La biografia


Sadeq Hedayat
La civetta cieca. Tre gocce di sangue

“Mi ritirai più profondamente che potei nei recessi del mio essere, come un animale che d’inverno si nasconde in una caverna. Udii con le mie orecchie le voci degli altri; la mia, la udii nella gola. La solitudine che mi circondava era come la profonda e densa notte dell’eternità, la notte di una oscurità densa, appiccicosa e infetta, che s’appresta a scendere su città silenziose, piene di sogni di libidine e di rancore…”.

“Ci sono delle piaghe che, come la lebbra, corrodono lentamente la nostra anima, in solitudine”: inizia così La civetta cieca, romanzo-diario finalmente ripubblicato da Feltrinelli, insieme ai 7 racconti di Tre gocce di sangue, dopo più di 40 anni di oblio.
Personaggio controverso, ammirato da André Breton che lo considerava tra i classici del surrealismo, Hedayat è uno di quei tanti smarriti esistenziali che hanno reso le proprie pagine dei tappeti volanti. Nessuna storia da Mille e una notte, ma un intimismo che diventa inchiostro di una visionarietà difficile da eguagliare. Considerato il più grande scrittore iraniano del Novecento si considerava uno spirito libero, ma “sepolto vivo” (come il titolo di un suo racconto pubblicato qualche anno fa dalla piccola ma grande casa editrice “Andrea Chersi”) da un regime di “religiosi inturbantati”.
E colpisce come questo scrittore, nato a Teheran nel 1905 e morto suicida a Parigi nel 1951, ancor oggi venga messo all’indice nel proprio paese: in Iran, infatti, la censura ha fatto ritirare tutti i suoi libri. Come allora, come quando nel 1926 i mullah gli impedirono di scrivere e lo costrinsero, di fatto, a autoesiliarsi in Europa. Capace di scrivere un diario visionario come La civetta cieca Hedayat è altrettanto un maestro nelle prose brevi. Racconti che testimoniano il suo credo e la sua vita: Una vita provvisoria: “Né qui, né di altrove; cacciato di là, ma mai arrivato da quest’altra parte”. Così amava descriversi. Così amava vivere. Così amava scrivere. Lame taglienti sul tappeto volante della vita. Sogni e fantasmi, fantasia e vitalità, ma sempre dipinti in un quadro di angosciante desiderio di libertà. Sempre ai confini. Sempre contro ogni tipo di regime (politico e letterario), sempre disposto a perdersi per poi ritrovarsi tra le pagine. Il sogno di chi, attraverso macchie d’inchiostro, voleva eliminarne altre. Meno visibili, ma più letali.

Di Giampaolo Serino

La civetta cieca. Tre gocce di sangue di Sàdeq Hedàyat
Traduzione di M. Guarnaschelli, R. Gheissarie e M. Carresi
222 pag., Euro 25,00 - Feltrinelli (Le comete)
ISBN: 88-07-53017-1

le prime pagine
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In questo mondo meschino di miseria e di futilità, per la prima volta vedetti che un raggio di sole si fosse fatto strada nella mia vita. Purtroppo non era sole, ma un bagliore passeggero, una stella cadente che baluginò dinanzi ai miei occhi in forma di donna, o meglio di angelo. Alla sua luce, per lo spazio di un secondo, di un attimo solo, compresi tutta la sventura della mia esistenza, mentre intuivo la gloria e lo splendore di quell’astro. In seguito, quella luce scomparve nel gorgo di oscurità in cui era fatale che scomparisse. No, non riuscii a trattenere quel bagliore fugace.
Sono tre mesi - no, esattamente due mesi e quattro giorni – da che ne ho perduto traccia, ma il ricordo di quegli occhi magici e del loro fatale splendore è rimasto in ogni momento con me. Come posso dimenticarla, lei che è tanto intimamente legata alla mia esistenza stessa?
No, non pronuncerò mai il suo nome, giacché ora, con la sua forma snella, eterea, sfumata, con i suoi occhi grandi, brillanti e meravigliati, nella cui profondità la mia vita lentamente, dolorosamente, è bruciata e si è fusa, ella non appartiene più a questo mondo meschino e crudele. No, non devo contaminare il suo nome col contatto di cose terrene.
Dopo di lei, io mi ritirai dall'assemblea degli uomini, dalla cerchia degli sciocchi e dei fortunati, e mi rifugiai, per dimenticare, nel vino e nell'oppio.

© 2006, , Giangiacomo Feltrinelli Editore

L’autore
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Sadéq Hedayát, nato a Teheran nel 1903,completò i suoi studi a Parigi, dove aveva anche avuto inizio la sua carriera letteraria. Tornò in patria nel 1930, ma non resistette a lungo a fronte del conformismo dei connazionali e alla censura del regime poliziesco di Reza Chah. Si trasferì in India, di cui fatalmente subì il fascino, trovando anche, sotto l’influsso del misticismo indù, la forza di reagire alla sua consuetudine con l’oppio. Deciso a vivere in patria, tornò a Teheran, con l’intenzione di introdurre e difendere l’arte del suo tempo. In questo periodo tradusse mirabilmente opere di Kafka, Sartre e Schnitzler. Collaborò a numerose riviste letterarie e si occupò della cultura persiana antica, da un punto di vista antropologico e linguistico. Nel 1950 lasciò la patria per Parigi, dove morì suicida nel 1951, mentre il regime feudale imposto dalla famiglia Pahlevi combatteva spietatamente ogni tentativo di introdurre in Iran una cultura moderna e innovatrice.




14 aprile 2006