Ted Botha
Mongo. Avventure nell'immondizia

“Mongo: slang che indica materiali di scarto raccolti, recuperati e riutilizzati.
Le ragioni per raccogliere mongo sono tante: alcuni lo fanno per divertimento, altri per arredare la casa, alcuni come atto politico, altri per dipendenza.”


Da due anni a questa parte i miei fine settimana in montagna o la settimana bianca mi vedono accompagnata da un bel paio di sci.
Che c’è di tanto strano direte voi? È presto detto: gli sci li ho trovati assieme ad altre due paia, dietro un cassonetto dell’immondizia in piazzetta, assieme ad una vecchia carrozzina e a una sedia senza una gamba.
Era una domenica sera, di agosto, faceva una gran caldo ed ero al mare.
Lì per lì mi sono detta: li avranno dimenticati. Li ho rivisti per altri cinque giorni sempre allo stesso posto e, prima che arrivasse il camion della nettezza urbana del sabato a fare piazza pulita, ho pensato io alla loro salvezza. Sci di primaria marca francese, ottimi attacchi: colore e modello non più di moda, ma credo che la neve non faccia caso a questi minuzie!
Non è certo la prima volta che a me ed anche a voi, è capitato di trovare sui marciapiedi delle città, in attesa di essere buttati via, una certa quantità di oggetti interessanti; non è la prima volta che qualcuno si prende la briga di scrivere su questo argomento. Il libro, o meglio la ricerca di Ted Botha, si concentra sulla città di New York e il risultato di questa esplorazione è davvero interessante
“Un campionario umano inaspettato: dalla casalinga all’homeless, dal ragioniere ,al consulente informatico, dall’impiegato di banca, al collezionista a tempi pieno.”
E di conseguenza le categorie ,che Botha allinea nel sommario del suo lavoro,sono diverse come ad esempio gli esperti della sopravvivenza, gli archeologi, I pigliatutto, i conservatori, i cacciatori di tesori ed altre ancora.
È un lavoro scientifico, fatto con metodo e serietà da parte di queste categorie di “esperti” che osservano i rifiuti con ordine.
L’occhio e le mani sono ormai ben allenate a questo tipo di indagine ed alla fine, quando si è preso quello che serve, si rimette tutto a posto in modo che gli operatori ecologici quando passano possano trovare il materia da portare nelle aree di raccolta senza dover perdere tempo a rifare i sacchi o gli scatoloni.
Per ogni categoria l’autore ci presenta un personaggio che ci fa capire questa straordinaria “cultura della spazzatura” come per Steven Dixon che comincia la sua carriera come ricercatore di libri; ed è arrivato a collezionarne parecchi e di una certa qualità, in grado quindi di poterli mettere sul mercato come merce rara e in alcuni casi anche introvabile.
Come per tutti gli altri “cercatori” Steven ha le sue zone, le vie, alcuni edifici - già da tempo individuati – dai quali per varie ragioni e con una certa sistematicità, si eliminano il superfluo, rendendo un servizio… ad altri!
Questo tipo di raccolta non è prevista dalla legge americana: bisogna essere prudenti o se succede di incontrare la polizia, come è successo a Steve, richiede una certa astuzia. Quando ancora non si serviva di un carrello per la spesa il nostro protagonista soleva mettere i libri in sacchi, questo fatto insospettì gli agenti che lo fermarono una notte in Fifth Avenue, accusandolo di essere un ladro. “Quanti ladri” allora chiese loro “avete visto aggirarsi con un libro di Shakespeare?” Non sapendo cosa rispondere i poliziotti lo lasciarono andare.
Ma i personaggi che incontreremo di volta in volta in questo universo, che sappiamo esistere ma che poco conosciamo, ci aiuteranno entrare in una particolare lettura della vita, e ad approfondire, magari con curiosità, una sorta di filosofia, che forse esula dai canoni tradizioni ma che non mancherà di farci riflettere e stupirci di fronte a chi si procura la cena,dai residui di ristoranti o pasticcerie (accortamente incartati dai gestori dei locali) oppure da chi ha ricostruito, con grande intuito e con gli avanzi delle pietre di edifici abbattuti o abbandonati, una memoria storica della propria città.
Si tratta per esempio di Charles, studente, di belle arti in tempi passati, che ha costituito un vero e proprio museo degno di essere visitato.

Di Iaia Barzani

Mongo. Avventure nell'immondizia di Ted Botha
Titolo originale: Mongo, adventure in trash
Traduzione di Carlo Torielli
219 pag., Euro 16,00 - Isbn Edizioni
ISBN: 88-7638-029-9

Le prime righe

I pigliatutto

Sono le quattro del mattino quando il telefono squilla. La voce di Sarah suona molto più giovane rispetto ai suoi cinquantacinque anni, salvo una leggera raucedine dovuta al fatto che si è appena alzata o che per anni ha fumato troppo. Dice che sarà in città alle cinque e mezzo, poi ride, giovanile ed entusiasta.
“Sono per strada” dice.
Nonostante la promessa di Sarah, ci sono buone ragioni per non crederle. Negli anni passati mi ha deluso più volte. Ma allo stesso tempo mi ci sono affezionato e continuo ad aspettare che mi dimostri il suo grande talento di collezionista. La mia fiducia si basa sul fatto che è stata la prima collezionista che ho incontrato e a lungo è rimasta la sola che conoscessi.

Molte persone mi hanno detto di essere dei collezionisti, ma non erano ciò che cercavo. Nessuno di loro faceva il giro regolarmente. Prendevano un mobile qui, una lampada là e solo se avevano il tempo e la pazienza di trascinarli fino a casa. Erano scrupolosi e coerenti quanto un turista che raccoglie conchiglie sulla spiaggia.

C’erano anche un sacco di racconti straordinari su qualcuno che conosceva qualcun altro che una volta aveva trovato qualcosa di magnifico: un armoire con qualche scalfittura, una chaise longue foderata di velluto bordeaux, un busto in marmo annerito dalla fuliggine e ripulito in un lampo. Ma quando cercavo di risalire agli oggetti o ai loro scopritori, non arrivavo mai a nulla. Le storie potevano essere anche vere, ma per me rimangono leggende metropolitane diffuse nel giro dei collezionisti di strada.

Ha seguito chiunque avesse il minimo potenziale, il che mi ha fatto perdere molto tempo. Un insegnante di nome Jack sembrava un ottimo candidato quando lo vidi camminare lungo Madison Avenue nel pomeriggio di un giorno feriale con una sedia rotta sulle spalle. Sì, mi disse, era un collezionista da cinque anni. Ci vollero diversi mesi per organizzare una visita al suo piccolo cottage sulla spiaggia a City Island, ma ero sicuro che l’attesa sarebbe stata ripagata. Invece appena varcai l’ingresso mi si strinse il cuore. Avevo visto mongo migliore per la strada quella mattina.

Sarah proveniva da una famiglia di collezionista di antiquariato un po’ eccentrica e collezionava dalla strada da più di trent’anni. A New York, a Philadelfia e nel Tenessee. Una volta a Manhattan aveva trova una culla risalente all’epoca della Guerra civile, che poi vendette per cinquecento dollari. E non vedeva l’ora di raccontarmi tutto.

“Volevo scrivere le mie memorie sul collezionismo” mi disse la prima volta che l’avvicinai. “Questo me ne darla la possibilità. Chiamami:”

Quando chiamavo nessuno mi rispondeva. Provai molte altre volte ma era come se fosse sparita. Sei mesi dopo improvvisamente rispose al telefono come se fosse stata lì da sempre. Era frizzante ed infantile, entusiasta come sempre di parlare di collezionismo.

“Stavo buttando giù i miei pensieri” mi disse riprendendo la conversazione da dove l’avevamo interrotta.

Ci mettemmo d’accordo per incontrarci a casa sua, nel New Jersey, e la mia fiducia in lei si rinnovò. Ma non durò molto, dal momento che le indicazioni che mi aveva dato per arrivare da lei erano sbagliate. Probabilmente era uno sbaglio in buona fede, ma forse in realtà non aveva voglia di parlare. Era il tipo di atteggiamento incostante che dovevo aspettarmi da tutti i collezionisti? Magari la spazzatura non è un argomento di cui si parla con disinvoltura come la porcellana cinese o i modellini. Ma quando finalmente arrivai a casa di Sarah lei era cordiale ed espansiva come sempre e non riuscivo a capire perché mi avesse tenuto lontano per sei mesi.

“Mi hai fatto ricordare tutti gli anni in cui ho collezionato” disse parlandomi come ad un vecchio amico. Nel suo garage vidi una poltrona di pelle verde rotta. “Ti piace?” mi chiese, da collezionista a collezionista. “Oh, devi averla tu. Te la regalo.”

© 2006, Isbn edizioni


L’autore

Ted Botha, giornalista, vive e lavora a New York. Scrive per diverse testate, tra cui il New York Times, il Los Angeles Time, il Wall Street Journal, Condè Nast Traveler e Outside. Nel 1990 ha pubblicato Apartheid in My Rucksack.


14 aprile 2006