Paul Auster
Gioco suicida

“Sembrava bastasse aprire a caso un giornale per trovare dei titoloni su Chapman che aveva battuto uno homerun al nono inning, o aveva effettuato una difesa superlativa. In un anno di scioperi della nettezza urbana, scandali politici e tempo da schifo, Chapman diventò la vera leggenda metripolitana”

New York. Maggio 1977 (tempi di Nixon). Max Klein, investigatore privato alto e grosso, ebreo di 33 anni, con piccolo affumicato ufficio a West Broadway, ex moglie e figlio a carico, metà dei guadagni sempre in beneficenza, genitori anziani, Saab del 1971, Smith and Wesson di prammatica, appartamentino con molti libri al nono piano nel West Side, accetta il caso propostogli dal grande ex idolo del baseball americano, il coetaneo George Chapman, ora senza una gamba. Ha paura che vogliano ucciderlo. Muore davvero. Muoiono altri. E al tenace onesto integerrimo Max ne capitano di tutte: casa sfasciata, botte, minacce, violenze dalla polizia di Irvingville, auto distrutta, pistolettate. Usato, giocato, imprigionato, rapito. Ebetudine progressiva. Una bella tattica sportiva al nono inning (Americans contro Detroit) gli fa capire cosa è realmente accaduto. Non gli piace. Ovviamente piace a noi l’ottimo romanzo di genere del grande cinquantanovenne Paul Auster scritto nel 1978 (con uno pseudonimo) per sbarcare il lunario, in prima, con acuti sulle strade e sulle librerie, sui cabbies e sui piccioni (sessuati) della metropoli. La realtà non esiste senza l’immaginazione necessaria per vederla. Mesti pasti fast e single. Musica (Mozart, Schubert) e cinema (Fellini pure) meditati. Segnalo la politica repubblicana a pag. 166. Consigliato a chi si distrae, affinché possa farlo.

Di Valerio Calzolaio

Gioco suicida di Paul Auster
Titolo originale: Squeeze Play
Traduzione di Massimo Bocchiola
217 pag., Euro 9,80 - Einaudi (Einaudi tascabili. Scrittori n. 1373)
ISBN: 88-06-18357-5

Le prime righe

I.

Era il secondo martedì di maggio quando George Chapman mi telefonò. Aveva avuto il mio nome dal suo avvocato, Brian Contini, e voleva sapere se ero disponibile a occuparmi di un caso. Se fosse stato per chiunque altro, probabilmente avrei risposto di no. Avevo appena passato tre settimane noiosissime alla ricerca della figlia diciannovenne di una ricca famiglia dei quartieri residenziali, e ora l'ultima cosa che desideravo era un nuovo cliente. Dopo essermi ficcato in una dozzina di vicoli ciechi, avevo finalmente trovato la ragazza a Boston: faceva la battona nella Combat Zone. Le sole parole che mi disse furono: - Fanculo, sbirro. Io mami e papi non ce li ho, capito? Sono nata la settimana scorsa, quando l'hai messo in culo a un cane.
Ero stanco, e mi serviva qualche giorno per tirare il fiato. Quando avevano saputo che la loro discendenza era ancora fra i vivi, i genitori mi avevano pagato un premio, e pensavo di sperperarlo in un viaggetto a Parigi. Ma quando chiamò Chapman, decisi che Parigi poteva aspettare. Sentii che qualunque cosa avesse intenzione di dirmi, era più importante che buttar l'occhio sui quadri del Louvre. Nella sua voce c'era una nota disperata, e la sua riluttanza a sbottonarsi per telefono mi incuriosì. Chapman era nei guai, e io volevo scoprire di che guai si trattava. Gli dissi di venire nel mio ufficio l'indomani mattina alle nove.
Cinque anni prima, George Chapman aveva fatto tutto quello che un giocatore di baseball può umanamente fare in un campionato. Tenne 348 di media alla battuta, realizzò 44 fuoricampo, totalizzò 137 punti e gli fu conferito il Guanto d'Oro dei terza base. Quell'anno i New York Americans vinsero tutto quello che c'era da vincere. Il titolo di divisione, il pennant, le World Series. E alla fine, Chapman fu nominato Most Valuable Player, il miglior giocatore di tutta la lega.
Era incredibile. Sembrava bastasse aprire a caso un giornale per trovare dei titoloni su Chapman che aveva battuto uno homerun al nono inning, o aveva effettuato una difesa superlativa. In un anno di scioperi della nettezza urbana, scandali politici e tempo da schifo, Chapman diventò la vera leggenda metropolitana. Era talmente fotografato che iniziavamo tutti a sognarcelo di notte. Persino i tossici del Lower East Side conoscevano il suo nome, e da un sondaggio di una radio locale risultò che la sua faccia era nota a più persone di quella del Segretario di Stato. Per giunta, Chapman personificava l'eroe in maniera fin troppo perfetta. Era bello e aitante, parlava schietto con i giornalisti e non negava mai l'autografo a un ragazzine. Meglio ancora: si era specializzato in Storia a Dartmouth, aveva una moglie bella e raffinata e la vita per lui non finiva con il baseball. Non era il tipo che viene scelto per reclamizzare un deodorante. Quando Chapman appariva alla televisione, era per far pubblicità al Metropolitan Museum of Art o caldeggiare la solidarietà per i piccoli profughi. In quell'inverno successivo alla sua stagione d'oro, Chapman e la moglie finirono in copertina su tutte le riviste, e gli americani seppero che libri leggevano i Chapman, quali opere liriche ascoltavano, e come faceva la signora Chapman per cucinare il poutet chasseur e quando prevedevano di fare dei bambini. Ai tempi lui aveva ventotto anni e lei venticinque. Erano diventati la coppia prediletta da tutti.

© 2006, Giulio Einaudi editore


L’autore

Paul Auster è nato nel 1947 a Newark (New Jersey). Tra le sue opere Einaudi ha in catalogo: Trilogia di New York, Timbuctú, Sbarcare il lunario e L'arte della fame, Ho pensato che mio padre fosse Dio e Il libro delle illusioni, Smoke & Blue in the Face, Lulu on the Bridge, Esperimento di verità, La notte dell'oracolo, Follie di Brooklyn, L'invenzione della solitudine, Moon Palace, Mr Vertigo, Nel paese delle ultime cose, Leviatano, Il libro delle illusioni e Gioco suicida.


14 aprile 2006