La biografia


Salvatore Niffoi
La vedova scalza

“Il giorno che capii queste cose me ne andai da sola a Punta Corriolu. Per compagnia, portai con me un romanzo di Grazia Deledda: “Il paese del vento”. In quel libro mi ero riconosciuta più che in tutti gli altri. Quando scriveva di un paese dove le donne vivono segregate in casa con l’unica missione di procreare e lavorare, tzia Grazia parlava di Laranei o Taculé.”

Una tragedia. E’ una tragedia in forma di romanzo, il secondo libro di Salvatore Niffoi, costruita sui temi classici della tragedia di sempre. Amore, morte, gelosia, vendetta.
Un incipit da ricordare: “Me lo portarono a casa un mattino di giugno, spoiolato e smembrato a colpi di scure come un maiale.” Il morto si chiama Micheddu, la donna che lo piange e che dice, “Da noi, a Taculé, gli sgarri vengono restituiti sempre con gli interessi e un morto ammazzato senza motivo se ne porta subito altri appresso”, è sua moglie Mintonia. Sarà lei a uccidere il colpevole, e non importa se è mandante o assassino, in una nerissima e grandiosa scena finale.
L’espediente narrativo che Niffoi usa è - dopo questo inizio fulminante - raccontare la storia al passato, in una lettera che Mintonia ormai anziana scrive alla nipote dall’Argentina dove è fuggita, come una sorta di testamento. Veniamo così a sapere il tempo della vicenda, perché Mintonia incomincia proprio dalla data della sua nascita, il 21 luglio 1915. E osserviamo subito come sia un tempo senza tempo, quello della Sardegna di Niffoi. Già ne La leggenda di Redenta Tiria avevamo notato come tutte quelle storie di gente che sceglieva di morire parevano svolgersi in un’epoca remotissima, se non ci fossero state allusioni a telefonini e televisioni, e, ne La vedova scalza, l’impressione è ancora più accentuata. Perché si parla del podestà e del fascio, ma in primo piano ci sono i sentimenti primordiali che escludono ogni altra cosa, “l’amore è onore e le offese non si lavano con la lisciva!”. Mintonia ha solo undici anni quando bacia Micheddu per la prima volta, non amerà mai nessun altro e gli perdonerà le scappatelle: è la legge del Sud, a un uomo aitante si concede che abbia altre donne, è una prova di virilità che ne aumenta il valore. Siamo in Barbagia e basta accennare al resto della storia: qualche contravvenzione alla legge e Micheddu si dà alla latitanza, ogni tanto ritorna a fare l’amore con Mintonia. Anche con un’altra però, una con l’aria da signora che viene dal continente. La politica si mescola alla storia privata, a Micheddu viene attribuito l’assassinio del podestà- verranno poi sepolti quasi insieme. E Mintonia elabora la vendetta.
Ma non è né Mintonia né Micheddu il protagonista de La vedova scalza di Niffoi, come non lo erano né Redenta Tiria né tutti gli abitanti del villaggio di Abacrasta nel romanzo precedente- piuttosto la Sardegna, “terra amata e odiata, che ti accarezza col vento di maestrale e ti uccide col gelo invernale”, rude come la sua gente, dalla bellezza aspra e fiera come quella delle sue donne. Una terra in cui, come abbiamo già detto, il tempo si è fermato (“Niente cambierà mai a Laranei e Tulané. Tutti continueranno a parlare di miseri raccolti, malattie, guerre, disgrazie e magie, in attesa dell’ultimo viaggio che li porterà da nessuna parte, oltre il mistero non raccontabile della morte”). E ci piace questa forte impronta regionalistica nella scrittura di Niffoi, come ci piace - in un’epoca di globalizzazione - la sua lingua che usa il dialetto non come un vezzo ma come un insostituibile strumento, l’unico che abbia le parole giuste per dire questa storia con questi personaggi.

Di Marilia Piccone

La vedova scalza di Salvatore Niffoi
182 pag., Euro 15,00 - Adelphi (Fabula n. 174)
ISBN: 88-459-2039-9

le prime pagine
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Me lo portarono a casa un mattino di giugno, spopolato e smembrato a colpi di scure come un maiale. Neanche una goccia di sangue gli era rimasta. Due lados che ad appezzarli non sarebbe bastato un gomitolo di spago nero, di quello catramoso che i calzolai usano per le tomaie dei cosinzos di vacchetta. Il cane girava intorno al nespolo e ringhiava impazzito dalla paura. Lo stesi sul tavolo di granito del cortile, quello che usavamo per le feste grandi, e lo lavai col getto della pompa. Le pispiriste incollate, grumi scuri nel concale, terra e paglia nelle costole, nella vrissura, mosche verdi dappertutto. Pthù! Maledetti siano quelli che gli hanno squarciato il petto per strappargli il cuore con le mani e prenderlo a calci come una palla di stracci! Micheddu, amore meu, che eri buono quanto il Gesù Bambino che svetta sulla cupola della chiesa de Su Rosario, questa balentia qualcuno la pagherà in sonanti, di leppa o pallettoni deve crepare chi ti ha sfregiato così. Su coro glielo sciacquai a parte, in acqua e aceto, poi lo avvolsi in carta oleata e glielo misi sotto il cuscino della bara. Ohi amoreddu meu adorau, già te l'hanno fatta bella a conzarti in questo modo! Che se li porti via la Mama del Sonno quelli che ti volevano male! Lo so che manco le bestie si lavano così, ma io a Micheddu non volevo che altre mani lo toccassero: mio era stato da vivo, mio restava da morto. Prima una metà poi l'altra, a mani nude e a forza di braccia, lo infilai dentro il baule e lo ricoprii con uno dei camisoni di tela di mannai Gantina. Era rigido come un tronco di sughera. A mettergli il vestito di velluto nero, con su grappette e la camicia buona, non faceva. Quelli che lo videro dissero che il lombo destro non era il suo perché l'occhio gli era diventato rosso porporino e lo teneva socchiuso, come per atzinnire alla morte.
Era un'estate mala. Sopra l'altopiano di Monte Leporittu un vento rovente inchiodava l'astore nel nido, il merlo tra i rovi, la colovra tra i giunchi. Il sole sembrava una palla di vetro incandescente, dove toccava bruciava. La campana della chiesa majore aveva iniziato a suonare il memento prima del canto del gallo. Quei battiti lenti e secchi li ricordo come stoccate nel petto. Tàn, tàn, tàn, tàn. Il rumore del bronzo si disperdeva nell'aria portando sempre più lontano l'anima di Micheddu. Il cane si era fermato e scavava col muso una buca nel terriccio delle rose peonie per nasconderci la testa. A Daliu, la nostra creatura, perché non vedesse quello che avevano fatto al babbo, lo prese in braccio tzia Brasiedda e lo portò a casa di parenti, nel vicinato di Sas Istajeras, Via, anima mia, via da questo sciù sciù di fardette e gambali. Via, che non devi respirare questo alito di morte che s'infila tra le nari e scende nei polmoni col suo odore dolciastro di prugne e mirto. Via dai miseri resti di tuo padre, che il ricordo potrebbe piagarti la memoria e farti ammacchiare prima del tempo.

© 2006, Adelphi

L’autore
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Salvatore Niffoi è nato nel 1950 a Orani, in provincia di Nuoro, e qui vive, insegnando e scrivendo. Alcuni suoi romanzi sono apparsi, a partire dal 1997, presso la casa editrice nuorese Il Maestrale. La leggenda di Redenta Tiria è il suo primo romanzo.




21 aprile 2006