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Eraldo Affinati
Tra l'Italia e Auschwitz, il viaggio di Eraldo Affinati diventa romanzo

Eraldo Affinati, con "Campo del sangue", è entrato nella ristretto numero dei finalisti al premio Campiello, uno dei più prestigiosi tra i premi letterari italiani. Merito della passione con la quale l'autore si è addentrato nel difficile mondo delle persecuzioni razziali, dei campi di sterminio e della letteratura di viaggio, a metà tra la saggistica e il romanzo, con una propria, caratteristica identità di ricerca.

Ci può parlare di come è nato e si è sviluppato il suo ultimo testo?
Il mio libro si chiama Campo del sangue, pubblicato da Mondadori, ed è un diario di viaggio da Venezia ad Auschwitz: un viaggio che ho compiuto due anni fa in compagnia di un amico. Nell'intraprendere questo viaggio sono stato mosso da motivi sia familiari che letterari. Familiari in quanto ricordo la storia di mio nonno, fucilato dai nazisti nel '44, e di mia madre che riuscì a fuggire da un treno che la stava conducendo ad Auschwitz, sempre nel '44. Sull'onda di questa mia memoria personale ho effettuato numerose letture negli anni precedenti al viaggio, tutte letture su "cronisti del massacro": Levi, Antelme, Borowski, Semprun, grandi scrittori che hanno parlato sia del massacro nazista che del gulag staliniano. Ero giunto a un punto di quasi ossessione dopo queste letture, allora ho voluto compiere questo viaggio, per "risolvere", per chiudere i conti. Poi in realtà i conti sono rimasti aperti ed ho scritto un libro che è sia un saggio che un romanzo, ma al contempo anche un diario di viaggio. Ho cercato di andare ad Auschwitz secondo motivazioni antropologiche, per scoprire la natura dell'uomo, come reagisce l'uomo di fronte a condizioni estreme, questa è stata l'ottica del mio libro. Quindi è un libro su Auschwitz, ma in realtà in fondo è un libro sull'uomo, sulla specia umana, per citare il titolo di un celebre romanzo di Robert Antelme.
Il tema della memoria dello sterminio, dell'olocausto, è particolarmente sentito e vivo in questo ultimo periodo. Secondo lei come mai?
Credo dipenda dal fatto che stiamo vivendo la fine del secolo, quindi è sentita un'esigenza di bilancio: ci si chiede il senso di questo secolo, uno dei più sanguinari della nostra storia. Ci siamo accorti che effettivamente lo sterminio nazista costituisce un unicum, non tanto per la violenza ma per la pianificazione industriale di questo sterminio. Per quanto riguarda il discorso della memoria bisogna stare sempre attenti, a mio avviso, a legare il senso della memoria con il presente. Io, ad esempio, insegnando a scuola, se parlo ai ragazzi di Auschwitz, intesa come nozione storica, rischio che loro magari non avvertano l'importanza di questo tema. Devo invece legarla alla quotidianità, facendo capire che Auschwitz riguarda ancora l'oggi, perché le condizioni che hanno reso possibile lo sterminio del Novecento si possono riproporre ancora oggi. In questo modo i giovani si interessano di più.
La memoria va dunque intesa non in senso retorico, come un alibi della coscienza, ma va intesa come momento della responsabilità. Questo è quello che ho voluto dire nel mio libro anche.
Qual'è secondo lei, sempre parlando dei giovani, la letteratura fondamentale, quella formante, quali sono i titoli che lei consiglierebbe di leggere assolutamente?
E' difficile rispondere, perché i giovani stanno perdendo il senso del testo...
Quali sono stati allora i testi fondamentali per lei?
Io mi sono costruito molto sulla letteratura russa, ho anche scritto un libro su Tolstoj intitolato Veglia d'armi, il mio primo libro. Rispondendo alla sua domanda, la letteratura russa, Tolstoj, Dostoevskij soprattutto, ma anche scrittori americani, da Faulkner ad Hemingway. Sento che mi hanno "segnato" anche Conrad e Gombrovicz: questi sono i nomi degli scrittori più importanti per me. Per quanto riguarda gli scrittori italiani amo molto Fenoglio, Tozzi, Svevo, Gadda. Purtroppo, come dicevo, questa percezione letteraria sta declinando.
Perché?
Perché sento che i giovani oggi si formano seguendo esperienze non più esclusive sulla lettura, non soltanto legate alla lettura, ma esperienze legate, ad esempio al mondo della musica, al mondo dei video. In sostanza non hanno più un rapporto esclusivo con la lettura. Questo non è un fatto negativo di per sé, secondo me, ma cambia la percezione, il modo di vedere la realtà. Loro non hanno più un'interpretazione soltanto letteraria del mondo. E quindi diciamo che anche uno scrittore deve tenere presente oggi questa trasformazione delle generazioni.
In che modo lo tiene presente?
Ecco, cercando di uscire dalla forma stereotipata della tradizione narrativa, tipo il romanzo in senso stretto, il romanzo come intrattenimento, cercando forme nuove di comunicazione letteraria. Il mio libro, in fondo, vuole rappresentare anche un modo nuovo di intendere la letteratura. Non il reportage, molto semplicemente, ma un'esperienza di conoscenza. Questo vorrei che fosse la letteratura oggi, una conoscenza integrale, che riguardi sia il pensiero dell'uomo, sia l'azione. Ecco perché ho compiuto questo viaggio con mezzi di fortuna, un po' a piedi, un po' con il treno, un po' con l'autobus: ad esempio, abbiamo impiegato circa venti giorni per raggiungere un luogo dove volevamo andare anche un giorno solo.
Ripeto, questo testo rappresenta anche un modo nuovo di concepire la scrittura.
Un ricerca dunque anche di un linguaggio diverso...
E certo! Il linguaggio deve essere di una sintesi rapida ma allo stesso tempo non giornalistica e quindi c'è anche un lavoro stilistico notevole dietro ogni pagina, ci deve essere. Questo è anche un aspetto importante. L'aspetto artigianale dello scrivere deve essere conservato, altrimenti la scrittura diventa più giornalistica e quindi non ha quella forza, quell'intensità che dovrebbe avere.
Lei vede una "scuola italiana" di nuovi scrittori, un filone comune, magari di autori legati da comuni radici culturali, da comuni linguaggi... oppure no?
Vedo sicuramente una vitalità, checché se ne dica, credo ci sia una vitalità con presenze nuove di scrittori anche giovani che si affermano in modo diverso l'uno dall'altro. Questo sicuramente sì. Mi sembra di vedere anche che l'uscita dal romanzo, il tentativo di rinnovare le strutture romanzesche sia in atto, con risultati più o meno validi, ma ci sia. Mi sembra di poterlo vedere in miei coetanei o in scrittori leggeremente più anziani di me.



20 giugno 1997