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Intervista a Niccolò Ammaniti

Com'è nato l'ultimo, bellissimo romanzo? E perché è incentrato sull'universo infantile? Quali sono state le sue fonti d'ispirazione? Le risposte di Ammaniti, un autore molto amato dalla critica e pienamente affermato nel panorama letterario italiano.


Protagonista di Io non ho paura è un eroe-bambino. Perché?
I o ho un problema con gli eroi in generale: non mi piacciono. Non amo l'eroe buono, positivo, nemmeno quello mitologico che incarna in sé la morale, la giustezza della vita. Gli unici che mi piacciano sono i bambini perché sono inconsapevoli di esserlo e quindi possono "incarnare" un problema etico e nello stesso tempo risolverlo attraverso l'intuizione e il cuore. Per questo motivo mi interessava parlare dei più piccoli. Inoltre mettendo i bambini al centro della storia si può affrontare anche il momento problematico del passaggio tra infanzia e adolescenza in cui avviene il "tradimento" del mondo infantile. In quel momento anche i genitori si sentono traditi dai figli perché questi incominciano a diventare adulti e a guardare padre e madre in un altro modo.
Avevo cominciato a parlare di bambini in Ti prendo e ti porto via in cui uno dei protagonisti, forse il protagonista principale, è un bambino un po' più grande del Michele di Io non ho paura.

Lei parla di un tradimento reciproco tra bambini e genitori. In questo caso è un tradimento fortissimo, un cambiamento di vita per il bambino, un trauma...

M entre nella vita di tutti i giorni quello che accade non può essere sempre plateale, nei miei romanzi non potrei mai parlare di una vita vissuta in maniera "normale" dove la normalità sia il suono del presente. Mi piacciono storie che abbiano una trama forte, nelle quali il lettore possa riconoscere emozioni che gli appartengono e possa quindi da un lato riconoscersi nei personaggi, ma dall'altro vivere anche esperienze più grandi, come può essere la storia di Io non ho paura

Quale ruolo in questa storia lei pensa di aver dato al ragazzino rapito e alla scoperta che Michele fa della sua presenza?

R ispetto al protagonista, il ragazzino rapito ha diverse valenze. Una è quella del "segreto che ti avvelena", perché evidentemente un segreto di questo genere è inconfessabile. Nel momento in cui potrebbe parlarne, Michele scopre che i genitori sono coinvolti in questa situazione... quindi in lui scatta un senso di colpa riflesso (su qualche cosa che non ha commesso personalmente, ma hanno commesso i suoi genitori). Non può confessare il suo segreto, ma nello stesso tempo questo evento libera completamente la sua fantasia e l'immaginazione. Il bambino rapito e segregato in una fossa porta il protagonista a non voler riconoscere il male reale della vita, ma al tempo stesso a scoprire la paura nei confronti dei grandi, che "metabolizza" con le sue paure infantili, con i suoi mostri, con le streghe, i lupi mannari... ri-arrangiando la realtà attraverso la sua fantasia. Questo bambino rappresenta quasi un alter ego, uno specchio. Si riconosce in lui e il bambino stesso lo riconosce ma ne ha anche paura, perché non sa distinguere tra quello che è follia e ciò che invece rappresenta una sorta di "bozzolo", di autodifesa mentale che si è creato per cercare di sopravvivere al dolore che sta provando.

Il finale vuol essere un riscatto del rapporto tra genitori e figli?

N o. Non è un riscatto perché il padre è colpevole fino alla morte. Non si riscatterà mai da quello che ha commesso, perché le sue colpe sono troppo infami, orrende e, anche se non avesse sparato al figlio, non si riscatterebbe comunque, perché trattare un bambino (il ragazzino rapito) come un oggetto da un lato e dall'altro avere cura dei propri figli è ancora più mostruoso, in un certo modo. Il finale è semplicemente un atto di perdono di una persona sensibile che riconosce nell'affetto per i genitori qualcosa di più grande del giudizio etico verso di loro. Michele, anche nel momento in cui viene ferito non giudica il padre e lo perdona, perché ha un cuore più grande di tutti gli abitanti di Acqua Traverse.

Per questo romanzo si è ispirato a qualche autore, a qualche romanzo?

M i ha colpito molto un film di alcuni anni fa intitolato L'invasione degli ulta-corpi, dove arrivavano alcuni alieni che prendevano le sembianze degli abitanti di una città: li sostituivano fisicamente, ma non potevano assumerne anche la perfetta identità. Dunque quelle persone diventavano irriconoscibili. La stessa sensazione di estraneità ho tentato di descriverla nell'animo di Michele, che vede gli adulti quasi come degli alieni irriconoscibili, provando inoltre la strana sensazione di essere osservato, controllato. Per questo romanzo sono state importanti anche le letture dei testi di Carrère sui bambini. Mi ha molto colpito ad esempio La settimana bianca. Credo comunque che la cosa che più mi interessava fosse riuscire a costruire uno spazio naturale molto forte dove questi bambini potessero agire: uno spazio "estremo". In questo senso l'ispirazione è nata da viaggi che ho fatto nel Sud, dal calore, dai luoghi in cui non c'è neanche un albero, dove non c'è ombra: in quei posti mi sono immaginato dei bambini che volessero giocare, ma che facessero fatica a farlo per il troppo caldo.

Pensa di approfondire ulteriormente la sua analisi dell'universo infantile?

B asta. Il prossimo libro sarà molto diverso, sarà sugli adulti. Sono abbastanza contento di quello che sono riuscito a ottenere da questo libro. Ho perso un po' di quella ironia che era presente negli altri libri, ma credo di essere entrato molto più a fondo nella psicologia, nella fantasia dei bambini.




Di Giulia Mozzato




11 maggio 2001