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Eliette Abécassis

In questo drammatico momento una giovane scrittrice può diventare un simbolo di pace ed esprimere un messaggio che rifiuta ogni tipo di fondamentalismo.


Il suo romanzo può considerarsi una denuncia della condizione femminile nell'ortodossia ebraica?
In un certo senso sì: si può infatti dire che il mio romanzo Ripudiata, sia una critica alla condizione delle donne in un ambiente ultraortodosso ebraico, ma soprattutto una denuncia di come gli uomini utilizzino la legge per fare violenza e sottomettere le donne. Il mio primo obiettivo non era criticare l'ambiente ortodosso ebraico ma raccontare una storia che si svolge al suo interno, la storia di una donna. Non avevo la presunzione di mettere in discussione l'intero sistema, volevo evidenziare come, soggiogandole, gli uomini dimostrino di avere paura delle donne, perché temono il rapporto che queste riescono ad instaurare con l'assoluto. Le donne spaventano gli uomini per la passione, per la vitalità con cui vivono l'amore e i sentimenti e soprattutto perché non sono interessate al potere, mentre gli uomini lo sono e la sete di potere, in qualche modo, sottrae energie e quindi impedisce di vivere l'amore in un modo così assoluto. È questo che genera la paura nei confronti delle donne, ed è per questo che tentano continuamente di sottometterle.

È possibile, secondo lei, conciliare oggi la libertà delle donne e queste realtà fondamentaliste?

Nella comunità che ho descritto in questo romanzo si pensa che la libertà della donna dipenda proprio dal suo far parte della famiglia, dalla sua integrazione in essa e dall'avere dei figli. Nella società occidentale si ragiona in modo opposto, cioè che per la donna sia meglio liberarsi dai legami familiari e dall'avere figli. In questo modo si rischia però di cadere in un altro tipo di fondamentalismo, quello dell'individualismo assoluto, dell'egoismo. Così possiamo vedere che le donne nella nostra società sono sole e hanno difficoltà a formarsi una famiglia, a vivere un rapporto di coppia. Neppure questa è una strada che conduce alla libertà. Ritengo quindi che la libertà debba essere nella donna, nei suoi desideri più autentici, deve cioè essere libera di seguire la sua strada e non sottoposta al giudizio e allo sguardo critico della famiglia.

Qual è, secondo lei, il rapporto delle donne con la legge, l'istituzione, lo stato, rispetto ai propri sentimenti privati?

In effetti è un rapporto difficile perché la legge è stata creata dagli uomini, per gli uomini e solitamente contro le donne. In Ripudiata ad esempio la legge consente al marito di divorziare dalla moglie nel caso questa non abbia figli, ma non lo obbliga. Questa è una sfumatura molto importante, perché è il protagonista, l'amante, l'uomo a decidere di ripudiare la moglie, non è la legge che glielo impone. Era questo un aspetto che mi interessava approfondire: è l'uomo che usa la legge per manipolare le donne. Nella società occidentale succede in fondo la stessa cosa, le regole sociali sono diverse ma alla fine l'uomo cerca sempre di utilizzare la legge per sottomettere o manipolare la donna

In Kadosh, il bel film di Amos Gitai tratto dal romanzo, sembra che il ripudio sia quasi imposto al marito dal padre, quindi il potere del padre è così forte da spezzare un legame d'amore. Inoltre in rapporto al film: sono state diverse le sue esperienze di narratrice e di sceneggiatrice?

Sono stata contenta del risultato del film, forse più che dell'intenzione che il regista ha espresso nel realizzarlo. Sono stata soddisfatta anche dell'accoglienza avuta in quanto credo che sia un bel film, sono insomma contenta del risultato complessivo. Non sono stata delusa dalla sceneggiatura che avevo scritto ma forse un po' da alcune scelte del regista che ha calcato troppo la mano sull'aspetto critico, tendendo a creare un effetto quasi caricaturale di questa realtà: Gitai è un regista di denuncia, mentre invece il libro voleva solo far conoscere questa comunità così particolare attraverso la vicenda intima e personale di una donna.

Nell'attuale situazione in Israele il pacifismo è realisticamente possibile?

Purtroppo non credo che sia possibile una via d'uscita pacifica, perché il conflitto è arrivato a un tale grado di estremismo, a un tale livello, che il pacifismo sembra un'utopia: ritengo che la via d'uscita possibile siano delle trattative all'interno della guerra.

Quali sono le forme di integralismo da lei più temute?

Il fondamentalismo che io descrivo nel libro, a mio parere non è pericoloso perché quello che questa comunità vuole è avere una vita tranquilla, in pace, che rispetti la loro cultura; alcuni non vogliono lo Stato di Israele, perché pensano che non ci possa essere uno Stato di Israele legittimo fino a quando non ci sarà la venuta del Messia. Alcuni hanno addirittura aiutato i palestinesi e credo quindi che l'integralismo e il fondamentalismo veramente pericoloso sia quello che è legato alla politica e in questo senso l'ebraismo ha sempre separato la religione dalla politica, ha sempre mantenuto ben distinti questi aspetti e quindi secondo me quello che veramente bisogna temere sono gli eccessi, la paura e la violenza.

Di Grazia Casagrande




16 maggio 2003