Marino Magliani
Quattro giorni per non morire

“Sono uscito presto, sì, aspettavo l’aurora ligure…Da anni la notte la sognavo. Lei avrà imparato i soprannomi, ma forse c’è una Liguria mitica, senza offesa, che non conosce, maresciallo…Ha mai sentito dire ad esempio che a Capo Noli intorno a certi scogli cresce un’erba che si chiama Convolvolus Sabatius?”

Gregorio Sanderi ha quattro giorni di permesso dal carcere di Regina Coeli per recarsi al funerale della madre, in Liguria. Quattro giorni per ricordare il passato, cercare di capirne i punti oscuri, costruire un possibile futuro. È tutta qui la trama di questo esile e denso, scabro e pudicamente poetico romanzo di Marino Magliani, scrittore insolito che fa il magazziniere in Olanda (dove vive), il manovale durante le vacanze nella natia Dolcedo, in provincia di Imperia, e che scrive della Liguria con le parole dell’esule che ha la sua terra nel cuore.
Quattro giorni per non morire è ancora una volta - come il precedente romanzo di Magliani, bellissimo anche se passato inosservato, L’estate dopo Marengo - la storia di un viaggio che non finisce mai, come la vita stessa d’altra parte. Ed è anche la storia di un’amicizia, quella tra Gregorio e Leo, cementata da giochi d’infanzia insieme, la complicità in un furto di motorino, la stessa ragazza di cui ci si innamora. E la storia di una passione, della scoperta di un’antica civiltà che lasciava le tracce sulle pietre: Gregorio e Leo avevano trovato nella Tana delle Rane un’incisione che rappresentava quattro bestie, ognuna preda dell’altra, e il sole. Per questo erano partiti verso il Sud America, alla ricerca di disegni simili, o forse di se stessi. Perché la gente è così in Liguria: o è come Gilberto, il fratello di Gregorio, che non si è mai allontanato e non desidera farlo (bellissima l’immagine con cui lo associamo, la macina del frantoio che gira in tondo e scava un solco sulla pietra), o è come Gregorio che guarda al di là delle colline, verso il mare, sognando di partire per poi tornare. Perché si torna sempre, in Liguria. Come gli uccelli migratori. Il soprannome che Leo ha dato a Gregorio è “colibrì”, il mitico uccello messaggero degli dei che vola tra cielo e terra, e questa è una delle immagini di animali che formano un ricco sottotesto nel libro- quelli preistorici dei disegni e poi il merlo in gabbia che, liberato, precipita nel burrone perché non sa più volare, il cinghiale selvaggio che viene ucciso. Gregorio, il colibrì, era tornato dal Sud America e lo avevano arrestato a Fiumicino per traffico di droga; di Leo non si era più saputo niente, forse era morto nelle carceri cilene come un volgare tombarolo.
In quei quattro giorni di libertà provvisoria Gregorio prepara la fuga, un viaggio della speranza questa volta, per farsi curare in Messico la rara forma di malaria contratta un decennio prima. E nello stesso tempo si riappropria del passato, incontra la donna che lui e Leo hanno amato (il primo amore non si scorda mai), osserva i cambiamenti avvenuti durante la sua assenza (sono gli immigrati turchi a fare i lavori pesanti adesso), legge il diario di Leo che era stato rispedito per posta, colma il buco dei giorni di cui non ricorda nulla tranne gli incubi febbricitanti, scopre che non erano partiti invano.
Ci piace la ligurità discreta di Marino Magliani, quella che lo accomuna a due grandi scrittori liguri, Biamonti a cui va il suo continuo riconoscimento, e Giuseppe Conte. Quella che si esprime nel linguaggio asciutto come la terra crepata della Liguria, nei dialoghi venati di dialetto della riviera ponentina, nell’attenzione ai colori cangianti delle foglie degli ulivi e soprattutto alla qualità della luce che dà una mano di smalto al blu del cielo e accende di riflessi il mare.

Di Marilia Piccone

Quattro giorni per non morire di Marino Magliani
156 pag., Euro 12,90 - Sironi (Spore n. 1)
ISBN: 88-518-0062-6

Le prime righe

A nord di La Paz, lungo la frontiera tra Bolivia e Perù,
18 giugno 1989

Nella notte, la vecchia Renault si fermò davanti al militare che fece segno di proseguire.
«Los bolitas pasan de rodo» disse Valaverde dopo aver infilato la marcia.
Con la sinistra teneva passaporti e volante. I boliviani facevano uscire chiunque, intendeva, i peruviani erano invece molto più fiscali.
Leo e Gregorio tacquero. Per un attimo, assieme alla nausea che gli dava da tempo la parola "frontiera", Gregorio riandò ai suoi confini di Stato. Ponte San Luigi, a Ventimiglia, o la frontiera sull'autostrada, quando con Leo rientravano in Italia dopo una settimana passata a vagabondare per la Provenza, e i francesi facevano segno di andare, mentre i finanzieri italiani li facevano accostare.
Cinquanta metri più avanti la Renault si tornò a fermare cigolando.
«Buenas noches, jefe!» disse Valaverde porgendo i tre passaporti.
Uno dei militari peruviani puntò loro una torcia elettrica negli occhi e ordinò di scendere. Quelli armati erano quattro, gli altri si toglievano il freddo avvolti nelle coperte, seduti intorno al fuoco.
Il fascio di luce si spostò sull'edificio della dogana.
Dopo un po' s'aprì una finestra.
«Qué pasó?».
«Dos italianos y un ciudadano de Lima, mi sargento» disse il soldato con la torcia elettrica che gli illuminava l'alito.
Il sergente usci subito dall'edifìcio, e avanzò a passi lunghi, infilandosi la giacca.
Guardò incuriosito Gregorio e Leo, quasi non avesse mai visto in faccia due italiani, poi gettò pure uno sguardo da capo a piedi su Valaverde e si fece dare i due passaporti verdi. Lesse a voce alta: «Gregorio Sanderi nacido en Fontanelle, Imperia, el doce de octubre 1966». Leo Rechino era del 1964, residente a Fontanelle, ma nato a Genova.
Erano in Perii da otto mesi, e avevano timbri cileni e boliviani sul passaporto.
Ce n'era abbastanza per trattenerli tutta la notte.
«Somos archeologos» gli spiegò Gregorio.
Il sergente annuì e mandò un paio di soldati a rovistare nei bagagli. Quello con la torcia elettrica e l'altro soldato armato tenevano d'occhio Leo e Valaverde. Gregorio seguì il sergente nell'edificio della dogana.
Quando uscì capì che doveva essere successo qualcosa perché Valaverde e Leo erano costretti a tener alte le mani. L'ultimo a essere interrogato fu Valaverde. Su cosa rispondere erano d'accordo, neanche un accenno a Cuzco, andavano dritti a Lima, dove avrebbero chiesto un visto al consolato guatemalteco. Terminato il periodo del visto, Valaverde sarebbe tornato in Perù e loro due avrebbero proseguito per il Messico.

All'alba li lasciarono andare.
La Renault costeggiò per un tratto le calme acque del Titicaca e si fermò nello spiazzo accanto ad altre macchine.
Scesero a pisciare sulla riva del lago. Un indio vendeva pane e ricotta nei pressi di una fonte. Poco lontano, quella che doveva essere la guida, stava spiegando a un gruppo di francesi infreddoliti che qui il dio Viracocha aveva tentato per quattro volte di dare al mondo una razza perfetta e aveva fallito, distruggendo così ogni volta il creato con terremoti e diluvi.
Sull'altra riva, in territorio boliviano, i resti della città sacra di Tiahuanaco.

© 2006, Alpha Test


L’autore

Marino Magliani è nato a Dolcedo, in provincia di Imperia, il 30 luglio del 1960. Scrittore e traduttore, ha pubblicato i romanzi Molo Express, Prove tecniche di solitudine e L’estate dopo Marengo. Vive e lavora a Ljmuiden, sulla costa olandese.


14 aprile 2006