimista potrebbe essere questa: i giovani sono naturalmente in opposizione alla generazione precedente e i loro padri erano spesso progressisti. L'ideologia in cui viviamo passa attraverso le immagini e si basa sull'individualismo. Oggi i giovani vivono una realtà difficile, c'è poco lavoro, ed è forte l'idea che devono cavarsela da soli. Nel linguaggio della destra c'è questa immagine, questa visione della vita. È curioso: nelle posizioni conservatrici c'è la visione dell'individuo come essere passivo, come consumatore, che diventa eroe però nel cavarsela da solo se ci sono delle difficoltà, e la destra fa filtrare nei giovani l'idea che l'iniziativa individuale è vincente. Anche l'immagine dell'avventuriero è oggi positiva, rappresenta questo percorso individuale. Il fatto è preoccupante perché non è la prima volta nella storia che i giovani siano stati affascinati da certe suggestioni: la storia non si ripete, ma questo deve fare riflettere anche la sinistra. Se la sinistra non sa dare speranze manca alla sua funzione, al suo ruolo, bisogna che sappia costruire le utopie, le rappresentazioni che portino a sperare, non semplicemente adattarsi, al mercato, appiattirsi sull'esistente. Ci sono cose appassionanti da fare nel mondo oggi, c'è tutto un pianeta di cui farsi carico... Ed è proprio il modo di vedere le cose che va ripensato: oggi metà del mondo parla dell'altra metà nei termini di "carità", con un linguaggio ottocentesco, si parla di "compassione", di "tolleranza". Parola, quest'ultima, molto ambigua: ci sono cose intollerabili e non si deve "tollerare" tutto. E poi nasce da un sentimento di superiorità: "io tollero che tu ti sbagli", significa anche: "io so di essere nel vero e tu nell'errore".

Lei crede nella democrazia della Rete?

N o, ma non credo nemmeno il contrario: internet è uno strumento e quindi tutto dipende da come viene utilizzato. È come al supermercato: c'è tutto, e davanti a questa libertà immensa non si sa che cosa fare. Ci sono giovani che utilizzano la Rete molto bene, ma sono persone già costruite, sanno che cosa cercare, hanno le idee chiare. Alla base c'è una considerazione molto semplice: un mezzo è un mezzo, uno strumento è uno strumento e un'immagine è un'immagine. A partire da questo concetto elementare si può iniziare a ragionare.


In Café Letterario, per approfondire la conoscenza dell'autore: Disneyland e altri non luoghi, Finzioni di fine secolo




Di Grazia Casagrande




8 giugno 2001