La biografia


Anita Desai
Fuoco sulla montagna

“Poi non fu più possibile dilazionare l’incontro ed entrambe si mossero in direzione dell’altra e si abbracciarono perché pensavano di doverlo fare. Si udì un rumore di ossa che si urtano. Tutte e due pensarono a quanto l’altra era ossuta, spigolosa e poco accomodante e si separarono rapidamente.”

Due donne anziane e una bambina sono le protagoniste di Fuoco sulla montagna, il romanzo della scrittrice indiana Anita Desai apparso per la prima volta nel 1977 e ripubblicato adesso con una nuova traduzione. Non sappiamo l’età di Nanda Kaul: è la bisnonna della piccola Raka, ma ci si sposa giovani in India - o almeno questo era il costume in passato - e forse Nanda non è poi così vecchia. Vive da sola a Kasauli, una piccola località tra i monti, in una casa che ha un nome singolare, Carignano: una nota sul retro copertina spiega che fu l’uomo d’affari italiano Federico Peliti a dare questo nome alla sua abitazione indiana verso la fine dell’800. Questa condizione di solitudine è importante e viene sottolineata fin dalla prima pagina, quando Nanda osserva con apprensione il postino che si avvicina sperando che passi oltre, perché vuole “essere lasciata sola con i pini e le cicale”. E invece c’è una lettera per lei da sua figlia che le annuncia che Raka, sette anni e convalescente di tifo, verrà a passare del tempo a Kasauli.
Non è un personaggio amabile, Nanda Kaul. Forse è la vita che l’ha inaridita, forse il suo è l’egoismo di chi deve in qualche modo sopravvivere: ai troppi figli, ai troppi ospiti, alle troppe richieste avanzate da troppe persone, ai troppi oggetti da cui si è circondati. Nanda Kaul ha chiuso con tutto, vuole essere lasciata in pace. E non la commuove l’arrivo di quella bimbetta magra che sembra un insetto, non vuole lasciarsi disturbare, non spreca parole e neppure cibo per lei. Quello che non ha previsto è che Raka possa essere amante della solitudine quanto lei. Dapprima Nanda è sollevata dalle lunghe assenze della bambina, poi è incuriosita da quella figurina che scompare per i dirupi e riappare con le ginocchia graffiate, infine prova un filo di gelosia nel vederla ascoltare intenta quello che il servitore le racconta. E si mette a gareggiare con questo, parlandole di suo padre (il trisnonno della bambina) e dei suoi viaggi in Tibet e, quando l’attenzione di Raka sembra scemare, tira fuori storie di un fantastico zoo che avrebbero avuto in casa.
L’arrivo dell’amica di Nanda, la patetica Ila Das dalla voce stridula, segna una svolta importante in questa storia fatta di silenzi interrotti dal flusso di parole di Nanda, dallo scroscio della pioggia e dal canto degli uccelli. Perché Ila Das parla, parla per uscire dalla sua solitudine fatta di miseria, rievoca un passato di gloria e di decadenza, svela qualche segreto a cui però Raka, annoiatissima, non bada.
L’attenzione della Desai è sempre centrata sulle donne: donne oberate dalla vita e dai figli, donne sole o trascurate, tradite dai mariti, donne senza risorse economiche perché, come nel caso di Ila Das, i fratelli hanno ereditato e dilapidato il patrimonio, donne bambine che vengono vendute come spose. Gli uomini restano sullo sfondo, padroni e tiranni, reggono le sorti delle donne. E all’atto di violenza finale - che inconsciamente attendevamo - si accompagna l’incendio che risale i fianchi della montagna, a ridurre in cenere quello che resta del passato e ad illuminare le menzogne.

Di Marilia Piccone

Fuoco sulla montagna di Anita Desai
Titolo originale: Fire on the Mountain
Traduzione di Anna Nadotti
185 pag., Euro 12,00 - Einaudi (L'Arcipelago Einaudi n. 88)
ISBN: 88-06-17646-3

le prime pagine
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Nanda Kaul sostò sotto i pini per goderne il sibilo profumato e ascoltare le cicale che frinivano invisibili sotto il tappeto di aghi, quando vide il postino zigzagare lentamente su per il Mail. Non era uscita per vedere lui, non voleva che si fermasse a Carignano, non desiderava ricevere lettere. La vista dell'uomo, che avanzava inesorabile con la sacca rigonfia, fece rotolare un groppo d'irritazione nella fresca cavità della sua giornata ostruendola stupidamente: sacche e lettere, messaggi e domande, richieste, promesse e problemi, aveva chiuso con tutto ciò, venendo a Carignano. Voleva essere lasciata sola con i pini e le cicale. Sperò che l'uomo passasse oltre.
Aveva tutto ciò che voleva, li a Carignano, a Kasauli. Lì sul crinale del monte, in quella tranquilla dimora. Era il luogo, la fase dell'esistenza che aveva desiderato e preparato per tutta la vita - se ne era resa conto fin dal primo giorno trascorso lì, sentendo sbocciare un grande, pacato sollievo - e finalmente ci era arrivata. Non voleva nessuno, non voleva nient'altro. Qualunque cosa fosse sopraggiunta o accaduta, sarebbe stata un'intromissione indesiderata, un fastidio.
Fu ciò che cercò di trasmettere al postino che arrancava su per la salita, fissandone dall'alto del crinale l'onesto dorso taurino con occhi gelidi e penetranti. Purtroppo l'uomo non guardava verso di lei ma fissava ostinatamente la polvere che gli si andava accumulando sulle scarpe. Un toro, uno stupido bue, pensò Nanda Kaul con acredine, poi distolse gli occhi. Tornò in giardino dove all'improvviso si sollevò il vento gonfiando i rami dei pini come una tenda, quasi volesse proteggerla. Capelli grigi, alta e magra, avvolta in un sari di seta che emetteva un ampio fruscio, fantasticò di confondersi con i pini, di essere scambiata per un pino. Essere un albero era ciò che si riprometteva, niente di più niente di meno.
Ciò che più le piaceva e l'appagava, di Carignano, era la nudità. Era ovviamente la principale virtù di tutta Kasauli, un aspro rigore. C'erano le rocce, i pini. C'erano l'aria e la luce. La vista spaziava in ogni direzione: a nord sulle montagne, a sud sulla pianura. Di tanto in tanto un'aquila volteggiava in quella massa chiara e ininterrotta di luce e d'aria. Null’altro.
Anche Carignano, la sua casa sul crinale, non aveva che quello. Cos'altro avrebbe dovuto avere? Il sole brillava sui muri bianchi. Le finestre erano aperte: quelle a nord si aprivano sui picchi blu dell'Himalaya che s'innalzavano diseguali sopra la linea di ghiacci e neve stagliata nel ciclo; quelle a sud si affacciavano sul burrone a strapiombo sulla pianura che si stendeva, piatta e riarsa, fino all'orizzonte indistinto.
Certo, vicino alla casa c'erano alcuni albicocchi. C'erano le macchie di iris che avevano terminato la fioritura. C'era la voluta di fumo che si levava dal camino della cucina e una catasta di legna fuori dalla porta. Ma erano cose secondarie, quasi insignificanti. Nanda Kaul non le teneva in gran conto, anche se in quel momento si era chinata sull'erba bassa e secca per raccogliere una luminosa albicocca. Si era schiacciata cadendo e la gettò via. Un'upupa scorse quel repentino bagliore e si lanciò con prontezza sul frutto strappandone la polpa splendente, poi volò via con il boccone nel becco. Aveva fatto il nido sotto la gronda della finestra della sua stanza, Nanda lo sapeva, ma non si trattenne a guardare il pasto degli uccellini implumi. Era una scena che non le dava alcun piacere. Mal sopportava i loro gridolini striduli.
Si arrampicò invece sulla collinetta, il punto più elevato del giardino, dove il vento era più pungente e la vista pili ampia.
Si fermò a prendere fiato e guardò giù proprio nel momento in cui il postino sbucava da dietro una falda ombrosa del monte. Arrancava, cupamente, avvicinandosi sempre più al cancello di Carignano. Le narici della donna si strinsero e sbiancarono per la disapprovazione.

© 2006, , Giulio Einaudi editore

L’autrice
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Anita Desai è nata in India nel 1937 da madre tedesca e padre bengalese; è cresciuta e ha studiato a Delhi. Vive tra l'India e gli Stati Uniti, dove insegna al Mit. Tra i suoi libri segnaliamo Chiara luce del giorno, In custodi, Notte e nebbia a Bombay, Digiunare, divorare, Il villaggio sul mare e Polvere di diamante.




7 aprile 2006